Il buio del nuovo millennio
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Fabrizio Zampighi
- 15 Marzo 2014
La sala Fontana del Museo del Novecento di Milano è una specie di angolo di Paradiso in Terra: luminosa e circondata da vetrate altissime, offre una vista sul Duomo che toglie il fiato. E’ qui che gli Afterhours hanno deciso di presentare alla stampa (più o meno una quarantina di cronisti in tutto, noi compresi) l’edizione Remastered & Reloaded di quel Hai Paura del Buio? (da qui in poi, HPDB?, NdSA) pubblicato ormai diciassette anni fa. In un museo che raccoglie le avanguardie pittoriche e scultoree del Novecento ci troviamo dunque a interagire con una band che, pur non potendosi definire d’avanguardia, ha certamente segnato in maniera indelebile – tuttora lo fa – il rock italiano degli ultimi anni.
La conferenza stampa si rivela un botta e risposta costruttivo tra la platea di giornalisti e gli Afterhours presenti al completo, oltre che una buona occasione per riflettere sul percorso artistico della formazione milanese. Attraverso l’inevitabile turbine di ricordi che nasce dalle parole dei diretti interessati, riemerge un mondo che sembra lontano anni luce e invece risale solo al 1997. A parlare è Manuel Agnelli: «in quel periodo avevamo tutti dei lavoretti con cui ci arrabattavamo e di cui ovviamente non eravamo contenti. Musicalmente, dopo aver provato molte cose, siamo passati a cantare in italiano; avevamo avuto fino a quel punto un sacco di pacche sulle spalle, buone recensioni, ma nessuno che economicamente credesse nel nuovo disco, anche perché il master stesso di HPDB?, dopo averci lavorato sopra per molto tempo, era diventato troppo costoso. In più, in quel periodo c’era stato il boom dei Litfiba, per cui i discografici cercavano dei Litfiba bis, e noi forse eravamo un po’ troppo monelli per ricoprire quel ruolo. Forse ci mancava – e ci manca tuttora – anche il talento per entrare in un certo tipo di logiche. Poi arrivò Valerio Soave con la sua etichetta, la Mescal, a toglierci dall’impiccio, anche se ci fece un contratto capestro per sette dischi. Eppure fu Mescal a contribuire al nostro rilancio, e in questo senso ricoprì un ruolo assolutamente positivo nello sviluppo del progetto Afterhours. Tra l’altro in Mescal, ai tempi, si viveva una situazione artisticamente molto fertile: la label di Soave era una sorta di Factory di provincia, molto intelligente a livello manageriale. Soave stesso è stato uno dei manager italiani più lucidi e innovativi. HPDB? per noi è stato un atto di coraggio. In quel momento non avevamo niente da perdere e così abbiamo deciso di fare quel tipo di disco»
Un anno e mezzo di lavoro in sala di registrazione fatto di cura per i dettagli, sovraincisioni, ripensamenti, idee folli, che si trasforma in un disco di ben 19 brani con un titolo inquietante ma veritiero. Sorta di autoanalisi in forma di domanda, la “paura del buio” a cui ci si riferisce è il timore di scoprire chi siamo veramente, di fare i conti con le nostre aspirazioni – un richiamo diretto alla situazione che stava vivendo il gruppo in quel momento –, oltre che una metafora della voglia di osare in musica. Quel quid di inedito e di “avventuroso” che definisce, alla fine, la personalità di un artista. Il disco è una mutazione genetica di Germi, con un suono che riprende certe chitarre elettriche del dopo-grunge mescolandole al post-punk, filtrandole con “rumorismi” sperimentali, per trovare infine una formula originale: «Per HPDB?», rivela Xabier Iriondo, «siamo stati moltissimo in studio, sperimentando il più possibile, magari anche sbagliando. Abbiamo cercato di andare oltre l’utilizzo classico dei timbri messi in campo fino a quel punto. In quel periodo abbiamo forse identificato quelli che poi sono diventati i marchi di fabbrica della nostra musica. Si è cercato di caratterizzare ogni brano del disco con suoni diversi, dandogli un’ossatura personale attraverso timbri che ai tempi le band rock più dure non avevano». Da un lato la musica, figlia di una sintesi sulla carta impossibile tra avant, pop, punk/hardcore, rock; dall’altro i testi di un Manuel Agnelli volutamente irriverente, loro pure destinati a diventare un modello per le band a venire, con quel taglia e cuci di significati così peculiare. E’ il diretto interessato a certificarne la genealogia: «Ho cominciato a lavorare col cut up per caso, grazie a un libro su Burroughs che mi fece avere Giacomo Spazio. Facevo quattro o cinque versioni dei brani e poi sceglievo quella che mi sembrava migliore, aggiustando il testo per dargli un senso. E’ stata una cosa che mi ha liberato moltissimo dalla pesantezza dell’ispirazione, oltre ad aiutarmi tecnicamente nell’accostare l’italiano al rock. In seguito, quell’esperienza è diventata in qualche maniera un cliché e quindi l’ho abbandonata.».
Quando esce, il disco suggella lo stato dell’arte della band, ma è anche il parto più noto di quella scena milanese che a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta – assieme a quella torinese – diviene il punto di riferimento per un movimento musicale nostrano sempre più agguerrito. La “new wave” del rock indipendente in italiano, apparecchiata per la generazione X anche da esperimenti televisivi sfrontati come la gloriosa Videomusic, ha il nome di La Crus, CSI, Karma, Ritmo Tribale, Marlene Kuntz, Mau Mau, Casino Royale e di tantissimi altri, e fa credere per un attimo che la “rivoluzione” sia vicinissima. E invece, a sentire Agnelli, tutto si rivela un’occasione persa, un po’ per l’incapacità dei musicisti di comunicare i contenuti a livelli più “popolari”, un po’ per le responsabilità di una stampa specializzata che dopo essersi bruciata negli anni Ottanta puntando su band poi rivelatesi fallimentari, nei Novanta non investe come dovrebbe sui nomi nuovi, accorgendosi di loro solo quando la scena ha già i numeri per auto-sostentarsi. L’ambiente musicale attuale invece, a sentire Agnelli, riserva qualche buona sorpresa, anche se non è tutto oro quel che luccica: «Ci sono stati molti cambiamenti. Dal punto di vista dell’attenzione che la scena musicale riesce ad attirare, credo che le cose siano cambiate in positivo. Testimonianza ne è anche lo spazio concesso ora dalle grosse testate giornalistiche a un certo tipo di musica, spazio che una volta non c’era. Dal punto di vista della qualità tecnica dei musicisti, anche qui le cose sono migliorate. Tutti suonano molto meglio di come suonavamo noi al tempo, le produzioni stesse sono diventate più accurate. La comunicazione globale ha aiutato molto, siamo molto meno provinciali. Dal punto di vista creativo, invece, non mi sento di dire che le cose siano migliorate. Agli esordi anche noi eravamo molto provinciali, con punti di riferimento forti, a livello musicale, che cercavamo di emulare. La nostra fortuna è stata il non esserci mai riusciti, tirando fuori invece una forma ibrida e più personale di musica, che è poi diventata la nostra strada. Ora come ora molte band fanno più fatica a suonare personali; sono copie accurate di quello che si sente in giro, con una paura fottuta di essere dei diversi, di sbagliare nel mettere le virgole, e questo a discapito dell’originalità. E poi in giro ci sono meno freak, meno artisti strani, inclassificabili. In parte tutto questo probabilmente è dovuto anche al web, che è un mezzo fantastico, ma che da un certo punto di vista ha anche livellato molto la creatività, annullando la cultura dell’interscambio tra le persone e anche la protesta sociale»
Del resto la “scena” è sempre stata, per Agnelli e soci, un organismo ambivalente: da un lato rifugio ideologico e strutturale in cui autodeterminarsi e crescere, dall’altro gabbia piena di regole non scritte ma stringenti, con cui la band non è mai scesa a compromessi troppo volentieri. Il tutto nonostante quel Tora! Tora! Festival organizzato dallo stesso Agnelli nella prima metà dei Duemila per dare visibilità ulteriore a buona parte di quel mondo musicale indipendente. Tanto che nel 2009, quando sono ormai un organismo pensante senza più radici da estirpare, gli Afterhours scendono a patti col “Diavolo”, ovvero il festival di Sanremo. E’ ancora il leader della band milanese a parlare, ricordando le ragioni che hanno portato il gruppo a quel gesto: «Ho sempre vissuto i limiti della cosiddetta scena indipendente molto male. Mi sono sempre sembrati un peso, in rapporto alle possibilità creative o alle esperienze di vita che può fare un musicista. La partecipazione a Sanremo è stata un atto liberatorio, in un certo senso. E poi ne abbiamo approfittato per fare una cosa secondo me sensata, ovvero l’operazione Il paese è reale, dando rilievo più al progetto in sé, che al marchio Afterhours. E’ un po’ il principio che regola il lavoro di artisti come i Flaming Lips, band che alla fine è diventata una scusa per mille progetti diversi. In questo senso, vorremmo che gli Afterhours diventassero una sorta di megafono per situazioni artistiche che ci interessano».
E siamo al presente, ovvero l’edizione Remastered & Reloaded di HPDB?. La parte più curiosa di tutta l’operazione è ovviamente la seconda, ovvero il disco di cover in cui artisti come Mark Lanegan, Afghan Whigs, Damo Suzuki, Luminal, John Parish, Il teatro degli Orrori, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, Bachi da pietra, Le luci della centrale elettrica (e molti altri) danno una propria interpretazione dei brani originali del disco. Riletture a volte sorprendenti, che aggiungono un senso in più e una motivazione forte a quella che, alla fine, è inevitabilmente anche un’operazione commerciale: «con quel disco abbiamo organizzato una piccola festa. Pensavamo che non sarebbe venuto nessuno e invece alla fine si sono presentati tutti e abbiamo finito le tartine. A parte le battute, gli artisti coinvolti hanno risposto alla chiamata con entusiasmo e la cosa ci ha reso molto felici, al di là del risultato musicale. Il fatto che questi musicisti si siano messi in gioco cantando in italiano canzoni di un gruppo non certo noto, non era così scontato. Tra l’altro sono tutti personaggi che hanno fatto la storia della musica molto più di noi, e questo ci rende ancora più orgogliosi. Abbiamo cercato di contattare persone con cui avevamo collaborato nel tempo, senza stare a pensare a chi sarebbe potuto essere più bravo a interpretare i brani del disco».
L’appendice alla nuova edizione di HPDB? è ovviamente un tour dedicato che dal 14 marzo 2014 (data zero al Vox di Nonantola lo scorso 7 marzo) toccherà un po’ tutta l’Italia. Curioso e sui generis anche quello, dal momento che i concerti saranno incentrati sulla riproposizione fedele della scaletta del disco originale, con tanto di chitarre, amplificatori, arrangiamenti e suoni dell’epoca. Una sorta di spettacolo teatrale in forma di live a cui parteciperà sporadicamente qualche ospite e che dimostra ancora una volta come la band milanese abbia mantenuto, nel tempo, una certa ironia di fondo e la voglia di osare: «abbiamo sempre cercato di fare dischi», dice Manuel Agnelli «pensando a cosa avremmo voluto fare come musicisti e non a quali avrebbero dovuto essere le nostre urgenze professionali. Da questo punto di vista, io non mi sono mai pentito»
Intervista a Giorgio Prette
Nel pomeriggio, sempre durante la nostra trasferta milanese, abbiamo avuto modo di chiacchierare per una ventina di minuti con Giorgio Prette, batterista degli Afterhours. Uno scambio proficuo da cui sono emersi ulteriori dettagli relativi al periodo in cui la band pubblicò HPDB?, oltre a qualche riflessione a ruota libera.
Che musicisti e che persone eravate ai tempi di HPDB??
La situazione della band era abbastanza particolare. Venivamo da Germi, il primo album cantato in italiano, in seguito al quale avevamo visto i primi segnali positivi, anche in termini di interscambio con il pubblico. Eravamo molto motivati. A livello personale, invece, era un periodo di crisi e di scelte radicali. Ai tempi vivevamo in un limbo, in cui eravamo costretti a fare qualsiasi tipo di lavoro per stare a galla, pur essendo anche musicisti. E quindi abbiamo dovuto scegliere, con tutti i rischi del caso. Tutto questo, però, ha avuto un ruolo determinante nella genesi di quel disco.
In questo senso, la multilateralità dei suoni e dei generi musicali di HPDB? è dipesa anche dal fatto che dentro quel disco avete voluto mettere tutto quello che eravate in quel periodo?
Questo sicuramente. In più non c’era un’idea iniziale per l’album. HPDB? Ha avuto una fase germinale e di elaborazione molto lunga, quasi un anno e mezzo di lavoro, e le cose sono venute fuori poco alla volta.
Nei Novanta venivate definiti come un gruppo indipendente/alternativo. In generale, pensi che la definizione abbia ancora un significato oggigiorno? E cosa voleva dire, allora, essere definiti in quel modo?
Non credo che oggigiorno quella definizione abbia ancora un significato. Quando abbiamo iniziato, posso dirti che c’era un circuito di persone accomunate da un certo tipo di attitudine e che non aveva paura di fare, nel senso che l’energia che aveva dentro non era indirizzata al diventare “famosi”. Ci si prendeva sul serio, ma più per un’esigenza interiore, che con l’aspettativa di una carriera vera e propria. Nel corso degli anni poi c’è stata un’evoluzione della scena, a partire dalle case discografiche indipendenti, passando per la stampa specializzata, i tecnici e le agenzie di booking, che forse ha portato un po’ tutto a cristallizzare e, soprattutto oggi, a guardare molto anche all’immagine. Del resto non essere influenzato dal contesto in cui vivi è molto difficile, soprattutto se sei un musicista giovane.
Ai tempi di HPDB? da che tipo di musica eravate influenzati? L’idea che ci si fa guardandovi dall’esterno è che ognuno di voi avesse un proprio percorso, a cominciare dagli interessi in campo avant di Xabier…
Tuttora il denominatore comune della band è la tradizione rock americana e anglosassone, anche se poi ognuno di noi, soprattutto all’inizio, aveva un retroterra musicale tutto suo. Io, per dire, ascoltavo i Police e a quindici anni fui fulminato dai Kiss e da tutta l’ondata New Wave Of British Heavy Metal dei primi anni ’80. Manuel aveva un percorso molto diverso, in origine, legato magari più ai Velvet Underground e a Lou Reed. Io ero più vicino al punk, lui invece apprezzava di più il post punk. Crescendo, credo che gli ascolti comuni siano aumentati, come è naturale che sia.
HPDB? è stato un disco che vi ha cambiato un po’ la vita. Vi ha anche dato la possibilità di lavorare con più tranquillità al successivo Non è per sempre, un album che, personalmente, ho sempre ritenuto più compiuto, a livello musicale…
Sono d’accordo con te. E quello che dici è confermato dal fatto che mentre HPDB? ha avuto una gestazione molto lunga, Non è per sempre lo abbiamo chiuso, in mezzo a un tour, in cinque-sei mesi e avendo già le idee chiare. Di certo HPDB? ci ha dato i mezzi per fare le cose con più serenità…
Come giudichi il percorso della band fino a questo punto? Avete realizzato le aspirazioni che vi animavano in quei giorni?
Da un certo punto di vista, ti posso dire che le abbiamo realizzate al di là di ogni aspettativa. Dall’altro lato, mi pare che il percorso che abbiamo fatto sia stato molto naturale, tanto che non cambierei niente. In realtà ho sempre avuto molta paura di una crescita di consensi improvvisa per la band, mi è sempre parsa una cosa controproducente. Anche perché di solito una crescita rapida significa acquisire un pubblico di massa che però, in molti casi, è fatuo. La storia del rock invece insegna che chi dura, lo fa perché riesce a crearsi una fan base fedele e con un buon ricambio generazionale.
Male di Miele viene definita da molti come la Smells Like Teen Spirit italiana. Che lo sia o meno, ricordi da dove è venuto fuori il riff di chitarra elettrica?
[ride, NdSA]. Dalle sue mani [indicando Manuel Agnelli, seduto lì vicino, NdSA]. Non ricordo aneddoti particolari a riguardo…
Afterhours, Massimo Volume, ma anche l’ex CCCP Ferretti – solo per citare alcuni musicisti – sono icone anni Novanta che continuano a raccogliere consensi anche oggi. Credi che in un periodo di caos e di sovrabbondanza musicale come è quello che stiamo attraversando, voi possiate rappresentare, per qualcuno, una sorta di punto di riferimento stabile?
Il fatto di rappresentare un punto di riferimento può far piacere, soprattutto se il discorso riguarda la sfera più emozionale delle persone. Quando qualcuno viene a dirti che la tua musica ha rappresentato qualcosa in un periodo della sua vita, è molto gratificante. D’altra parte, abbiamo sempre cercato di rifuggire dall’essere icone, perché non ci sentiamo tali. Non siamo una religione, né una forma confessionale. E’ chiaro che in molta parte del pubblico c’è questo desiderio inconscio di cercare la ripetizione di quello che hai già fatto. Noi abbiamo sempre cercato di non ripeterci, invece, anche per rispetto nei confronti del pubblico e della nostra musica. Ovviamente la cosa ci ha sempre creato problemi. Prima citavi Non è per sempre (successore di HPDB?, NdSA): nei primi mesi successivi all’uscita del disco abbiamo ricevuto in mailing list una valanga di insulti; dopo quattro mesi, tutti avevano cambiato idea sull’album.
Pensi che il CD Reloaded della nuova edizione di HPDB? possa aiutarvi a imporvi sul mercato discografico estero? In fondo avete coinvolto personaggi di primo piano a livello mondiale…
Non lo so. Ti posso dire che nel realizzare quel disco, non ci abbiamo pensato. Quello del mercato estero è un discorso molto complesso…
Milano nei Novanta è stata un faro per la musica indipendente italiana, con molti gruppi importanti. Quale credi sia la situazione, al momento?
Credo che oggigiorno sia difficile che possano ripetersi situazioni di quel tipo, forse perché nel frattempo è proprio cambiato il mondo. Ora l’emergere di buoni gruppi è molto meno legato a caratteri geografici specifici.


