Tra sogno e solitudine. L’immensità di Andrea Laszlo De Simone

«C’è qualcosa di disperatamente commovente nel compiere sempre scelte di cuore, e pare proprio che nella direzione di una suite da venticinque minuti, senza pause, senza divisioni, sena muri, ci sia molto di questo: Andrea Laszlo De Simone osa, mescola, si denuda, ha un suono e una visione, come dovrebbe fare oggi la canzone d’autore. Dirige un’opera d’amore che non può invecchiare perché formata da due semplici e necessari elementi, un uomo e la vita». Così Beatrice Pagni inquadra perfettamente nella sua recensione Immensità, l’ultimo lavoro a firma Andrea Laszlo De Simone che ritroviamo a due anni di distanza dal sorprendente esordio (solista) Uomo Donna, con cui era entrato “in punta di poesia” nel panorama cantautoriale nostrano distinguendosi da una massa indistinta per la sua dolcezza, l’ispirazione sempre percettibile e un contrasto netto tra l’intensità delle melodie e la tenerezza (anche avvolta di un ché di grottesco) dei testi. Se l’esordio fu descritto dal suo stesso autore come un divertissement, ma pur sempre piuttosto impegnativo, questo secondo lavoro porta con sé una produzione certamente più matura e consapevole, al quale va aggiunto un incredibile lavoro sulle immagini oltre che sul suono (con tanto di videoclip dedicati a ogni “capitolo” che fanno da apripista al mediometraggio omonimo condiviso il 31 dicembre 2019). A un lavoro così spaziale e sognante non potevamo che rispondere con domande altrettanto oblique.

Sono trascorsi ormai più di due anni dalla pubblicazione di Uomo Donna, il quale ci ha introdotto nel tuo tenero e sofferente immaginario. Alla luce di quell’esordio, in che modo inquadreresti questo passaggio successivo nel tuo cammino di musicista, questo album concepito come una lunga suite, come oggi non si fa più?

Dunque. Parto sempre dal presupposto di fare qualcosa che per me abbia un senso. Così com’è stato per Uomo Donna anche per Immensità è stato lo stesso. Non si può mai sapere in quanti minuti di musica un discorso potrà essere completo… per dipanare la catarsi in Uomo Donna mi ci erano voluti quasi 80 minuti; per Immensità invece sono stati sufficienti 25 minuti. Ma intendiamoci, Immensità per me non è un EP. È un disco fatto è finito, in cui tutto si sviluppa per intero. Così come non è detto che una canzone debba durare 3 minuti e mezzo non è detto nemmeno che un disco debba durare necessariamente quanto Uomo Donna. La durata di una cosa è relativa a sé stessa e alla sua dimensione secondo me. Per esempio io sono alto 1m e 80 cm, ma questo non vuol dire che le persone debbano essere alte 1m e 80 cm per essere definite tali. Ad ogni cosa la sua misura. Detto ciò alla fine della lavorazione di Immensità per preconcetti vari anche io ho avuto difficoltà a definire e mi sono fatto aiutare per trovare la definizione corretta che è poi effettivamente “Suite”.

Cosa è rimasto invariato rispetto a due anni fa e cosa è cambiato, in termini sia emotivi e umani che tecnici e produttivi?

Ho fatto tesoro dell’esperienza precedente, sotto ogni punto di vista. Per Uomo Donna, dopo aver già registrato in autonomia, ho incontrato dei musicisti, poi un fonico (Giuseppe Lo Bue) e mi ero convinto a ri-registrare le canzoni partendo da una presa diretta. Ovviamente, all’epoca suonavo da poco con i musicisti e la presa diretta si era rivelata musicalmente ancora molto immatura, per cui in seguito avevo passato due anni a risuonare e ri-arrangiare da solo, cercando qua e la di conservare qualche parte della presa diretta, ma con moltissime difficoltà e di conseguenza tempi titanici. Alla fine lavorando ai suoni con Giuseppe avevo ottenuto un buon risultato, ma con molti vincoli e sopratutto con troppa fatica. In questo caso invece, ho fatto da solo fin da principio. Mi sono occupato dell’arrangiamento, della produzione, del suonato e di tutto quanto con estrema calma e tranquillità, in solitudine. Sono tornato alle origini, ma con qualche competenza in più. Dopo aver completato le registrazioni e l’arrangiamento de Immensità ho chiesto ad alcuni musicisti di risuonare parti dell’arrangiamento in modo che il risultato finale potesse avere degli archi e dei fiati “veri” e non simulati con sintetizzatori. Anche certe batterie ad esempio ho preferito che venissero ri-eseguite con dei suoni più particolari e curati. Lavorando in questo modo è stato tutto estremamente più semplice.

Potrebbe sembrare tu sia passato “dal terreno al cosmico”, ovvero dal cantar d’amore attraverso un’esperienza personale e intima a una più aperta all’ignoto, all’inesplorato, all’immensità del creato, appunto. Per me, invece, sembra tu stia navigando lo spettro delle illusioni, che assumono un ruolo fondamentale nel corso dell’esistenza di ognuno, praticamente salvifica. Dall’illusione dell’amore a quella del tempo.

Non ti sbagli. È un discorso in forte continuità col precedente. Il tema centrale resta l’uomo di fronte alla realtà o all’illusione di essa.

La circolarità del tempo è il concept sul quale è costruito Immensità. In un verso di “Conchiglie” si legge/si sente “Niente potrà tornare a quando il mare era calmo”: è una sorta di contraddizione interna o alludi a una circolarità per cui si ritorna al punto di partenza ma con una comprensione nuova, forse migliore?

Ogni esperienza che viviamo innesca delle reazioni. Siamo in grado di rivoluzionarci completamente molte volte all’interno di una sola vita ed elaboriamo infiniti lutti e affrontiamo infinite rinascite anche nell’arco di una sola giornata. Ci trasformiamo e ci adattiamo… e ogni volta si ricomincia, inevitabilmente, con delle basi nuove che saranno sottoposte più o meno alle stesse dinamiche: c’è una fase di entusiasmo o possibilismo (il sogno), poi la difficoltà e il ridimensionamento (la realtà), lo smarrimento e la ricerca (lo spazio) e l’accettazione e la rinascita (il tempo)… io la vedo così.

Riflettendo sulla circolarità dell’esistenza torni a privilegiare il ruolo della sofferenza come forza catartica fondamentale per acquisire la libertà interiore. Una libertà che in “Vieni a salvarmi” era ostacolata dal bagaglio culturale, e che in “Conchiglie” si acquisisce dalla consapevolezza di un cambiamento inevitabile e necessario. Ci parli un po’ di questo aspetto, sia nella tua quotidianità che nel lavoro?

In realtà la sofferenza è semplicemente una costante inevitabile e la libertà interiore è più un mezzo che uno scopo a mio modo di vedere. Diciamo che è sia “motore” che “bussola”. Non farei nemmeno un passo nella mia esistenza con un altro mezzo di trasporto.

In sede di recensione la nostra Beatrice Pagni ha scritto che una possibile chiave dell’album è “aiutare il caos ad essere vivo, fare narrazione e avere un piano che si basa sulla libertà”. Sei d’accordo con questa interpretazione?

Quello che posso dire è che ho immaginato che il caos avesse un moto circolare, anzi più precisamente spiroidale. Vorticoso. Qualcosa di simile a quando togli il tappo alla vasca da bagno.

Visto che si parla di illusioni, volevo chiederti che ruolo gioca in te l’immaginazione. È parte integrante dell’ispirazione oppure attingi sempre a qualcosa di concreto? Oppure, ancora, è uno strumento che esalta gli elementi “reali”?

Fa pienamente parte della realtà, almeno nel mio universo.

Lo scorso anno ho avuto la fortuna di assistere all’ultimo tuo live di Uomo Donna al Serraglio di Milano, dove sembrava non volessi più smettere di suonare e rimanere in eterno su quel palco. È stato uno dei live più emozionanti a cui ho assistito, e mi chiedo quanto c’è di spontaneo nelle tue esibizioni dal vivo e quanto invece è il frutto di un lavoro sull’armonia sviluppata insieme al tuo gruppo, che sembra assecondarti alla perfezione.

Le uniche cose prestabilite nei concerti sono le parti a livello musicale. Per il resto ci sono io, tendenzialmente in imbarazzo, davanti al pubblico… circondato dai musicisti che però per fortuna sono anche miei grandi amici e mi danno coraggio… poi… quello che succede, succede. Mi ricordo bene quel concerto. Mi sono emozionato tantissimo e ho provato per la prima volta dei sentimenti davvero, ma davvero positivi durante un’esibizione. Di base non ho il carattere giusto per fare i concerti, la cosa che amo io della faccenda musicale è la parte produttiva e la amo proprio perché significa “solitudine”. Ma concerto dopo concerto sto imparando a capire che c’è qualcosa da amare profondamente anche nei concerti… anche se di base faccio un po’ la guerra ad alcuni lati del mio carattere per affrontare la faccenda.

Visto tutto il trasporto che si genera ai tuoi live, cos’è che ti fa tornare coi piedi per terra e continuare a dire che questo non è il tuo mestiere, che è solo qualcosa di collaterale?

Ah beh… i piedi sono sempre per terra, sono un padre di famiglia. Oggi posso dire che la musica sta diventando a tutti gli effetti il mio mestiere, ma ci sono una serie di aspetti che non potrei mai vivere come si vive un lavoro. I dischi io ho bisogno di farli, non li faccio per pubblicarli, li faccio perché farli mi fa stare bene. I concerti invece, ecco… sono emozioni grandissime, ma forse con i figli a casa… spesso eviterei… ma come dicevamo, appunto, è anche un lavoro, ed uno bello tra l’altro, quindi… non posso e non devo lamentarmi.

Dichiaratamente sei lontano dalle logiche che muovono la creazione dei cosiddetti “personaggi” della scena musicale contemporanea (anche indipendente), ma il tuo non voler essere un “personaggio” non innesca lo stesso risultato? Un anti-personaggio? Come si sfugge a questa logica, oggi?

Non me ne occupo. Tutte queste logiche concernono un altro mestiere, appunto, non il mio.

Hai detto che Immensità suona come avresti voluto suonasse anche Uomo Donna, ovvero con l’introduzione di cori e archi e arrangiamenti che non avevi potuto inserire in quel primo album. Ti sentiresti di rimettere mano a Uomo Donna per un aggiornamento in tal senso o credi debba rimanere così com’è?

In realtà non ho detto così, o meglio, quando lo dicevo parlavo della fase live… Uomo Donna è ricco di arrangiamenti che non ero riuscito a portare anche in concerto per via del fatto che la formazione era troppo ridotta pur essendo già in sei sul palco. Ora con l’inserimento di nuovi musicisti ho la possibilità di eseguire le canzoni come le ho scritte, all’incirca.

Sappiamo che ti prenderai un periodo di pausa per dedicarti alla famiglia, ma hai già dei progetti per il 2020?

No, nessun progetto… anche perché sono le idee a rischiare di allontanarmi dalla famiglia… ogni progetto per me rischia di diventare un’ossessione…prendo una pausa proprio dai progetti…

A questo punto ci chiediamo quale sarà il passo successivo, dalla quotidiana lotta per libertà interiore al connubio tra “infinitamente grande e infinitamente piccolo”, a…?

Chi lo sa? Si vedrà… chissà chi sarò io fra qualche mese.

2 Gennaio 2020
2 Gennaio 2020
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La libertà è partecipazione: intervista ad Andrea Laszlo De Simone

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