Parlando della Mia Generazione. Intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

Che nessuno pronunci la parola celebrazione di fronte a Mauro Giovanardi. Questo progetto è un omaggio alla sua generazione, intesa come quella compagine di band e artisti che ha riscoperto l’italiano dopo essere cresciuta a pane e post-punk anglosassoni negli anni ’80. Un tributo ai compagni di quella avventura irripetibile. En passant, anche a se stesso, visto che con i La Crus ne è stato uno dei protagonisti. Per chi ha vissuto quegli anni dalla parte del pubblico, Afterhours, Marlene Kuntz, CSI, La Crus, Subsonica, Massimo Volume e gli altri artisti di quella generazione hanno cambiato davvero le regole del gioco e rappresentato la fine di un autoesilio. Finalmente ci si poteva riconoscere e identificare con qualcuno che cantava in italiano fuori dagli stereotipi della canzone sanremese, del pop e anche del rock nostrani. Con i suoni con cui si dialogava costantemente in inglese ora si poteva parlare nella propria lingua. Di questo racconta il disco, oltre che del percorso di un cantante che ha scoperto allora di poter cantare in un modo diverso e oggi di essere maturo abbastanza per avventurarsi in un progetto pieno di insidie, come ci confida lui stesso parlandoci di questo album di cover che, parole sue, è stato «tanto cuore ma anche tanto cervello». Lo lasciamo volentieri dilungarsi nei suoi racconti.

Come nasce l’idea di questo disco? E perché hai scelto di farlo proprio adesso?

Ci pensavo da un po’. C’erano delle canzoni che era da un po’ di tempo che avevo intenzione di rifare. Ma mi sono sentito pronto adesso. Mentre pensavo a questo disco, mentre iniziavo a concettualizzarlo – perché è stato fatto con tanto cuore ma anche con tanta testa – mi sono reso conto che era uno dei progetti più difficili e pericolosi che avessi mai intrapreso, e anche dal punto di vista dell’interprete rappresentava una prova davvero difficile. Vedi, è molto più facile cantare un pezzo di Tenco di uno di Ferretti. Perciò dovevo sentirmi pronto, perché nella fotografia di quella stagione avrei voluto mettere anche cose che non “mi appartengono”. Ho cercato di rispettare di ogni brano lo spirito originario, cercando di farne una versione mia che fosse credibile, che tenesse botta, anche se in alcuni pezzi c’era un carico di difficoltà in più per me per il modo in cui dovevo “portare” la voce: Aspettando il sole, Forma e sostanza e Il primo Dio non sono canzoni come io le intendo. Però ho sentito che ero pronto per fare questo passo e mi sono detto: “Proviamo a casa a scalare anche questo Everest”. Scherzo eh, ma si tratta comunque di un disco dove ho dovuto per forza tenere alta la concentrazione dall’inizio alla fine. Non volevo che nessun passaggio avesse quel sentore di retorica della nostalgia o da “come eravamo fighi”.

Il disco ha un suo suono, nonostante il materiale di partenza siano cover di artisti così diversi. Come avete lavorato agli arrangiamenti e chi ti ha dato una mano nel creare queste versioni?

È stato lungo… È stato un lungo processo fatto di appunti e di preproduzione con i miei musicisti: Leziero Rescigno, che suona la batteria dal 2001 con me e coi La Crus, ed è anche un produttore bravissimo; Marco Carusino, un chitarrista pazzesco; Gianluca De Rubertis al pianoforte (un artista e un autore bravissimo). E Lele Battista: abbiamo registrato nel suo studio tutto il disco e ho voluto dare a lui il merito della direzione artistica complessiva nelle note e nei crediti di copertina. Un ulteriore elemento di complessità, se vuoi, è stato lavorare fin dall’inizio pensando a un disco di un solista che suonasse come un disco di una band, proprio perché la nostra scena era fatta più da band che da solisti.

Dicevi che è più difficile interpretare un brano dei CSI cantato da Ferretti rispetto a una canzone di Luigi Tenco. Qual è la differenza più grande tra rifare a modo tuo delle canzoni “classiche” e misurarti con la musica degli altri della tua generazione?

Sono due cose molto diverse. Rifare un pezzo di Tenco e di un’artista di quell’epoca è da una parte un confronto importante. Allo stesso tempo, paradossalmente quel pezzo è così tanto distante da te che, proprio perché è passato qualche decennio e il tuo background è completamente diverso da quello di Tenco, facendone una tua versione, con il tuo background, già solo per questo verrà fuori qualcosa di originale, a partire dai suoni e dall’approccio vocale: anche una versione semplice per piano e voce sarà comunque diversa, per approccio e per attitudine, da Tenco. Fare quel lavoro su cose a te contemporanee è un po’ più difficile. Ti faccio un esempio: Ennio Morricone nella seconda metà degli anni ‘60 scriveva e arrangiava per Mina, per Paoli, per Endrigo. Reverberi (Gian Franco), anche. Se tu ascolti una qualsiasi di quelle canzoni, ti rendi conto che finché non entra la voce potrebbe appartenere a qualunque artista… Orchestrazioni pazzesche, scrittura molto colta, ma il pezzo poteva essere in teoria di chiunque. Noi eravamo esattamente l’opposto. Ognuno di noi faceva il più possibile per essere diverso dagli altri. Ho avuto quindi la necessità di lavorare su ogni brano come se fosse mio, per compattare tutto questo materiale che poteva essere folk, come i Mau Mau, rock, come gli Afterhours, rock deviato, come i Marlene, rock and roll come i Ritmo Tribale, trip-hop come i Casino Royale o gli Ustmamò del disco con Vernetti… è un lavoro molto più complesso rispetto a una raccolta di cover di artisti del passato, anche se con quella ti sembra di rischiare di più.

Fin dai tempi dei La Crus ho sempre tenuto a portare avanti le mie due anime, da una parte l’autore puro e dall’altra l’interprete che va a recuperare le canzoni del passato. Perciò ho dovuto lavorare molto sull’espressione, come magari il resto dei miei colleghi non ha fatto (perché facendo sempre le tue cose non ce n’è bisogno). Per me invece è stato sempre intrigante capire come avrei potuto sfruttare la voce al meglio in questo lavoro di recupero sui pezzi degli altri. Ma come ti dicevo rimane più facile cantare un pezzo di Tenco o di Paoli, perché nessuno di noi, a parte i La Crus, aveva questa idea della forma canzone a tutti gli effetti. Per rifare alcuni pezzi abbiamo dovuto aggiungere un casino di musica… Cose difficili dei Casino Royale girava su un accordo. Proprio per necessità dell’S900 [il sampler Akai S900, NdSA]; se ci fai girare un campione e lo stretchi troppo si spappola, quindi la possibilità di cambi di accordi è minima. Sui primi dischi dei La Crus mi sono fatto un culo pazzesco: la nostra idea era usare la metodologia dell’hip-hop per cantarci sopra invece di rappare, ma spesso avevo strofa e ritornello con gli stessi accordi perché c’era un solo campione che girava per tutto il pezzo; la soluzione che abbiamo trovato fin dall’inizio in tanti brani è stata fare scendere il preinciso di un semitono o di due – perché il campione non lo potevi stretchare di più – in modo che poi quando partiva il ritornello ti dava una sensazione di apertura. Ma in realtà erano sempre gli stessi accordi. Alcuni pezzi per La mia generazione li abbiamo dovuti proprio ricostruire, lavorandoci in studio. Mi ha fatto piacere quando ho fatto sentire a Patrick dei Casino Royale la versione di Cose difficili e lui mi ha detto: “«Bellissima, superstilosi gli accordi in più che ci avete messo».

È anche per evitare le strade scontate o l’effetto nostalgia che hai scelto di avere degli ospiti nel disco, ma non nei loro pezzi?

Sì, diciamo che fin dall’inizio avevo deciso che non ci dovessero essere ospiti in più di quattro brani. In uno me ne sono “inventati” due [Emidio Clementi e Cristiano Godano in Forma e sostanza]. Non volevo che fosse un disco di duetti. Non volevo che fosse un circo. Uno, perché mi sembrava più divertente così. Due, per sottolineare l’unità di quella scena. Io, Manuel, Samuel e Mimì eravamo tutti della Mescal e ci si vedeva sempre, si facevano un sacco di cose insieme. Mi sembrava più divertente non farli cantare nel loro brano e in più mi sono messo nei loro panni. Se avessi fatto al contrario, avrei creato loro più difficoltà. Quando canti un tuo pezzo da vent’anni lo hai interiorizzato così tanto che secondo me viene meno difficile cantare il pezzo di un altro rispetto al tuo che canti da sempre… E poi sarebbe stato un po’ scontato. Fai un pezzo degli After e inviti Manuel… No, facciamo un pezzo degli After e lo canto io. Perché canto meglio – e questo lo devi scrivere [ride, NdSA]…

Come ti sei trovato invece con la cover di te stesso, a rifare Nera Signora?

Quello è stato uno dei pezzi più difficili. Il primo singolo dei La Crus, il nostro primo video. È un pezzo che rappresenta tanto. In tantissimi mi hanno scritto perché erano curiosi di sentire la nuova versione. Ero molto indeciso se rifare un brano dei La Crus, alla fine l’ho voluto fare non tanto per i La Crus ma per me, per raccontare a chi ha sentito per un sacco di tempo quella versione di quanto sono cambiato e mi sono trasformato io rispetto a quel momento storico, quanto lavoro ho fatto sulla mia voce e intorno alla mia voce. Avevo dei dubbi perché mi sembrava un po’ troppo autoreferenziale ma poi mi sono convinto. Mi prendono per pazzo quando lo dico, ma faccio una fatica incredibile a sentire i primi dischi dei La Crus, ma proprio tanta fatica, non tanto per la musica ma per me, perché sento un casino il cambiamento dall’inglese all’italiano, quanto è stato difficile, e io mi sento più piatto, con meno colori, sento che non mi ero ancora appropriato fino in fondo della lingua. Probabilmente risentivo ancora tanto del mio sentire musicale: i cantanti della maggior parte dei gruppi inglesi new wave degli anni ‘80 avevano uno stile molto monocorde, e non ho capito ancora se il mio modo di cantare dell’epoca era influenzato da quel mio background o dal fatto che non ero ancora capace fino in fondo di usare la mia lingua. Anche per questo ho voluto rifare Nera Signora, per far vedere, anche a me per certi versi, in questi vent’anni quanto sono cambiato, quanto ho lavorato con la mia voce, quanto ho lavorato sul mio immaginario musicale. Mi piace molto com’è venuta, è supercinema, mi piace perché c’è dentro Morricone anche senza il maestro…

Se ti dovessi chiedere il tuo pezzo preferito di questo disco?

Come brano originale o come nuova versione?

Tutti e due.

Allora come originale è una bella lotta, questi brani li ho scelti perché mi piacevano tutti tantissimo. Forse direi Stelle buone. Per come è venuta la nuova versione, Corto maltese. Mi sono stupito io per primo, sentendo l’originale dei Mau Mau e la mia interpretazione, di quanto sia un’altra canzone e di come questa canzone nuova sia il risultato più “lacrusiano” di tutti. Anche più di Nera Signora. Dalla voce di Aspettando il sole e Il primo Dio sono contento, di tutte le mie interpretazioni in questo disco sono contento, ma quando sento la voce di Corto maltese, quando mi sento così mi viene da dire a me stesso: “Sei diventato un cantante vero”.

Se ti dico che c’è qualcosa anche dei Carnival of Fools, in questo disco, come mi rispondi? Ci ho sentito tanto blues, tanto Nick Cave…

Ti dico che hai sentito giusto. Hai sentito tanto blues. Hai sentito quelle chitarre di una volta. Sicuramento in questo disco c’è molto più dei Carnival of Fools di quanto ce ne fosse nei La Crus. Indubbiamente. Ma perché sono anche i miei gusti veri. Io ascolto tanto blues, quello del Delta, acustico. Ascolto tanto Nick Cave, i dischi vecchi, non quelli nuovi, tranne l’ultimo che è bellissimo. Era tanto che non faceva un disco così. Ho iniziato a sentire meno lui come Tom Waits, perché mi sembrava da un certo punto in poi di ascoltare Nick Cave che rifaceva Nick Cave e Tom Waits che rifaceva Tom Waits. Nella nuova Nera Signora ci sono i Bad Seeds e Morricone, quel tipo di chitarre dei gruppi beat, dei gruppi surf, dei Cramps, è il suono di chitarra che adoro, che abbiamo usato poco nei La Crus e che invece era proprio quello dei Carnival.

La tua idea è stata un po’ di celebrare…

… No, omaggiare.

Pardon… omaggiare una generazione di musicisti che riscopriva l’italiano. Riscopriva la possibilità di cantare nella propria lingua su una musica che non era italiana come estrazione sonora, o che come dici tu non era la canzone classica di matrice sanremese. Che cosa ha convinto anche te che cantavi in inglese a passare all’italiano? C’è stato qualcuno in particolare, c’è stato qualcosa che ti ha fatto cambiare rotta?

Ci sono state tante cose. Io sono stato uno dei quattro fondatori della Vox Pop e abbiamo pubblicato un pacco di roba in quegli anni. Era una cosa che sentivi dai demo che arrivavano e dalle cose che iniziavano a far parlare un po’ più di sé. Hanno iniziato le posse, poi i gruppi che cantavano in dialetto. C’era nell’aria questo sentore – forte eh – per tutti noi, che per la maggior parte cantavamo in inglese; sentivamo che lo sforzo di quelli che iniziavano a confrontarsi con la propria lingua in un modo o nell’altro veniva ripagato. Perché la gente in prima fila ai concerti capiva le parole… Io ho avuto un background musicale prevalentemente anglofono negli anni ‘80. Prima andavi a Londra e rimanevi flashato da Johnny Rotten che diceva: “Facciamo tabula rasa dei dinosauri musicali, facciamo tabula rasa dei Genesis, dei Pink Floyd, degli Stones”. E tu nella tua italietta facevi tabula rasa dei Vecchioni, dei Venditti, dei De Gregori. Ma i riferimenti nostri erano tutti anglosassoni. Credo che la congiunzione astrale favorevole sia arrivata nel momento in cui noi siamo maturati e le major hanno capito che questo movimento poteva essere recepito da un pubblico più vasto. È successo che a un certo punto siamo passati tutti dai concerti di fronte a cento persone a quelli davanti a due-tremila. Tutti quanti ci chiedevamo: “Ma tutta questa gente dov’era fino all’anno scorso?”. Mi rendo conto che la botta è arrivata perché una fetta importante di pubblico – che oggi chiamerebbero un target – con un background di musica non italiana era orfana di gruppi italiani che raccontassero quello stesso sentire nella propria lingua. L’importanza storica del nostro momento musicale è stata questa: abbiamo riempito uno spazio e questo spazio, che era molto grande, ha fatto sì che pur non passando in radio (forse proprio i La Crus sono stati i primi a sdoganare Radio Deejay con Un giorno in più e poi l’anno dopo sono arrivati i Subsonica con Sanremo) paradossalmente avessimo un seguito maggiore di artisti pop che in radio passavano tutti i giorni. E arrivavamo addirittura in classifica, come i CSI, senza il supporto delle radio e delle televisioni, ma solo del pubblico che aveva voglia di sentire una certa musica cantata in italiano. Davvero ho cercato di fare un omaggio nella maniera più onesta, sincera e anche umile. Come un attore che si mette a disposizione del copione, io mi sono messo a disposizione di queste canzoni per raccontare un momento. La maniera più sincera in cui lo potessi fare era proprio questa: tutte le canzoni dovevano sembrare mie.

Hai detto che la vostra è stata un’epoca irripetibile. Cos’è cambiato oggi rispetto ad allora?

Tutto. È irripetibile come tutte le grandi rivoluzioni, che sono possibili appunto per delle congiunzioni astrali. Così come è irripetibile la stagione della seconda metà degli anni ‘60, della rivoluzione del rock, o quella del ‘77. Per noi è lo stesso. È proprio cambiato il modo di pensare della società… Ai tempi ancora votavo, figurati… Non potrà più succedere niente di quello che c’è stato prima di Internet. Tu hai vissuto quella stagione e per te era più importante andare a un concerto che mettere un “mi piace”, no? Perché volevi fare parte di quella cosa. Oggi puoi farlo solo con un like ma non è lo stesso. È tutto più strano no? Diventa più importante fare una foto che non godersi il concerto, cercare di capirlo. Non si ripeterà più quello che è successo allora perché il nostro modo di pensare è proprio cambiato…

26 Settembre 2017
26 Settembre 2017
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