Il mainstream è ancora il mainstream, anche nell’era di internet

Stiamo chiaramente vivendo un periodo rivoluzionario per quanto riguarda il grande e complesso sistema discografico. L’avvento di internet, del download legale prima e dello streaming poi, ha spostato definitivamente gli equilibri della fruizione, dell’ascolto e della riproduzione della musica. Il lento declino del possesso (salvo il ritorno, si spera non effimero, del formato vinile) a favore dell’accesso (streaming), la diffusione dei contratti flat a braccetto con un mondo sempre più always online o l’universo sempre più cross-device erano concetti facilmente ipotizzabili già un lustro fa, non tanto perché punti cardine della – ormai obsoleta – tesi di laurea di chi vi scrive, quanto per le ovvie conseguenze dell’esasperazione della deriva internettiana – già ben solida sul finire degli anni Zero – del “voglio avere a disposizione tutto, gratis, sempre e ovunque… ormai sono abituato così“. Un circolo vizioso – o virtuoso a seconda dei casi – difficile da interrompere.

Meno prevedibili, invece, quelle che sarebbero state le mutazioni del rapporto tra media e discografia: cinque anni fa si avevano ancora fresche sotto gli occhi le incredibili micro-rivoluzioni targate Radiohead (In Rainbows, vedi anche il recente approfondimento) o Arctic Monkeys (il successo passando da MySpace) e si era ancora convinti che si potesse realmente costruire un nuovo business artista-centrico, senza che fosse fondamentale lo zampino di etichette discografiche più o meno grosse e semplicemente sfruttando al meglio i social network e le opportunità del 2.0. Cinque anni più tardi possiamo affermare che – almeno per il momento – questo tipo di stravolgimento non è ancora avvenuto: i social network hanno abbattuto diverse barriere e quella famosa long tail di Chris Anderson continua a trovare riscontri su più livelli, ma le nicchie continuano ad essere nicchie e il mainstream continua ad essere il mainstream.

Il motivo potrebbe essere semplice: in un regno di caos e di implacabile information overload in cui l’utente ha a disposizione la più completa gamma di scelta, ironicamente si sbatte contro i limiti fisici del tempo, rendendo complicata quella grande mission impossibile che è il definitivo distacco dall’ascolto passivo. Di conseguenza c’è, ancora oggi, la necessità di guide forti e, purtroppo, di “imposizioni” dall’alto. Il potere torna quindi nelle mani dei grandi media.

Nel nostro contesto, abituati ad un ascolto di tipo attivo, tutti i giorni ci muoviamo in un ambiente che sembra sconfinato, stracolmo di uscite discografiche, concerti ed eventi, in cui il confine tra indie e mainstream apparentemente non esiste più. In realtà fatichiamo ad avere una visione complessiva: parlando o discutendo tra addetti ai lavori o semplici appassionati, non facciamo altro che muoverci all’interno di una nicchia che solo raramente dialoga con il mondo esterno. In questo modo siamo portati a credere che i Future Islands siano diventati un gruppo per il grande pubblico dato che sono andati in televisione, hanno milioni di visualizzazioni su Youtube e nei festival suonano davanti a migliaia di persone. Invece è facile ipotizzare che se uscissimo dal nostro micro-universo e facessimo un sondaggio domandando “sai chi sono i Future Islands?” a cento volontari di una fascia di età ragionevole, avremmo una percentuale di risposte affermative bassissima, non troppo distante dallo zero.

Viviamo quindi in un microcosmo in cui l’appassionato medio tende a convincersi che ciò che dice Pitchfork (o qualsiasi altra testata, tanto come abbiamo visto mai come quest’anno l’opinione generale è più o meno omologata) possa in qualche modo influenzare il mercato discografico o possa smuovere le acque ad un livello più alto. Le nostre bacheche Facebook sono piene degli artwork di FKA Twigs o dei War On Drugs e siamo invasi dal chiacchiericcio cross-mediatico attorno alla fantomatica figura dell’hipster e del conseguente (immaginario?) maggior interesse verso un certo tipo di musica. Ciò non fa che aumentanare ulteriormente la convinzione che il mondo musicale stia girando in un certo modo.

Non è però così (non scopriamo l’acqua calda) e Internet, per quanto ormai alla base della quotidianità, non è ancora riuscito a cambiare le dinamiche marchettare che in qualche modo modellano in parte il gusto del grande pubblico. I media tradizionali e generalisti, come le grandi radio o le tv nazionali, hanno ancora in mano le sorti del sistema discografico e per quanto decine di rivisiste/siti/blog di turno possano acclamare un disco come Benji, l’ascoltatore passivo (alias la maggioranza della popolazione) purtroppo non ne verrà mai a conoscenza. In fin dei conti, quindi, non è cambiato nulla, e come nell’era pre-internet ancora oggi la critica osanna dischi che mediamente non incontrano riscontri poi in termini di vendite o di apprezzamento tra il grande pubblico.

Torniamo quindi al punto precedente: l’utente medio non solo non è necessariamente un appassionato o un cultore (e non possiamo certo fargliene una colpa), ma generalmente non ha tempo/voglia di seguire attivamente ciò che accade nell’universo musicale (e anche qui non possiamo certo fargliene una colpa). Questi sono due aspetti vincolanti, difficili da cambiare. L’impressione, però, è che siamo immersi in un periodo in cui sta accadendo l’opposto di quanto auspicato: si pensava che la rete potesse liberare – finalmente – la musica dagli schemi del business più calcolato aiutando a diffondere un verbo (pseudo?)indipendente tipico di certa critica, ed invece sembra aver generato l’effetto opposto con dischi bestseller sfacciatamente mainstream, incredibilmente coccolati ed acclamati anche dalla stampa alternativa (cosa che mediamente cinque-dieci anni fa non accadeva). Da un lato – generalizzando – va dato merito alla pop music di essere riuscita ad elevarsi dalle bassezze in cui stagnava negli anni ’90-’00 prendendosi parecchie rivincite, dall’altro lato il tutto può essere visto come un chiaro segnale di sconfitta.

Andando nello specifico, nessun disco tra i 15 più acclamati dell’anno dalla critica (prendendo come riferimento la classifica aggregativa AnyDecentMusic) è rientrato tra i 100 più venduti dell’anno, né in USA nè in UK. C’è chi è andato discretamente come i War On Drugs (100.000 copie in USA, 60.000 in UK, circa 250.000 complessive) o St.Vincent (cifre a grandi linee similari) ma complessivamente è stata la consueta disfatta. A questo punto il ragionamento potrebbe essere “ok, queste sono le vendite, ma sono convinto che sulle piattaforme streaming il divario con i top players sia inferiore“. Così non è.

Abbiamo analizzato i dati Spotify di alcuni album pubblicati durante il 2014 utilizzando come valore di riferimento un punteggio ottenuto con la media ponderata tra i plays delle sei canzoni più ascoltate di ogni disco (per arginare gli effetti da one hit wonder) e questi sono i risultati: escludendo 1989 di Taylor Swift, non disponibile su Spotify, gli album più venduti dell’anno come X di Ed Sheeran o In The Lonely Hour hanno medie ponderate superiori ai 20 milioni di plays (50 milioni Sheeran, 25 milioni Smith). Quali sono invece i numeri dei 20 album più acclamati dell’anno?

FKA Twigs – LP1 1.550.000
The War On Drugs – Lost In The Dream 2.640.000
St Vincent – St. Vincent  1.551.000
Caribou – Our Love  1.158.000
Run The Jewels – Run The Jewels 2 846.000
Sun Kil Moon – Benji 490.000
Aphex Twin – Syro  642.000
Sharon Van Etten – Are We There 671.000
Flying Lotus – You’re Dead!  601.000
Swans – To Be Kind 146.000
Future Islands – Singles 1.748.000
Angel Olsen – Burn Your Fire For No Witness 723.000
Mac DeMarco – Salad Days 1.912.000
Spoon – They Want My Soul 1.380.000
Perfume Genius – Too Bright 400.000
Todd Terje – It’s Album Time 790.000
Beck – Morning Phase 3.060.000
Wild Beasts – Present Tense 568.000
Cloud Nothings – Here And Nowhere Else 411.000

Quindi, su Spotify il rapporto tra le cifre registrate dai bestseller dell’anno e le cifre registrate dagli album più acclamati dalla critica è praticamente lo stesso di quello che abbiamo riscontrato a livello di vendite: anche lato streaming, nei migliori dei casi, gli album più acclamati sono stati ascoltati circa (a grandi linee) un 7%-10% rispetto ai bestseller.

Nel 2015 cambierà qualcosa? Nonostante alcuni dei dischi elencati qui sopra possano, con il dovuto ritardo, trovare spazio nei prossimi mesi, ne dubitiamo, e i presupposti per un altro anno in cui tre ore di Grammy Awards o Brit Awards generano maggiore visibilità (e vendite) di dodici mesi di critiche positive ci sono già tutti.
8 Gennaio 2015
8 Gennaio 2015
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