Matmos, foto per la stampa (2020)

Il suono è un modo per essere toccati dal mondo. Intervista a Drew Daniel dei Matmos

I Matmos con The Consuming Flame: Open Exercises in Group Form, loro dodicesimo disco, hanno segnato questo scurissimo, distopico 2020 con un lavoro torrenziale ed ispirato, con allegata una mappa gigante per capire chi suona cosa e quando, stante la mole di partecipanti. Curiosi, ironici, acuti ascoltatori, onnivori consumatori ed esploratori del mondo come oggetto sonoro da venticinque anni, Daniel e Schmidt hanno allestito un catalogo delle possibilità combinatorie e ricombinatorie della contemporaneità, quasi un messaggio da recapitare ad eventuali civiltà di possibili altrove. Muzak da ascensori per il patibolo, stasi, estasi, labirinti, labirintiti, lampi, satori, rumori, discoteche a zero gravità: tutto si tiene nell’universo in consunzione, in questi esercizi aperti, audiolaboratori per sperimentare sulla forma del gruppo, esercizi di digidemocrazia, dialoghi tra cuori, tasti, corde, macchine. A tutti e novantanove i musicisti coinvolti è stato chiesto di inviare materiale che rispettasse una sola regola: pulsare proprio novantanove battiti al minuto.

Di questa attitudine volutamente discontinua e caleidoscopica, di un’idea di Rinascimento teletrasportato nell’Antropocene, del blob che è l’America e di tanto altro abbiamo parlato con Drew Daniel: l’intervista è stata fatta giusto a cavallo delle elezioni di novembre, prima di avere certezze sul voto che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutto il mondo. Il non-musicista ci ha condotto nei labirinti degli audiolibri fitti di note, rimandi e didascalie, come in una enciclopedia glitch illuminista da apocalisse, a volte rispondendo alle domande con altre domande, sempre senza perdere tenerezza ed ironia; come recita una voce ad un certo punto nel disco, epitome della nostra era: «Ci siamo incontrati su Tinder. Siamo morti poco dopo.»

Ho trascorso un mese negli Stati Uniti nel 2002, nel nord della California e nell’Oregon, e di quel viaggio ricordo (più o meno) nitidamente la scena dei Deadheads a Berkley e Oakland, i paesaggi maestosi e giganti, ma anche qualcosa che faccio fatica a verbalizzare ma che ha a che fare con un malessere legato al modo in cui il megacapitalismo a stelle e strisce ha organizzato città, vite, sentimenti. Ho incontrato un sacco di persone adorabili, ma avvertivo anche la solitudine, ovunque. Sono troppo europeo, comunista, depresso o altro? So che è probabilmente una domanda sciocca, perché stiamo parlando di un continente e stiamo (s)ragionando di massimi sistemi, ma potresti definire cosa è per te l’America? Più vicino a Living in America di James Brown da Rocky, al Pasto Nudo di Burroughs o alla scena musicale di Louisville e/o Providence? Comunque si provi a definirlo, sfugge, è come un blob inarrestabile, no? E forse Drumpf è solo un personaggio di questo strano b-movie…

Drew Daniel: È troppo difficile rispondere. Non riesco a definire l’America! Rispetto a molte altre società siamo ancora un paese giovane e le cicatrici del genocidio e della schiavitù testimoniano le disparità che sono l’aspetto peggiore di questo luogo. Tutti gli stati nazione sono “innaturali” e sono tutti telai posti attorno a un insieme instabile di elementi che possono sfaldarsi o ristrutturarsi. Mi piacciono alcune parti e odio altre, forse è così? Il paesaggio naturale è molto bello e alcune delle cose che le persone in certe comunità hanno escogitato sono molto stimolanti, quindi non voglio semplicemente denigrare tutto il pacchetto. Sono grato per il bluegrass e la musica house e il punk rock e alcuni gustosi cibi regionali, per le vecchie canzoni ed il movimento operaio e le parate queer, ma tutto questo è comunque suo malgrado intessuto dentro e intorno a una storia fondamentalmente fottuta di saccheggi e distruzione. Al nostro meglio, possiamo fare cose belle. Nel peggiore dei casi, siamo assassini di massa. Concludo con una domanda, piuttosto che con una risposta: il primo aspetto che ho appena descritto conta più del secondo?

Ti scrivo il giorno delle elezioni, non so quando potrai leggere e rispondere: quali sono i vostri sentimenti di musicisti, intellettuali (posso dirlo? Qui in Italia a volte suona come un insulto!) e coppia gay di questi tempi bui che gli USA stanno vivendo? C’è ancora speranza di una via uscita dal tunnel, in qualche modo? Biden sarebbe stato comunque una vostra scelta?

Alcune settimane fa io e Martin abbiamo votato per posta per Biden. Per quanto mi riguarda, l’ho fatto non perché sono un grande fan del nonnino neoliberista, ma davvero puramente a scopo strategico per liberarci di Trump; ora vediamo che probabilmente non se ne andrà in silenzio, e potrebbe esserci un colpo di stato. È stato un periodo orribile negli Stati Uniti per molto tempo: Trump è il sintomo, la white supremacy ed il capitalismo sono le malattie, e hanno radici più profonde di uno stupido politico famoso e del suo culto della morte. Penso che l’ unico aspetto positivo sia che le cose sono così palesemente fraudolente ora che le persone non saranno più in grado di ignorarle. Sono stato molto ispirato dal Black Lives Matter nel nostro paese, perché è grazie a movimenti di questa natura che vediamo i problemi strutturali di base che vengono finalmente portati a galla.

Matmos, still dal clip “no concept”

Il vostro ultimo disco è una sorta di Encyclopedia: aspirate ad essere il D’Alambert e Didedot della musica elettronica? Siamo davvero lontani da una filosofia del suono improntata al less is more…

Siamo minimalisti nella misura in cui per ogni lavoro ci affidiamo ad una sola idea guida (dal registrare suoni artificiali di ogni tipo, al chiedere un contributo libero a 99 bpm ai musicisti come in questo ultimo lavoro, ndSA) ma il risultato finale – suonando barocco e forse anche disordinato – si discosta da quella estetica. Per me, un’attitudine di questo genere è più onesta di quanto non lo sarebbe una estetica sobria che in realtà non mi appartiene. Mi rendo conto, non è per tutti, ma è la nostra!

Raccontami i tuoi primi ricordi musicali…

Onestamente il primo ricordo musicale è cantare la canzone The Itsy Bitsy Spider con mia madre, soprattutto la memoria tattile di essere accarezzato mentre la cantavo. Ho anche qualche flash dell’ascolto di un disco di Pierino ed il Lupo: come l’ho amato – e come ho amato la pericolosa musica del lupo e quella gioiosa dell’uccello. Stiamo parlando non di puri ricordi di musica ma di musica e linguaggio, o musica e idee, intrecciati indissolubilmente.

“Se potessimo sentire contemporaneamente tutto il suono del mondo, impazziremmo”: Charlie Parker. Cosa ne pensi, sei pazzo, allora?

Ho letto descrizioni di schizofrenia che definiscono questa condizione come essere in una stanza con venti persone che ti parlano contemporaneamente, ed in effetti questa immagine mi appare e mi suona terribile. Suppongo che parte della produttività degli adulti dipenda dalla capacità di ignorare o mettere tra parentesi stimoli che non sono “importanti”, ma alcune forme di ascolto richieste dalla sound art sembrano trarre potere dall’ignorare quei mandati. Le intuizioni di Cage sono rilevanti qui: si tratta di prestare attenzione ai doni che ci fa il mondo. Certo, tutto questo potrà sembrare sciocco alle persone che vogliono solo andare avanti con la loro giornata, ma pazienza!

Ti ho conosciuto a Reggio Emilia anni fa e ricordo bene il percussionista al concerto finale dopo il seminario che suonava le rose. Una verità costante, se ce n’è una, sulla tua musica potrebbe essere che c’è suono in ogni cosa. Sei d’accordo? Inoltre cos’è il silenzio per te?

Mia madre lavora nell’ambito dell’istruzione per non udenti e ho alcuni amici con problemi d’udito. Dunque sono particolarmente interessato alla linea di demarcazione tra le vibrazioni, che non sono altro che onde fisiche, ed i sistemi viventi che hanno la capacità di trasformarle in suono. Il suono è un modo per essere toccati dal mondo (prendere in prestito da un senso per spiegarne un altro), è solo un percorso tra gli altri modi di vivere il mondo come uno spazio di forza. Sperimento il silenzio in modo puramente soggettivo come il mio modo di ritirarmi dall’attenzione: sollevo il ponte levatoio sul castello della mente.

Cosa stai ascoltando adesso e quali sono le tue costanti ispirazioni oltre alla musica?

Amo Morton Feldman e ascolto molto la sua musica. Lo stesso vale per Maurizio Bianchi. Ci sono alcuni bei nuovi album ed EP di Sarah Hennies, JPEGMAFIA, Jake Muir, A / V Moves, Roméo Poirier, Kassel Jaeger, Max Eilbacher, Leo Svirsky… Voglio dire, non hai bisogno che ti dica di dare un’occhiata a Oneohtrix Point Never o Clipping, ma ti potrei consigliare W00Dy o Fausto Mercier. Sono ispirato dalla letteratura e ho letto poesie e scritti politici; inoltre penso costantemente alla letteratura rinascimentale, quindi questo si riflette in modo naturale nella mia maniera di pensare all’arte.

Che mi dici della vostra collaborazione con Björk? Ti piacerebbe collaborare di nuovo con qualche popstar? E se sì, quale?

Non per sembrare snob o imbarazzato, ma non siamo abituati a pensare alla categoria generale di “popstar”; Björk è un’artista che, sebbene sia leggibile su quella scala, è davvero unica nel suo genere, proviamo gratitudine ed ammirazione nei suoi confronti. È stato molto tempo fa e non mi piace parlarne troppo; d’altra parte ci sono ovviamente molte persone che ammiro come artisti, e alcune di loro lavorano su una scala più ampia e altre su una scala più piccola. Sarebbe un onore lavorare con Rihanna, è stato un onore lavorare con Bromp Treb. Il fatto che più persone abbiano sentito parlare del primo rispetto al secondo non influisce realmente sulla domanda che alla fine dei conti resta la più importante, la più urgente: cosa voglio sentire?

Ti piace il pop? Pop, lo dice il suono stesso, una parola molto elastica. La mia playlist di musica pop include Weyes Blood e Yaz, Rihanna e Doja Cat, e ABBA, Dua Lipa e Jeremih. Un po’ di roba vecchia, un po’ di roba nuova, un po’ di indie-pop, un po’ di dance, un po ‘di R&B. Penso che si possa imparare molto dall’economia interna e dalla forza di una canzone pop di successo, ma c’è così tanta spazzatura derivativa e può essere davvero estenuante setacciare le pepite. Trovo comunque divertente chiedersi cosa distingue davvero Michete, Fraxiom e AG Cook dalle vere popstar: il discrimine potrebbe essere solo il marketing e l’immagine legata a muscoli e denaro, onestamente. Alcuni piccoli artisti possono suonare molto grandi, così come alcuni grandi possono essere piuttosto davvero ridotti al minimo; questa per me è la lezione dei Future records o di Jeremih. Musica molto tosta, ed è questo a renderla interessante alle mie orecchie. Come si fa a creare qualcosa di vulnerabile che parli a molte persone?

Hai abbastanza familiarità con lo smart working come chiunque (o quasi) faccia musica elettronica. Questo disco è figlio di questa pandemia? A me suona in qualche modo come una dichiarazione dell’essere umano, o un messaggio inviato fuori, a possibili altre vite: ecco chi siamo, è così che viviamo. Mi ha ricordato in qualche modo anche il film Snowpiercer, di Bong Jon-hoo, dove il mondo è finito come lo conosciamo e c’è un treno che trasporta tutti i superstiti del genere umano, come una arca 3.0. Come cantavano i Rem , «È la fine del mondo così come lo conosciamo, e mi sento bene»…

Penso che quello che Martin ha fatto nell’assemblare l’album sia stato creare un modello aperto a cui molte persone con diverse visioni, programmi e interessi differenti potessero contribuire; poi abbiamo accuratamente modellato tutti questi interventi in qualcosa che suonasse, alle nostre orecchie, come una avvincente esperienza acustica di tre ore. Non voglio però sostenere che il disco sia stato guidato da un concetto guida: questo metterebbe sul piedistallo una sola persona, senza dare il giusto peso alle idee delle altre novantanove. La sensazione di un treno che non si ferma e ti fa pensare a Snowpiercer potrebbe essere proprio la pulsazione che non si ferma mai e continua sempre a pulsare a 99 bpm sotto i frammenti eterogenei dell’album?