Il Grammy
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I Grammy Awards non sono gli Oscar della musica

Si è svolta ieri la 57° edizione dei Grammy Awards, storica cerimonia celebrativa dell’industria musicale. Per la lista dei vincitori, le esibizioni e i dettagli vi rimandiamo all’apposita notizia; in questa sede vorremmo invece concentrarci brevemente sul luogo comune che tende a considerare i Grammy Awards l’equivalente musicale degli Oscar (Academy Awards).

Lungi da noi difendere a spada tratta gli Oscar – in campo cinematografico ci sono molti altri awards altrettanto validi – ma l’impressione è che mediamente, tra le nomination più importanti, il livello medio sia piuttosto elevato, aspetto che invece facciamo sempre fatica a riscontrare all’interno delle nomination dei Grammy Awards. Anche qui – come nell’articolo sul rapporto tra Mainstream e Internet – non stiamo certamente scoprendo l’acqua calda, tanto che persino il regno a-critico di Wikipedia lascia spazio alla seguente osservazione “secondo alcuni, la giuria dei Grammy tende a votare in modo troppo conservatore, basandosi più sulla fama degli artisti votati che su elementi strettamente tecnici e artistici“. Nulla di più veritiero: le nomination dei Grammy Awards generalmente sono quanto di più lontano dall’acclamazione tra gli addetti ai lavori e quanto di più vicino alle mere classifiche di vendita.

Per toglierci ogni dubbio e avere dei dati oggettivi a supporto della tesi, abbiamo selezionato le nomination ai due premi principali degli Oscar (Migliore Film dell’Anno) e dei Grammy Awards (Migliore Album dell’Anno), raccogliendo per ogni nomination il voto medio di Metacritic. Questi i risultati:

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Come si evince chiaramente dal grafico, il voto medio Metacritic dei dischi nominati all’interno della categoria “Migliore album dell’anno” ai Grammy Awards ruota attorno a  70/100, quasi dieci punti inferiore a quello dei film nominati all’interno della categoria “Migliore film dell’anno” agli Oscar (Academy Awards).  N.B. la media Grammy Awards del 2013 e del 2014 sarebbe in linea con quella degli altri anni se non fossero stati nominati due outsider come Channel Orange di Frank Oceangood kid, m.A.A.d city di Kendrick Lamar.

Chiaramente, con la crisi, l’industria discografica si aggrappa più che mai a questi enormi contenitori di visibilità mediatica, cercando di spremere il più possibile l’effimero. Così facendo, però, finisce per alimentare ulteriormente quel circolo vizioso che alla lunga la spinge sempre più verso il basso.

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