I’ve been practicing my whole life: intervista a Paul Collins (Beirut)

È tutta colpa sua. Paul, amico di lunga data e tra i primi a essere coinvolto da Zach Condon nei suoi Beirut, conosceva già l’Italia perché sua moglie è di origini calabresi. È proprio lui l’anello di congiunzione tra la band di Elephant Gun e Stefano Manca, proprietario del Sudestudio, che ha finito col registrare l’ultimo disco del gruppo. Gallipoli è senza dubbio molto italiano, non solo per il suo titolo o perché in parte registrato in Puglia, ma soprattutto per le influenze. «Sono sempre stato affascinato dai primi quattro dischi di Franco Battiato e dalla produzione di Fabrizio De André» – confessa Collins, bassista dei Beirut e grande fagocitatore d’influenze – «ma in giro per la Puglia abbiamo ascoltato tanto Ennio Morricone e Nino Rota».

Paul è elettrizzato, ha tanta voglia di raccontare la genesi dell’album, e il suo amore e incanto per il belpaese attraversano l’Oceano scorrendo via forte e chiaro da New York al mio telefono. Descrive un’Italia «unita, ospitale», parole che sembrano molto lontane dal periodo storico che stiamo vivendo. Eppure, tra un’ode a Se Telefonando e una dissertazione su Gino Paoli, l’impressione è che la nostra terra stia davvero facendo breccia negli artisti stranieri. Abbiamo ancora nelle orecchie il «Battiato and Lucio» di Thomas Mars (nel Ti Amo dei suoi Phoenix) e, anche se Condon non si lancia in pronunce italiane,  il «cibo, il mare e gli scenari meravigliosi» del tacco d’Italia sono entrati in un album che per certi versi torna alle radici.

«Sì, è così», mi conferma Paul, «e l’elettronica di cui mi chiedevi prima effettivamente è ricomparsa dopo album più “analogici”, anche se Zach è sempre stato attratto da roba tipo Magnetic Fields. Ogni tanto si sente un po’, altre volte meno. In questo caso io c’ho dato dentro coi synth, quindi posso dire che è un disco diverso dai precedenti». Gallipoli mi sembra anche un disco contemplativo, merito ancora una volta delle atmosfere e delle sensazioni che Lecce e dintorni hanno lasciato nelle menti, nei cuori e nelle registrazioni dei Beirut. Prima di sbarcare nella nostra penisola, la gestazione del quinto album della band si è divisa tra New York e Berlino, nuova base operativa di Condon, che si è detto felice di essere tornato alla vecchia gioia della musica come esperienza viscerale. Intensa, come la scena felliniana di una processione religiosa per le vie di Gallipoli, mentre i fuochi artificiali esplodevano in cielo. Tutto immortalato nelle parole e nei suoni della title track.

Mentre Paul mi parla di tutto questo, sento il rumore dei tasti del suo computer. Ci tiene a darmi i riferimenti giusti: «oltre a essere il bassista del gruppo, sono anche il dj. Ascolto molta musica e, in fondo, sono stato io quello che, avendo suonato e avuto varie esperienze in Italia, ho detto a Zach “Ehi, perché non registriamo in Europa?”. Poi mi sono ricordato dello studio a Guagnano, di Laetitia Sadier e Erlend Øye che avevano registrato lì». È bastato questo e qualche foto a convincere Condon, che in poco tempo si è trovato in un treno, partito da Roma e diretto a Lecce, a cercare di dar forma a brani creati su quell’organo Farfisa che i genitori gli avevano spedito da Santa Fe e sul quale aveva già scritto le canzoni dei primi album dei Beirut.

Pur tenendo fede al suo sound, la band di Santa Fe è fortemente legata alla world music e, soprattutto, a un certo folk locale, nel senso che prende spunto dai Balcani così come dal Mediterraneo centrale o da Harlem. Chissà che in futuro non finiscano anche l’Asia e l’Africa centromeridionale nel DNA dei Beirut. «Perché no? Tutto può succedere, qualcosa di asiatico, come Ryūichi Sakamoto, e di Africa settentrionale, come la musica etnica turca, è già parte del nostro background. Magari il prossimo disco nascerà da una folgorazione sonora proveniente da quelle parti!».

Già, nel frattempo i Beirut continuano la loro peregrinazione e, seguendo il pigmalione Condon, si riscoprono più intimi, riflessivi ed elettronici. Allo stesso tempo rafforzano il legame con le proprie radici. In fondo, «la Puglia ci ha ricordato molto Santa Fe. Il clima, la gente, la cucina…non era casa, ma la sensazione era piuttosto simile». Forse è proprio questo il segreto della band.

30 Gennaio 2019
30 Gennaio 2019
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