“Assenza, confusione e crescita”. Intervista ai Gomma

I Gomma sono stati indubbiamente una delle più belle sorprese del 2017. Il loro album di debutto, Toska, aveva convinto un po’ tutti e restituito soprattutto al post-punk italiano un nuovo e promettente punto di riferimento, nel quale riporre ingenti quantitativi di speranza per uno stato di salute del nostro panorama musicale sempre più ottimale. Sacrosanto è lì a confermare le già alte aspettative, offrendo uno spaccato decisamente più coerente e omogeneo rispetto al passato, ma al contempo sollevando dubbi e domande sul futuro, sulla strada da imboccare una volta superato lo scoglio, come sempre difficilissimo, del secondo album (e mezzo). Si crea quindi, inevitabilmente, una comfort zone (come evidenziato anche da Fernando Rennis in sede di recensione), ma non è detto che sia da considerare un lato negativo; anzi, è proprio la capacità di aver trovato finalmente una stanza entro cui mettersi al sicuro da atteggiamenti sopra le righe o cali vertiginosi verso il basso a rimarcare la consapevolezza di non essere la solita band meteora del decennio. In occasione dell’inizio del loro tour, lo scorso 31 gennaio al Serraglio di Milano, abbiamo avuto il piacere di condividere con loro quei primi momenti prima dell’inizio di un lungo viaggio che li porterà a calcare i palchi di tutta Italia. Prossimo appuntamento il 23 febbraio al Bronson di Madonna dell’Albero a Ravenna.

Mi raccontate un po’ la genesi di Sacrosanto, cosa lo distingue principalmente da un esordio potente come Toska?

GIOVANNI: Toska è stato realizzato abbastanza velocemente, nel senso che abbiamo scritto i brani quasi più perché ci chiedevano insistentemente di suonare, piuttosto che per l’idea di concepire un disco. E l’abbiamo suonato veramente tante volte, in due anni contiamo circa 150 date. Quindi ci siamo detti che nel caso di un secondo album, lo avremmo pensato con davvero qualcosa da dire, altrimenti tanto valeva non tornare più a suonare. Per via di una serie di circostanze, dopo il tour di Toska, ci siamo allontanati; dopo 150 date i nostri rapporti avevano raggiunto il livello di saturazione, quindi serviva una pausa. Dopodiché, ci siamo resi conto che non potevamo stare a lungo senza suonare. Quest’album è il frutto di un anno di lavoro, un anno in cui abbiamo capito molte cose, come anche il fatto di essere cresciuti un po’ prima del tempo. Per questo il termine Sacrosanto non ha alcun riferimento cattolico o religioso in senso stretto…

ILARIA: È più che altro un riferimento a qualcosa di inviolabile. Alla decisione che avevamo preso, di dire veramente qualcosa.

G: Poi, con il titolo volevamo comunque evidenziare come per noi quest’album sia importante. Quello precedente era più spontaneo, ma questo è più importante. È chiaro che qui nessuno pretende di dire che sia il nostro White Album, queste sono le nostre prime esperienze, la seconda esperienza e mezzo in studio, quindi era per far capire al pubblico che questo è un po’ un nostro secondo debutto. Traspare un lato di noi più sincero, più franco.

Dal punto di vista della produzione, siete arrivati in studio con i brani già preparati o anche lì è nato qualcosa?

ILARIA: Siamo arrivati in studio con i pezzi già pronti, anche perché non volevamo porci alcun limite. Abbiamo scartato tanti di quei pezzi che non riuscirei neanche a contarli. Oggi, ad esempio, stavamo ascoltando dei brani vecchi di cui non ricordavamo nemmeno l’esistenza. Abbiamo scritto, riscritto e riscritto ancora; fin quando non siamo stati convinti al 100% non abbiamo mai preso contatti per entrare in studio.

GIOVANNI: Anche perché non volevamo che quest’album fosse troppo dispersivo. Avevamo altri pezzi che per noi erano validi, ma non c’entravano col disco. Quindi c’è stato l’obiettivo di dire una cosa soltanto e non otto insieme, che era un po’ il problema di Toska, che manca di omogeneità, perché dice tremila cose e si perde un po’ il filo del discorso.

Quindi con Sacrosanto prendete le distanze da Toska?

GIOVANNI: Questa è forse una cosa che appartiene più a me. Loro hanno forse una visione più tollerante di quel disco. Non è che lo ripudio, perché fa parte di me, però mi porta a pensare che avrei voluto farlo diversamente, se avessi avuto più tempo sarebbe stato più coerente con le mie idee. Quindi anche se Toska ci ha portato un po’ di fortuna, non ho raggiunto il mio personale obiettivo. Quello che si sente non corrisponde precisamente a ciò che avevo in mente.

ILARIA: Secondo me dipende anche dal fatto che quando si parla di episodi così specifici, a livello testuale, tendi a ripudiare determinate cose perché a quel punto hai esorcizzato determinati momenti e non li senti più come li sentivi quando li hai scritti. Quindi, decidere di parlare di argomenti molto più importanti per noi e non troppo specifici, come erano quelli di Toska, ha fatto sì che non ne avessimo abbastanza una volta finito.

G: Poi, per quanto riguarda la mia scrittura, c’erano brani che sono stati scritti subito dopo quello specifico avvenimento, e una volta finiti li ho abbandonati subito. In generale io soffro particolarmente il processo produzione-consumo: appena il disco esce, anche quest’ultimo, lo sento già meno mio e più si va avanti nel tour più vedevo – almeno così è capitato con Toska – che il disco apparteneva sempre più agli altri e meno a me. Da una parte è anche bello, perché ti rendi conto che quella canzone fa già parte di chi l’ascolta, anche più che di te che la stai suonando; d’altra parte è frustrante, perché il tour dura parecchio e alla fine ti ritrovi abbastanza alienato da quello che stai suonando proprio perché non ti appartiene più.

Nella tracklist si nota una certa continuità di temi, quasi da concept. Torna spesso l’idea di assenza, dello scomparire. Cosa vuol dire scomparire per voi?

ILARIA: Per rispondere voglio tornare indietro al fatto di non voler scrivere di episodi specifici. Intendevo parlare di argomenti che mi hanno formato e realmente importanti per me, cose a cui difficilmente smetterei di pensare. L’assenza è un tema ricorrente nel disco per il fatto che la maggior parte dei testi prende spunto proprio da un’assenza di qualcosa che ha portato a una crescita. È l’escamotage per poter dire: “Mi è mancata questa cosa e a causa di ciò ora la penso così”. E sono cresciuta. È ricorrente, ma non è il tema principale. Il tema principale a mio parere è quella crescita conseguente, scaturita dall’assenza.

Chi sono i fantasmi?

ILARIA: Quando ho scritto quel brano stavo leggendo un libro di Cortázar e c’era un riferimento al fatto che in una casa piena di persone queste non si conoscessero veramente tra loro, come fossero totalmente alienate e sole. In quel momento ho capito che era esattamente quello che provavo quando mi sentivo sola, nonostante fossi circondata da tantissima gente e anche tantissimi amici. Il brano dice che spesso la solitudine non dipende dall’assenza degli altri, ma da una tua mancanza. I fantasmi sono proprio queste persone che nonostante la compagnia degli altri sprofondano nella solitudine.

In Verme parlate di quelle persone che traggono beneficio dal dolore altrui. Uno sguardo a quella società parassita che spesso incontriamo. È anche una vostra visione della realtà?

ILARIA: In realtà il riferimento è a una mia relazione passata che era traducibile esattamente in un rapporto in cui uno traeva beneficio dal malessere dell’altro. Quel “Mi sento meglio se ti faccio stare peggio”. È forse l’unica canzone in cui scrivo di qualcosa che avevo già esorcizzato da tempo, ma di cui avevo voglia di parlare. Perché mi sentivo in diritto e in dovere di dire che esistono tantissimi episodi del genere, non solo in termini di relazioni sentimentali. Per me era importante comunicare agli altri che l’avevo vissuto e che ero cresciuta superando quella situazione, perché mi rendevo conto che il mio malessere non poteva e non doveva essere cibo per qualcun’altro. Da allora cerco di stare alla larga da certe persone che io chiamo “vampiri emozionali”.

GIOVANNI: Poi è anche abbastanza ambivalente come brano. Io, ad esempio, quando l’ho letto per la prima volta mi sono sentito più dalla parte del carnefice, e mi ha portato quindi a riflettere su me stesso e su quello che avevo fatto.

I: La mia necessità era comunicare che anche la vittima ha delle colpe, perché il suo pensare di “essere un verme” permette al carnefice di agire.

In tanti avvicinano il vostro a un sound tipicamente anni Novanta (tra Prozac + e Diaframma, con qualche strizzata d’occhio anche ai CCCP e ai più recenti Cloud Nothings). Voi, invece, in che cosa vi ritrovate?

GIOVANNI: Per quanto io lasci la libertà di pensare a chiunque ascolti il disco quali siano le varie influenze, per me non sono state queste. Durante la produzione si cerca di essere abbastanza liberi, anche se poi per una via o per l’altra non lo si è mai.

ILARIA: Per libero intende il fatto di non avere particolari ascolti in mente durante la composizione.

G: Ciò che più mi ha smosso in quest’ultimo anno sono stati alcuni gruppi della scena punk di Bristol, in particolare gli Idles, però dal punto di vista della composizione mi sono ritrovato molto influenzato dalle colonne sonore di quei film horror anni Settanta/Ottanta. Te ne cito un paio: Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, che ha le musiche di Riz Ortolani Gianni Ferrio e le sue partiture di La morte accarezza a mezzanotte. Erano musiche che già all’epoca strizzavano l’occhio al funk, all’R&B e in cui ho trovato una potenza drammatica molto vicina a me e che volevo riproporre.

I: I Prozac +, i Diaframma, e tutti i riferimenti che ci vengono ripetuti più volte, sono stati sì ascolti che abbiamo fatto nell’arco della nostra vita – ma come tutti, credo – ma non che abbiamo interiorizzato al punto da riproporli. Quando si parla di anni Novanta a me compare un panorama completamente diverso da quello italiano; con i CCCP ci sono cresciuta, mio padre andava ai loro concerti, ma non credo che siano stati formanti quanto altre band che ascolto tutti i giorni da circa 10 anni.

G: [Il nostro sound, ndSA] A me ricorda più i Franti, post-punk ma super-italiano. Come anche i Distanti. Che poi, in realtà, è giusto che uno deduca ciò che vuole e si faccia una sua idea. Adesso noi lo stiamo dicendo perché ce l’hai chiesto, ma non ci interessa spiegare da dove vengono certe idee. Chiunque può farsi una sua opinione. L’importante è cercare di far pensare le persone.

Ricollegandomi al cinema, c’è quindi più di qualche pellicola che ha influenzato il vostro immaginario, che vi è rimasta addosso?

GIOVANNI: I registi che amo sono anche troppi. Nel periodo di Toska ero in fissa con la Nouvelle Vague, quindi Truffaut, Godard, quindi il Gruppo Dziga Vertov. Per questo disco, diciamo che l’influenza principale è venuta da quel genere di cinematografia anni Settanta italiana che mescolava il poliziottesco e l’horror; film come Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano, in cui c’era un sottotesto erotico che per quegli anni creava un certo scalpore, o lo stesso Non si sevizia un paperino di Fulci che andò incontro alla censura. Tutta quella commistione di generi mi ha fatto accendere come una lampadina o il fatto stesso che quel cinema di genere dicesse in realtà tantissime cose (soprattutto politiche) senza nessuno sbandieramento, suggerendo e alludendo. Ed è quello che dovrebbe fare l’artista oggi, far riflettere con la forma.

ILARIA: Non sono sicura che il cinema abbia influenzato il mio modo di scrivere. Anch’io come Giovanni mi sono appassionata agli anni Settanta italiani, ai film di Elio Petri (La decima vittima, Indagine su un cittadino…)

G: Grande colonna sonora di Morricone, tra l’altro…

I: Un film che realmente mi ha segnato, invece, e qualche riferimento sicuramente c’è qui e là, è stato Nudo di donna di Nino Manfredi. Mi ha lasciato quel misto tra confusione ed empatia che difficilmente riesco a provare nella vita, perché non sono una persona particolarmente empatica. Mi ha destabilizzato e su quello qualche ragionamento a livello inconscio c’è di sicuro.

Chi non può mancare nella vostra playlist in questi giorni?

ILARIA: Nella mia gli Unbound, gli Shellac, i Big Black, potrei continuare all’infinito, i Van Pelt. Invece, stamattina, di italiano ho risentito il disco degli I Hate My Village e mi è piaciuto tantissimo. Lo riascolto praticamente ogni mattina, tipo in loop. Se la domanda è cosa ascolto oggi, la risposta è I Hate My Village.

GIOVANNI: Di recente, l’unico che mi è piaciuto davvero tanto è stato Sampha. Ha un’intensità espressiva assurda, alla prima nota ho avuto i brividi, ed era una cosa che non provavo da un bel po’.

Secondo voi, nel 2019, cosa è possibile considerare “sacrosanto”?

GIOVANNI: Per me sono le persone che prendono posizione. Una cosa per me necessaria oggi. Non solo per giustificare un’opinione verso questo o quell’esponente politico. Se prendi posizione, devi cercare di fare in modo di raggiungere il presente, di essere concreto. Questo è quello che manca a me oggi.

ILARIA: Per me è sacrosanta la necessità dell’autoconsapevolezza. È sacrosanto e inviolabile il diritto di ognuno di poter decidere che le persone non debbano intralciare il percorso di crescita che bisogna affrontare. Perché si tende a confondere l’intromissione degli altri con un tentativo di aiuto. Per quanto riguarda la mia esperienza, la crescita è assolutamente individuale. È qualcosa da cercare e trovare dentro di te, non dentro gli altri.

G: Penso che sia un po’ parte di tutti noi. Se dovessimo rispondere alla domanda: “Di che parla questo disco?”, credo che risponderei “del fatto che il momento della crescita è sempre preceduto da un momento di crisi”. Nella crisi capisci che o fai un passo avanti, o crolli. Ma prima deve esserci quella confusione…

I: Che poi è l’assenza di cui parlavi tu.

23 Febbraio 2019
23 Febbraio 2019
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Gomma – Sacrosanto

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