Christopher Nolan è il regista più sopravvalutato del nostro tempo?

Siamo alle solite. Ogni volta che un film di Christopher Nolan approda nelle sale cinematografiche i giudizi – sia da parte del pubblico che, colpevolmente, della critica specializzata – si polarizzano. Capolavoro! Immondizia! Così come il dibattito sulla (presunta) autorialità del regista britannico non si muove di un millimetro: sconfinata ambizione, sottile gusto per le sequenze di immediato impatto visivo, freddezza emotiva sconcertante. Cosa c’è di vero in tutto questo discorso che a ogni film ripete se stesso? Probabilmente poco o nulla. Semplicemente, Christopher Nolan è il regista che più di ogni altro della sua generazione (e anche di quelle successive) ha saputo negli anni convogliare l’attenzione mediatica e del pubblico (cinefilo e non, giovane e non) verso di sé, e non parliamo solo di campagne marketing calibratissime e centrate, stiamo parlando di dimostrare “sul campo” di poter mettere in piedi uno spettacolo unico e difficilmente imitabile altrove, ovvero al di fuori di una sala cinematografica.

Ci troviamo davanti a quel tipo di regista che solo annunciando il titolo di un suo progetto innesca la produzione di una serie di articoli infinita sul significato di quest’ultimo (prima di Tenet avvenne la stessa cosa per Inception e, anche se in maniera ridotta, per lo storico Dunkirk). Il formato preferito in 70mm IMAX “obbliga” la visione in sala che si rivela puntualmente unica e irripetibile in casa (nemmeno con gli strumenti tecnologici più avanzati per l’home theatre). L’attenzione maniacale verso tutto il comparto tecnico (dal montaggio al sonoro, passando per il montaggio sonoro) ne fa uno dei registi più esperti e dinamici degli ultimi anni e il pubblico è ormai abbastanza concorde nell’ammettere che ogni sua visione sia un’esperienza vera e propria, un richiamo naturale verso la sala cinematografica.

Il 26 agosto 2020 è uscita la sua ultima fatica, Tenet. E si è subito scatenata la corsa a chi la spara più grossa (“pietra miliare”, “quintessenza del nolanismo”, “capolavoro”, “film d’amore”, “delusione totale”, “freddezza respingente”, “Bond movie senza Bond Girl” e sono solo le meno estremiste). C’è già chi prima ancora dell’uscita in sala si è subito lanciato invocando Nolan come il salvatore della sala cinematografica, ma almeno in questo non si è sbagliato – a mio avviso. Nolan ha già salvato l’unicità dell’esperienza in sala e lo ha fatto di nuovo convincendo un gran numero di persone (ben più di quelle che gli analisti prevedevano) a tornare a riempire le sale dopo l’emergenza da COVID-19 (ancora in corso tra l’altro e in rialzo allarmante): si stimano circa 500 persone in media per sala solo in Italia. Il regista britannico non è nuovo a “missioni di salvataggio”. La prima arrivò con l’incarico di resuscitare il franchise di Batman: missione riuscita con i quasi tre miliardi incassati dalla Trilogia del Cavaliere Oscuro; con The Prestige e, soprattutto, Inception dimostrò che un blockbuster di tipo intelligente poteva duellare al box-office e affrontare a viso aperto la macchina schiacciasassi del cinecomic (e salvare le estati cinematografiche americane da un piattume generalizzato dell’offerta).

Con Interstellar – il suo progetto più ambizioso e più personale – arrivò persino a inimicarsi gran parte dei suoi seguaci (che alla pari di quelli di Quentin Tarantino, ad esempio, dimostrano di capire veramente poco del loro idolo). Nemmeno il sottoscritto ha mai amato molto Interstellar, ma non vi è dubbio che all’interno della filmografia di Nolan rappresenta un punto fermo della sua poetica, forse il punto più alto in tal senso, quello in cui la logica fredda e calcolatrice che accompagna le sue strutture narrative ha ceduto più di un passo all’emotività pura. Il contrasto tra emozione e calcolo (o algoritmo) nei film di Nolan è così netto che spesso la prima viene scambiata il più delle volte con superficialità. È probabilmente l’errore capitale nella lettura di un autore che da tutta una vita insegue il bisogno di nascondere la propria emotività dietro architetture affascinanti e irresistibilmente complicate (e tutt’altro che complesse). Era già così nello splendido esordio di Following (girato con appena 6mila dollari) e nel capolavoro (quello sì) successivo Memento, in cui già l’artificio tecnico irrompeva in maniera evidente, vistosa, ingombrante ma fondamentale e si fondeva con l’elemento narrativo.

Al termine dell’odissea interstellare (in cui tutte le azioni dei protagonisti erano governate dal sentimento e mai dalla logica), dopo il sacrificio impersonale, e per questo universale, dell’umanità in una seconda guerra mondiale eretta a scempio massimo (Dunkirk), Nolan “il freddo” si scioglie definitivamente ai nostri occhi e torna quasi bambino, senza per questo rinunciare all’enorme impalcatura che rende riconoscibile il suo lavoro. Tenet, dietro le sue macchinazioni fantascientifiche, gli enigmi generati dall’entropia invertita di oggetti e realtà, è una semplice (e complicata a un tempo) riflessione sulla fede, su quanto l’umanità sia disposta a credere negli affetti piuttosto che darsi per vinta, anche alla luce di un futuro già scritto e che pare inevitabile.

Non ci troviamo dalle parti del capolavoro semplicemente perché non vuole giocare in quel territorio, non ha quella presunzione, non ammette classificazioni in tal senso. L’obiettivo è intrattenere, divertire, emozionare se possibile, allo stesso tempo affascinare, intrigare, far ragionare lo spettatore e appassionarlo anche verso argomenti che appaiono fuori dalla sua portata. Se tutto questo è essere sopravvalutati, allora Nolan è il più sopravvalutato di tutti. Noi continueremo a tenercelo stretto (successi e inciampi compresi).