Di talent(i) e libertà. Manuel Agnelli spiega la sua partecipazione a “X Factor”

«Libero di non essere più me / Libero di non piacerti più / Libero di buttare tutto via». Così si professa Manuel Agnelli in Se io fossi il giudice, la traccia conclusiva dell’ultimo album dei suoi Afterhours, il doppio Folfiri o Folfox, uscito da poco e già bestseller col suo mix di rock sperimentale e cantautorato al servizio di tematiche coraggiosamente “spesse” come il tumore e la medicina occidentale. «Oggi svegliandomi ho realizzato che tutto il resto è stupido, voglio provare a vivere», prosegue poi a spiegare cantando. A spiegare che l’importante è provare a essere felici gettandosi a capofitto in ogni esperienza, in ogni occasione. Senza piegarsi alle limitazioni, incluse ovviamente quelle del presunto mondo indie ridimensionato in qualche modo in un’altra traccia in scaletta, Fra i non viventi vivremo noi. La chiacchierata che segue, svoltasi proprio il giorno di maggio in cui è stata ufficializzata la presenza del musicista milanese nella giuria della prossima edizione del talent show “X Factor”, si concentra esclusivamente sui perché di una scelta tanto legittima quanto controversa.

L’annuncio della tua partecipazione a “X Factor” ha fatto prevedibilmente scalpore nel nostro ambiente, ma a ben vedere la tua storia con gli Afterhours è sempre stata destabilizzante: pensiamo alla deluxe edition di Hai paura del buio?, che nel 2014 ospitava tanto Luminal e Fuzz Orchestra quanto Negramaro e Piero Pelù, e che avete poi portato in tour…

Abbiamo sempre avuto alcuni punti di riferimento, ma allo stesso tempo abbiamo sempre avuto paura di fissare gli avvenimenti in maniera troppo “pesante”, perché il rischio è rimanerci ancorati, impantanati. Quando abbiamo fatto il tour di Hai paura del buio?, stavamo attraversando un momento molto buio, sia all’interno della band, perché i rapporti fra di noi erano pessimi, sia a livello personale, perché mio padre stava morendo e altri avevano comunque subito delle botte forti. Il tour doveva servire proprio a darci un attimo di aria: una roba facile, che sicuramente sarebbe riuscita bene e che potesse servire per mettere un punto e ripartire. In realtà è servito fino a un certo punto [dalla line up sono successivamente fuoriusciti Giorgio Prette e Giorgio Ciccarelli, sostituiti da Fabio Rondanini e Stefano Pilia, NdSA], ma perlomeno ha rotto il ghiaccio con il timore di autocelebrarsi. Quando si può, è giusto essere orgogliosi della propria personalità, del proprio percorso.

Nel 2009 c’era stata anche la raccolta Il paese è reale, collegata alla vostra partecipazione al Festival di Sanremo…

Faccio fatica ad accettare che dopo trenta anni di percorso in cui ho dimostrato una coerenza ben precisa, vengano criticate aspramente certe scelte. Non è che gli Afterhours sono andati a suonare al Leoncavallo e poi di colpo a MTV: abbiamo fatto cose simili sin dall’inizio. I servizi con le modelle per “Vogue”, i video su MTV, Sanremo, la collaborazione con Mina… adesso “X Factor”. Io ho sempre utilizzato questi media.

Ti puoi permettere di non rimanere intrappolato in gabbie…

Te lo puoi permettere se sei convinto di portare te stesso dappertutto. Tutto ciò può essere addirittura un’occasione per raccontare qualcosa agli altri. Se anche non dovesse succedere, situazioni come queste rappresentano in ogni caso soltanto delle risorse. Risorse che forniscono visibilità, mezzi e – perché no… – economie per portare avanti il tuo progetto e i progetti che eventualmente vuoi creare intorno al tuo progetto. Per esempio, io voglio fare il festival “Hai paura del buio?” e trovo un sacco di difficoltà perché, ogni volta che troviamo uno sponsor o un contesto disponibile, mi viene chiesta la presenza di un headliner nazionalpopolare. E l’headliner nazionalpopare, che ci può stare o meno, ha altro da fare, non può partecipare sempre gratis… Ecco, adesso l’headliner nazionalpopolare sono io, non ho più bisogno di reclutarne un altro e tutto è molto più facile, più semplice. L’unica cosa che non riesco a mandar giù è che la gente non abbia fiducia.

In qualche maniera rivendichi la tua libertà di azione…

Quando ero ragazzo, ho abbracciato un certo tipo di mondo, il “nostro”, perché volevo trovarci la libertà che non trovavo in giro: pensavo che lì avrei avuto la possibilità di fare quello che volevo, naturalmente di fare la musica che volevo, ma principalmente di vivere come volevo. Quel mondo lì non esiste più, è diventato “parole vuote” e alla fine corrisponde solo a un genere musicale, o più generi musicali, all’interno di un ambito che non esprime assolutamente libertà. Se non sei in un determinato modo, sei un reietto: questo non è essere liberi. La contaminazione non esiste, perché c’è un razzismo musicale mostruoso, ai limiti del fascismo. Per me che sono adulto, perché chiaramente più si diventa vecchietti più mal si sopportano impedimenti e codici, si tratta di un sistema claustrofobico. C’è una minoranza di farisei che tiene in scacco l’intero sistema. Quando parlo coi musicisti, giovani e non, leggo nei loro occhi la frustrazione per non poter dire e realizzare quello che desiderano. E tutto ciò è incredibile perché non stiamo parlando del mainstream

Dall’underground, del resto, non è che ultimamente stiano emergendo tutte queste nuove grandi proposte non allineate, almeno limitandosi a quelle in lingua italiana…

Questo è un altro tipo di problema. Imparare a costruire prima di autodistruggersi, per autocitarmi, dovrebbe divenire la regola. Se ci fosse un sistema veramente alternativo che vive di vita propria, io capirei la lotta per sostenere un ideale. La verità è che adesso bisogna ripartire e per ripartire dobbiamo costruire, e per costruire dobbiamo dialogare, portar fuori le cose… I ragazzi che hanno talento devono poter suonare ovunque: se hai i mezzi costruisci, se hai visibilità hai attenzione, altrimenti muori. Noi abbiamo autodistrutto una generazione, e la più grande pecca è stata quella di non riuscire a trasmettere la nostra esperienza a chi è venuto dopo. La nostra generazione, negli anni Novanta, aveva delle potenzialità incredibili, non solo sul piano musicale ma persino su quello del costume, ma ce le siamo giocate perché non avevamo la maturità necessaria: eravamo per certi versi dei provinciali, che avevano paura di uscire verso l’esterno. Non sto parlando solo dei musicisti, ma anche del pubblico e della stampa che ci ha sostenuti tanto, ma mai quando cercavamo di uscire dal seminato, dall’ambiente… Per dire, negli anni Novanta un festival come il Tora Tora, anche quando raccolse 40mila spettatori, non ebbe una riga sui giornali specializzati. Ci sono persone con la testa molto piccola che fanno gli hobbisti…

Beh, la verità ormai è che, di pari passo con la crisi del settore musicale, la stampa di settore a livello di numeri ha perso presa…

Non voglio esagerare, ma Manuel Agnelli che va a “X Factor” è una risorsa per tutti, non solo per me. Chi non si vuole sentire rappresentato non deve essere rappresentato da me, ci  mancherebbe, ma chi vuole può farlo. Se vado a parlare lì, vado a farlo con un linguaggio, un retaggio, una storia che attraversano tutto un tipo di ambiente che pochi altri in Italia al momento possono vantare di avere alle spalle. Vorrei che tu mi spiegassi cosa c’è di male ad andarci…

Di per sé niente, ma la concezione della musica di un contest è lontana dalla nostra, associata all’essere davvero musicisti…

I musicisti che intendiamo noi, infatti, non ci vanno. La verità è questa: se non ci andiamo, non possiamo lamentarci di non esserci.

Dall’altro lato, è come se il pubblico – che sviluppa un senso di appartenenza nei confronti di un determinato artista – si trovasse privo di punti di riferimento a delimitare il suo microcosmo, quindi grida al tradimento…

Cosa c’è di falso da parte mia ad andare a “X Factor”?

È il contenitore che non collima con il nostro tipo di cultura. Poi, sì, possiamo inserire parte dei nostri contenuti in quel contenitore…

Nell’ambiente del quale facciamo parte, io non mi ci riconosco. Quando vado ai concerti e vedo l’atteggiamento delle persone, quell’atteggiamento non mi piace. Allora, a quale ambiente appartengo? Sicuramente non a quello di “X Factor”, per carità, così come non a quello del mainstream, ma neppure al “mio”. Io non ho più un ambiente di riferimento e una parte del mio ambiente, o di quello che era il mio ambiente, mi odia, mi disprezza da anni e mi dà del “venduto” per qualsiasi inezia. Per fare discorsi da adulti devono esserci elementi sui quali discutere, che possono essere anche etici, ma devono essere concreti. Se stiamo parlando di tifo, è veramente un’altra faccenda. Posso cimentarmi in una discussione se i termini sono seri, ma non posso buttarmi in una discussione di post-adolescenti che non capiscono un cazzo, non più. Sono troppo vecchio, come si dice nel film La grande bellezza, per perdere tempo con cose che non mi interessano. Se questo mi deve costare qualcosa, il prezzo sarà sempre inferiore rispetto a quello che pagherei rimanendo in una gabbia. Perché per me attualmente un certo tipo di ambiente è una gabbia. Parliamoci chiaro, anche nel nostro ambiente funzionano proposte che rientrano nei codici, perché – come dicevamo prima – dovrebbe esserci una libertà che non c’è. Per cui funzioni un pochino solo se stai dentro un certo tipo di filone e frequenti un certo tipo di persone, accettato da questa élite del cazzo. Un meccanismo che fa schifo.

Ma andando a “X Factor”, in fondo, non ti vuoi anche semplicemente divertire?

Mi sono divertito come un matto a Sanremo, sebbene la gente ancora stenti a crederci. Al di là di tutto, sono convinto che la maggioranza delle persone che ci seguono ha una testa e una capacità di pensare con profondità, senza regolette, senza presunte tavole della legge… Se ascolti quel disco o vai in quel club o ti metti quelle scarpe, sei uno sfigato… Ma di che stiamo parlando? Di alternativa sociale, di lotta politica, di extraparlamentarismo? Ma no, cazzo. Stiamo parlando di coglionate. E quando muore tuo padre, tuo sorella, un parente o una persona molto cara, queste coglionate ti fanno anche incazzare. Per cui ho avuto una repulsione molto forte verso questo tipo di discorsi, ma per fortuna sono riuscito a non contaminare la mia passione per la musica. La mia partecipazione a “X Factor” non è solo un gesto che mi servirà a raccogliere risorse per portare avanti dei progetti, fare l’adulto e stare bene – perché quello che voglio fare è innanzitutto stare bene – ma è anche un gesto di rottura verso un determinato tipo di ambiente, all’interno del quale non voglio più essere confinato. Questo non vuol dire rinnegare me stesso, perché io non sono mai voluto stare dentro nessun ambiente a queste condizioni. Io sono la vostra emanazione, nel senso che mi sporco le mani andando a “X Factor” e ricevo tutta la merda del caso, ma al contempo prendo visibilità per “voi”. Approfittare tutti insieme dei vantaggi che ne possono derivare, darebbe un senso più grande anche a me nell’affrontare questa avventura.