We’re getting ready for the sound. Intervista agli Algiers

Praga è una città suggestiva, a metà tra il luogo che ha dato i natali a Franz Kafka e il primato mondiale per consumo di birra. Quando Matt Tong risponde al telefono, i suoi colleghi sono alle prese con il check in all’albergo. Gli Algiers sono in viaggio per Vienna, prima tappa di un tour europeo che toccherà l’Italia il 26 febbraio al Monk di Roma e il 27 febbraio al Circolo Ohibò di Milano (annullata causa Coronavirus).

There Is No Year è arrivato a gennaio e ha segnato un allontanamento dal sound delle origini. In Algiers il post punk e la rabbia montavano su canzoni violente e muscolari, il successivo The Underside of Power ampliava il discorso spostando le coordinate su assi temporali e geografici come la Manchester a cavallo tra Settanta e Ottanta, e la Detroit del periodo d’oro Motown. Il terzo disco del quartetto volta le spalle quasi del tutto al passato o, meglio, lo mitiga in ritmi più dilatati e canzoni meno nervose. Con Tong partiamo da qui, gli chiedo quindi di descrivermi questo percorso. Con il suo effluvio di parole, mi spiega: «C’è da dire che negli ultimi anni siamo stati davvero molto in tour, questo ha significato suonare tanto e renderci conto delle infinite possibilità compositive da sperimentare. Credo, poi, che il sound si sia adattato nel tempo allo storytelling che col tempo è diventato più dettagliato e profondo. Infine, penso che il tempo abbia inciso. Intendo dire che, suonando da anni ormai, gli equilibri si sono consolidati e hanno indirizzato il nostro mood verso scenari più ampi».

Seguo gli Algiers dal loro primo singolo e anni fa intervistai Franklin James Fisher. Si dimostrò un vulcano; avido lettore, attivista e, per forza di cose, attento a spiegare nel dettaglio i suoi testi. La domanda, direbbe qualcuno, sorge spontanea e chiedo quindi a Matt se i versi di Fisher rappresentano le sensazioni della band. Tong ci pensa un po’ e mi dice che il suo collega è l’autore più flessibile che conosca: «In ogni disco cerchiamo di raccontare il mondo che ci circonda. Ovviamente partiamo da un’idea generale condivisa, ma poi Franklin personalizza con le sue sensazioni, le drammatizza, trova i ponti con eventi passati o contemporanei». Infatti, i collegamenti a Black Panther, Malcolm X, Patrice Lumumba o Thomas Sankara si ritrovano in molte canzoni, non fa eccezioni There Is No Year.

Quello che forse manca nel terzo disco degli Algiers è un singolo forte com The Underside of Power, Tong è d’accordo ma spiega che in un mondo superficiale in cui tutto è consumato rapidamente non è una cosa negativa. Arriviamo così a un altro punto focale, il lavoro in studio che rende ogni momento di un brano ricercato e suggerisce un ruolo attivo dell’ascoltatore. Secondo Matt il tutto scaturisce dal background comune e individuale della band, anche se la maggior parte dei dettagli riguardano intuizioni più che precise esigenze estetiche o concettuali. Ci spostiamo, quindi, al tour che è una fase molto sentita dagli Algiers: «Suonare i pezzi nuovi davanti a un pubblico nuovo è una sensazione indescrivibile. Fa venire ancora un po’ di ansia, ma è giusto sia così».

Non potevo perdere l’occasione di chiedere a Tong com’è cambiato il suo modo di suonare la batteria dai Bloc Party agli Algiers. Ero un po’ timoroso per il suo abbandono della band britannica e, soprattutto, per la scelta del superstite Okereke di celebrare Silent Alarm con una lineup diversa. E invece, Matt-fiume-in-piena-Tong mi racconta di quando a sedici anni ha preso le bacchette in mano e ha scoperto che le drum machine dell’hip hop hanno ispirato qualche sfumatura del suo approccio allo strumento, dell’analisi, dell’essersi spostato negli Stati Uniti per il senso di “oppressione” che affetta il Regno Unito, del sentirsi “esausto” dopo i tour con i Bloc Party, dai quali se n’è andato perché si sentiva usurato a lungo andare e, infine, dopo un bel “so” eccoci alla risposta: «Bella domanda, ci credi che nessuno me l’ha mai chiesto? Nei Bloc era tutto energico e fiammeggiante, con gli Algiers ho dovuto far fronte a una spiccata teatralità dei miei compagni e a uno spazio maggiore nelle canzoni, momenti in cui il silenzio è rotto da una potente distorsione. A ripensarci, avrei fatto questa scelta a prescindere da tutto!».

Non è più un ragazzino Matt, il suo obiettivo è fornire il miglior supporto alla musica e a un “cantante eccezionale”. È anche per questo motivo che gli Algiers sono una delle band più incisive sul fronte live e singolari per l’apparato etico-concettuale che la contraddistingue. C’è, infine, un’ultima ragione per avvicinarsi ai dischi del quartetto e andare ai suoi concerti: gli Algiers sono grandi appassionati di musica, che ti parlano per ore dei loro ultimi ascolti e si segnano i tuoi. D’altronde, è proprio un certo tipo di umanità che al giorno d’oggi è percepita come un’eccezione e non un tratto comune a noi cittadini del terzo millennio.

23 Febbraio 2020
23 Febbraio 2020
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