• mag
    26
    2014

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Capitol

La recente parabola artistica di Sam Smith non lascia dubbi su quello che sarà l’impatto del suo album di debutto In the Lonely Hour nelle classifiche di mezzo mondo, specie in un periodo storico in cui si sono (quasi) rotte definitivamente le barriere tra USA e UK, come dimostrano i recenti successi oltreoceano di Arctic Monkeys, Bastille, Ellie Goulding, Passenger e 1975.

Classe 1992, originario del Cambridgeshire, Sam Smith sviluppa presto una passione per il canto che in breve tempo diventa un vero e proprio progetto di vita appoggiato da una – agiata – situazione familiare che nel 2009 vide la madre coinvolta in un microscandalo, accusata dai datori di lavoro di dedicare troppo tempo alla nascente carriera artistica del figlio – all’epoca sedicenne – Sam. Lontano cugino di Lily Allen, Sam inizia ad essere oggetto di importanti attenzioni mediatiche a cavallo tra il 2012 e il 2013 come protagonista vocale di due dei brani più trasmessi nelle radio inglesi (e non solo) in quel periodo: Latch, il singolo-bomba che ha lanciato la carriera dei Disclosure e la numero uno La La La di Naughty Boy. Un timbro che indubbiamente colpisce (forte di un falsetto piuttosto riconoscibile) e le giuste collaborazioni hanno permesso al ragazzone inglese di imporsi su larga scala, portandosi a casa i due premi più in vista a cui un newcomer dalle velleità mainstream possa puntare: il BBC Sound Of (2014) e il Critics’ Choice Award ai BRIT.

Un predestinato insomma. Ma oltre alla voce, ai premi e ai numeri, c’è la sostanza? Nonostante alcuni segnali incoraggianti (vedi la live cover di Berlin di RY X) è evidente come Sam Smith sia oggi un mero prodotto discografico al servizio di mamma Capitol, svuotato di quegli agganci alla club-culture che ce lo hanno fatto conoscere (e apprezzare). Un percorso che ricorda da vicino quello di Emeli Sandè, tanto promettente nei singoli Heaven o Never Be Your Woman in feat. con Wiley quanto piatta e conformista in formato album.

I discografici di Sam Smith sanno benissimo che in terra d’Albione i singoli dancey spopolano come non mai, ma per fare grossi introiti con gli album ci vuole un certo classicismo ed un focus incentrato sulla voce. A differenza però del più grande bestseller di questo secolo (21 di Adele) dove eleganza e sfoggio vocale erano ben equilibrate dall’intelligente songwriting e da un ottimo gusto melodico, nel debutto In the Lonely Hour a trionfare è una patina pop-soul figlia di noiose dimostrazioni canore e di scelte stilistiche che potremmo definire tutto tranne che coraggiose, oltre che di melodie non sempre vincenti.

Realizzato con l’aiuto di più co-autori e produttori (Jimmy Napes, Steve Fitzmaurice, Fraser T Smith), In the Lonely Hour – escluso il singolo Money On My Mind dal retaggio breakbeat – è un tripudio di melodrammi sentimentali da mano sul cuore infranto (Leave your Lover) che si muovono su apatiche coordinate prive di spunti d’interesse, ancorate alla tradizione soul meno genuina e meno graffiante. Inoltre tra le dieci tracce del disco troviamo alcuni arrangiamenti pacchiani che speravamo di non dovere più ascoltare nel 2014 (I’ve Told You Know) e che, a braccetto con sfacciate aperture radiofoniche poco in linea con il mood generale del disco (Like I Can), abbassano ulteriormente il livello di un lavoro che raramente respira contemporaneità e che quando lo fa fatica a decollare (Life Support).

Era lecito aspettarsi molto di più da Sam Smith ed invece abbiamo tra le mani un disco che prenderà polvere non nei negozi, ma tra gli scaffali degli acquirenti meno smaliziati, di fianco a vecchi CD di Celine Dion e Michael Bolton.

26 maggio 2014
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