Avere (di nuovo) vent’anni. Intervista ai Ride.

“Riformiamo la vecchia band”. No, non è il film Blues Brothers e nessuno è in missione per conto di Dio. Ma l’entusiasmo per la musica, il desiderio, perché no, di rinverdire i vecchi fasti, oppure, e anche qui perché no, il bell’esempio della reunion dei concittadini Slowdive, sono tutte valide ragioni che possono avere spinto una band come i Ride a riformarsi. Con risultati che danno merito a Andy Bell e ai suoi compagni. This Is Not a Safe Place, secondo lavoro in due anni per il ricostituito gruppo inglese, è un disco per alcuni versi enigmatico, dal mood altalenante, che alterna momenti oscuri a melodie brillanti, eppure fa intravedere chiaro un disegno: riprendere non semplicemente un suono e uno stile, ma l’evoluzione che si era frenata tanto tempo fa per via di un paio di passaggi a vuoto sfociati in un scioglimento forse prematuro, chissà… Il tutto guardandosi intorno, e facendo tesoro di nuovi incontri e input esterni oltre che del proprio riconoscibile stile. Ne abbiamo parlato con Andy Bell, chitarrista e autore del combo oxfordiano (con trascorsi anche negli Oasis), che ha risposto alle nostre domande via email.

Naturalmente la prima cosa che colpisce del disco è il titolo: This Is Not a Safe Place. Con l’immagine di copertina, di questa mano protesa verso il mare che copre tutto il resto della fotografia. Non so se siete al corrente delle tragedie e delle polemiche che stanno riguardando il salvataggio dei migranti nel nostro Paese. Ma mi viene anche in mente che cosa succede da voi con la Brexit. È un concetto politico che avevate in mente o il titolo riguarda questioni più personali o astratte?

È personale, ma può essere interpretato in diversi modi e avere anche un significato più universale.

D’altra parte avete scelto Future Love come primo singolo, una canzone positiva e incoraggiante – e non solo per il testo ma anche per il suono più luminoso e brillante, sempre con un bel lavoro di chitarre e allo stesso tempo con molta melodia. Che cosa amate di questa canzone e cosa ve l’ha fatta scegliere come primo “singolo”?

Le canzoni che avevo scritto per questo album erano così dure, e giravano sempre intorno agli stessi problemi, per cui ho composto Future Love quasi come un antidoto. Avevo un bisogno disperato di una boccata d’aria fresca, e penso che sia proprio quello che porta questa canzone.

Come per il precedente Weather Diaries, avete lavorato con Erol Alkan. Per una guitar band essere prodotti da un DJ è una scelta non più inusuale ma comunque significativa. Come avete avuto l’idea di questa collaborazione e che cosa avete apprezzato di più nel suo metodo e nel suo modo di lavorare?

Da quello che sapevo di lui prima che ci lavorassimo insieme, niente poteva suggerire che ci saremmo trovati a meraviglia. Pensavo che potesse spingerci a fare un bel passo avanti in direzione elettronica, e invece ha capito benissimo l’estetica del gruppo e mi ha reso, penso, anche più ambizioso e convinto di fare davvero un disco dei Ride al loro massimo grado e non, magari, qualcosa di più oscuro e sperimentale.

E d’altro canto, siete tornati a lavorare con Alan Moulder, vecchia conoscenza non solo vostra ma di tutti i fan dell’indie rock…

Senza il mixaggio di Alan, un disco dei Ride non è un disco dei Ride, almeno per quello che mi riguarda. Questa volta si è diviso i compiti a metà con un suo protegé, Caesar Edmunds. Hanno fatto un ottimo lavoro, tutti e due.

A proposito di vecchie conoscenze, alla Wichita dove vi siete accasati ci sono persone che avevano lavorato con voi ai tempi della Creation. È per questo che l’avete scelta?

Il capo della Wichita in effetti è Dick Green, che era il socio di Alan McGee alla Creation. Ma non è l’unico motivo per cui siamo con loro. È una label brillante, e ci lavorano altre persone eccezionali: Mark Brown, che pure lui era alla Creation, e Ben Wileman, che invece è più giovane. Tutta gente fantastica.

In una vostra precedente intervista ricordo che avete paragonato Weather Diaries a Going Blank Again, per l’atmosfera che si respirava in studio e per il modo in cui avevate lavorato. Cosa mi dite di This Is Not a Safe Place?

Che è stato più simile a Nowhere questa volta.

Proprio il vostro debutto Nowhere compirà trent’anni l’anno prossimo. Oggi si usa molto celebrare queste ricorrenze. Ci avete pensato?

Abbiamo fatto un tour per i quindici anni di Nowhere. Ma non siamo stati dappertutto! Potremmo in effetti riprendere l’idea.

È evidente che avete un sound tutto vostro ma anche che il vostro modo di comporre vi porta in tanti territori diversi, dai pezzi più rumorosi ai più melodici, o a quelli più sperimentali. Eppure vi etichettano ancora come una shoegaze band, che dal vostro punto di vista potrebbe essere un po’ limitante. Come vedete questa cosa oggi?

In realtà non ci penso, ma sono comunque grato per l’attenzione che quella parolina ci ha fatto guadagnare nel corso di questi anni.

Riformare il gruppo, suonare di nuovo sul palco e poi tornare in studio… Che effetto vi fa e che differenza c’è tra i Ride di una volta e quelli di oggi? Per un suono come il vostro le nuove tecnologie sono di aiuto – o siete degli inguaribili nostalgici dell’analogico?

Suonare di nuovo insieme è stato come ritornare ad avere vent’anni. E devo dire che abbiamo queste splendide nuove tecnologie che ci aiutano proprio a realizzare quel sound che cercavamo di ottenere allora. Per cui ci sentiamo persino meglio adesso.

10 Agosto 2019
10 Agosto 2019
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