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Negli anni Novanta abbiamo avuto il grunge, negli anni Duemila il nu-metal e negli anni Dieci la folk prostitution. Messa così fa storcere il naso, ma in ambito pop/rock – a livello prettamente commerciale – l’unico “macro-movimento” evidente emerso nell’ultimo lustro è stato quello che ha (ri)portato il folk (nella sua versione meno decorosa e meno genuina) in cima alle classifiche. Stiamo parlando del periodo in cui la frangia più “democristiana” e superficiale del fenomeno hipster raggiunse i mass media (uscendo, di fatto, dalla controcultura), un periodo in cui i Mumford & Sons vendevano più dei Coldplay e le radio generaliste di tutto il mondo erano invase dai successi degli Of Monsters and Men o dei Lumineers (vedi anche la nostra playlist The Age of Folk Prostitution).

Oggi, circa quattro anni più tardi, il tutto assume già i contorni di un ricordo lontano. Probabilmente non sta a noi decidere se sia un bene o meno (anche se le liste degli album più venduti degli ultimi mesi mostrano una situazione altrettanto desolante per le band pop/rock), fatto sta che con i Mumford & Sons relegati a sonorità più ordinarie (e a un minor successo) e con gli Of Monsters and Men spariti dai riflettori (vedi il flop di Beneath The Skin), la folk-mania sembra essersi spenta definitivamente. Ovviamente c’è sempre spazio per qualche sporadico colpo di fortuna fuori dal coro, e a dimostrarlo ci sono i canadesi Strumbellas, autori di Spirits, uno dei maggiori successi malternative di questa prima parte del 2016. La band guidata da Simon Ward ha alle spalle due album (My Father and the Hunter del 2012 e We Still Move on Dance Floors del 2013) praticamente passati inosservati fuori dai confini nazionali: nonostante fossero usciti nel momento giusto, riuscirono infatti solamente a raccogliere nomination e premi ai locali Juno Awards nella categoria riservata agli album roots/traditional.

Ward e compagni l’occhio al pop l’hanno sempre strizzato, ma in passato avevano comunque ben saldo l’obiettivo di ricreare le classiche atmosfere appartenenti al folclore americano. Un pezzo come Spirits invece, specialmente nel ritornello, profuma/puzza di airplay cercato in un modo sfacciatamente forzato e, ovviamente, funziona. Spirits è chiaramente il brano cardine, ma tutto il terzo album, intitolato Hope, è caratterizzato da una produzione iper-radiofonica e da brani dalla classica struttura pop. Nulla viene lasciato al caso per perseguire lo scopo di scrivere canzoncine orecchiabili. Per intenderci, anche un brano dalle sonorità maggiormente legate alle radici folk/country americane (nonostante i Nostri siano cresciuti nella fredda Toronto) come Sholves & DirtWith a sick shooting pistol just out of my reach», o ancora «I put a banjo up into the sky It keeps us moving») fa perno su melodie immediate e sul classico strofa-ritornello-strofa-ritornello-ponte-ritornello. Se in ottica pop Hope è forse il miglior disco di stadium folk dai tempi dell’onesto Sigh No More dei Mumford & Sons essendo un concentrato di ritornelli corali a facile presa (oltre ai due brani già citati, anche Wars segue a ruota), non mancano qualche filler di troppo (We Don’t Know, The Hired Band) e alcune soluzioni pacchiane oltremisura per essere giustificate (Young & Wild). Atmosfere leggermente diverse solamente nella cavalcata vagamente tex-mex di Dogs, rovinata però da un reparto melodico questa volta eccessivamente prevedibile nella strofa e fondamentalmente piatto nel chorus.

In questi giorni sono tornati anche i Lumineers con il sophomore Cleopatra, album con l’arduo compito di bissare il clamoroso successo dell’omonimo esordio (2.800.000 copie vendute) e di scacciare lo spauracchio dell’one hit wonder (Ho Hey). Dopo alcuni problemi di formazione (il batterista Jay Van Dyke ha lasciato per problemi legali), la voglia di far festa sembra essersi affievolita: la scrittura questa volta è meno spensierata e gli episodi sfacciatamente uptempo sono veramente rari. Rimane una sequenza di brani adatti più al ruolo di background music che a intense sessioni d’ascolto: abbozzi rapidi (nessuno supera i quattro minuti) che a tratti assumono le sembianze di canzoni non del tutto portate a termine, abbandonate alla ricerca di una maggiore ispirazione che sembra latitare. Tolte le hit, rimane l’ordinarietà di un folk-pop che lascia poco, non emoziona (neanche quando ci prova in modo un po’ telefonato, come in Dale Song), non diverte e non crea quella sensazione di trasporto verso luoghi e tempi lontani come ogni buon disco di americana & dintorni dovrebbe saper fare. Tra vaghe sfumature alla Ryan Adams (ma pure lampi a cavallo tra Dylan e Springsteen), il disco prodotto da Simone Felice (dei Felice Brothers) tenta di far proprio un universo simil-cantautorale dalle tinte non esattamente solari e suona come una malinconica presa di coscienza del tempo (e parallelamente della fortuna) che passa: «I was Cleopatra, I was young and an acress» recita la title track (caratterizzata da una abusata sequenza di note), «Everyone is older now and gone» si ascolta in Sick In The Head, «days of my youth wasted on selfish truth» sottolinea l’unico passaggio (Long Way From Home) che in un certo senso lascia una reale sensazione di tristezza e di abbandono, fino agli ultimi attimi («More morphine, the last words you moaned»).

Cleopatra difetta sia dell’appeal pop, sia delle caratteristiche più spontanee della musica folk. Vogliamo comunque essere ottimisti e parlare di disco di transizione: quella di abbandonare le scampagnate radio-friendly è una scelta lodevole, ma sono necessarie soluzioni meno banali (e stra-sentite) e una maggiore profondità per non finire nel dimenticatoio in poco tempo (non fatevi ingannare dal n.1 facile nella classifica americana).

Voti: 5.9 a Hope e 5.7 a Cleopatra

25 aprile 2016
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