Recensioni

6.8

Probabilmente ha ragione chi afferma che l’essenza della star di culto vada ricercata nel magico equilibrio tra eccentricità esteriore (ovvero “il personaggio”) e proposta artistica (ovvero “la musica”). In questo gioco di bilanciamenti, l’essere un natural born weirdo – e quindi non costruito – spesso aiuta: si pensi ai vari Ariel Pink, Mac DeMarco, Connan Mockasin, Devonté Hynes o Kindness, tutta gente che è riuscita a far dialogare una attenta ricerca stilistica con una debordante personalità.

Jaakko Eino Kalevi è fondamentalmente uno di loro. Nato trentuno anni fa nel cuore della Finlandia, il ragazzo per parecchio tempo ha dovuto relegare la propria passione (scrivere canzoni) ad attività secondaria, da curare nei ritagli di tempo che il suo lavoro (autista di tram a Helsinki) gli concedeva. Dopo svariate release minori e perlopiù casalinghe, Jaakko è riuscito a portare il suo nome fuori dai confini finlandesi con l’EP Dreamzone (2013), un quattro tracce dal titolo esplicativo in quanto sornionamente sospeso tra quel chill-pop di stampo 80s e quella intorpidita psichedelia, che unendosi danno vita a sensazioni vagamente ipnagogiche.

Pubblicato da Weird World, l’omonimo album d’esordio è il traguardo finale di una gavetta ingiustamente lunga e, contemporaneamente, un potenziale, importante trampolino di lancio: ora il Nostro ha alle spalle una label piuttosto solida, vive in una capitale della musica come Berlino, sfoggia una scrittura più vicina al pop rispetto alle sperimentazioni iniziali e ha anche iniziato a trovare gli agganci giusti (l’album è stato mixato con l’aiuto di Nicolas Vernhes, già con le mani sul disco più acclamato del 2014, Lost in the Dream dei War On Drugs).

Jaakko Eino Kalevi, manco a dirlo, è un caleidoscopio di influenze che il finlandese modella, ribalta e tagliuzza col fine di rendere rilassante il caos cosmico. Il singolo Double Talk viaggia sui raffinati binari degli ultimi Roxy Music, ampliando le dinamiche in territori quasi dreamy, mentre l’altro estratto, Deeper Shadow, è probabilmente il brano più contagioso del lotto, con giro di synth semplice e immediato che va a spezzare una strofa – cantata insieme a Suad Khalifa – capace di ricreare quell’effetto noir/sensuale che abbiamo apprezzato nei dischi Italians Do It Better e dei Wolther Goes Stranger.

Say (anche qui, il ritornello c’è e non c’è) sfrutta il linguaggio dell’hypna-pop e lo arpiona ad un crooneraggio d’antan (John Maus non troppo lontano) rafforzato dal sinuoso saxofono di Jorja Renn. Non è solo questione di atmosfere dilatate e nebbiose, ma anche di ritmo, e l’uno-due formato da Mind Like Muscle (beat ad altezza country) e da Night At The Field (un po’ come i Future Islands in formato prog-pop) e lì a dimostrarlo. Lunghi fraseggi strumentali tra tappeti di synth e segmenti di chitarra che suonano come un grande omaggio al decennio delle meteore, trattato però con quella decadenza capace di rendere cool anche scelte più pacchiane (Don’t Ask Me Why e materiale da porno movie) quali alcune pericolose vicinanze al soft-pop più ruffiano. L’apice dell’antieroismo lo si ha in Ikuinen Purkautumaton Jännite’ (ovvero “Eternal Ejected Voltage” in inglese), sei minuti in cui emergono, come dei fantasmi nell’oscurità, trasposizioni vaporwave di certa new-age da santoni, krautrock cosmico e un sax impazzito.

Complesso da inquadrare e con lo spettro dell’etichetta di “background music” dietro l’angolo, Jaakko Eino Kalevi è in realtà un disco meno casuale di quello che potrebbe sembrare ai primi ascolti. C’è cura e si sente (nonostante alcuni suoni siano molto basic) riuscendo nell’impresa di tracciare una linea immaginaria che unisce Chris Rea, Talking Heads, Bryan Ferry e Ariel Pink.

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