Recensioni

L’attesa per l’album d’esordio di Only Real durava da due anni, ovvero da quando il giovane londinese iniziò a farsi largo all’interno della scena pop inglese, prima con i singoli Cinnamon Toast e Backseat Kissers e poi con l’ottimo EP Days in the City contenente Get It On e Lemonade, inclusa nella nostra compilation SA Presents: Tracks from EPs 2013.
Con Cadillac Girl ad anticiparne di qualche mese la release, l’esordio lungo Jerk at the End of the Line rafforza il personaggio ma contemporaneamente suscita alcuni dubbi e interrogativi su quelle che potrebbero essere le future evoluzioni di una proposta che il londinese Niall Galvin butta sul piatto in modo sfacciato, sperando che qualcuno ci caschi.
Ed è facile cascare davanti a un misto di influenze e suggestioni in grado di riaccendere in ognuno di noi la spensieratezza (che si trasforma in nostalgia, per i meno giovani) dei vent’anni, raccontata senza fronzoli e ambientata in un contesto autodefinente e globalizzante come quello londinese. Viene da immaginare una versione del principe di Bel-Air teletrasportato nella white-London degli anni Dieci; o meglio, la white-London degli anni Dieci trasportata all’interno della sitcom americana citata: è una questione puramente estetica – scale cromatiche variopinte e videoclip girati come se fossero i primi anni ’90 – e di punti fermi che vengono mostrati orgogliosamente (le feste, gli amici, il junk food, l’estate, lo skate e la slacker-attitude).
Musicalmente Only Real è sfuggente: parte dall’UK-hip hop post-The Streets misto indie rock in voga nel 2007 (Jamie T ma anche i dimenticati Just Jack e The Twang) e lo contamina con derive britpop (Blur nelle intenzioni, Gorillaz nei risultati) sorrette però da una sei corde che alterna il tocco finto scanzonato di Mac DeMarco a quello imprevedibile di King Krule, riportati agli anni ’90 targati Beck. Utilizzando un numero così elevato di riferimenti si rischia però di deviare troppo da ciò che, in fin dei conti, è la natura dell’inglese: molto più semplice e terra-terra (i testi sono generalmente piuttosto infantili, per non dire stupidi), sebbene ci sia chiaramente un briciolo di genio dietro ad alcune soluzioni stilistiche.
Ciò nonostante, volendo essere cattivi, si potrebbe dire che l’utlizzo del rap (o pseudo tale) come principale metrica comunicativa sia una scelta dettata dal fatto che il Nostro non possiede doti canore di buon livello. In realtà Niall Galvin, in varie interviste, si è rivelato grande appassionato di hip-hop, aspetto che tra l’altro è congeniale anche per creare quello stacco tra spoken e melodia che fa emergere ancora più chiaramente i ritornelli, anthem sguaiati e assolutamente funzionali.
Lungo le dodici tracce di Jerk at the End of the Line si assiste ad un continuo alternarsi di possibili hit minori e passaggi poco a fuoco. Blood Carpet e la sua chitarra 100% jizz-jazz demarchiano finiscono per suonare ripetitive, ma neanche la stessa Jerk riesce a conquistare come vorrebbe. Meglio quando Galvin prova a spiazzare aggiungendo qualche dose di psichedelia lo-fi (il chorus di Pass The Pain), quando semplicemente azzecca le note giuste come nel caso di Can’t Get Happy o quando – raramente – la questione si fa più tenebrosa e fumosa, e si avvicinana ad alcune cose targate Ghostpoet.
Nessuna conferma qui: Jerk at the End of the Line è un nulla di fatto generalizzato, ti conquista ma il secondo dopo ti abbandona. È confusione di difficile decifrazione: da un lato la componente pressapochista va premiata perché definisce bene il personaggio, dall’altro limita fortemente una scrittura che si rivela ancora acerba. Tutto questo consci del fatto che, con ogni probabilità, il momento giusto per apprezzare Only Real sia questo, prima che diventi artisticamente maturo perdendo quella strafottenza da pischello spaccone.
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