Radical Possibilities Of Pleasure. Intervista a Samuel Kerridge
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Nicolò Arpinati
- 25 Ottobre 2017
La musica di Samuel Kerridge è in realtà una magnifica rassegna di ossimori: tanto ostica appare ad un primo impatto, quanto ricca si dimostra poi con gli ascolti. Non solo: il suono sviluppato da Samuel nel corso delle sue opere è insieme ribollente metallo fuso e gelida lamiera affilata, un assalto annichilente in cui la memoria delle proprie radici techno e delle loro dinamiche sul dancefloor si fonde con le tecniche del dub inglese, gli incombenti panorami industriali della natia Manchester, atmosfere post-apocalittiche e rumorismi estremi, nella ricerca totalizzante di una pesantezza sonica capace però di sublimarsi e farsi dunque astratta, eterea. Anche il nuovo ep, pur muovendosi, come già capitato spesso nei lavori dal formato ridotto, su coordinate ritmiche più serrate (quando non sincopate e frantumate) rispetto alle ultime, monolitiche opere sulla lunga distanza, ribadisce la centralità dello scontro tra esperienze ed influenze differenti: abbiamo dunque contattato Samuel Kerridge per uno scambio di battute sul nuovo The Silence Between Us (un titolo affascinante ed evocativo che, nelle parole dell’autore, non vorrebbe significare alcunché, ma finisce per suggerire più di un riferimento alla recente separazione dalla compagna Hailey, con cui condivideva anche l’attività dell’etichetta Contort) e non solo.
Hai trascorso ultimamente davvero tanto tempo in tour, girando l’Europa ed il mondo intero: dove hai trovato il tempo per questo nuovo EP? Hai realizzato queste tre tracce recentemente oppure è materiale su cui stavi lavorando da tempo?
Alcuni contrattempi durante la realizzazione del vinile hanno causato un ritardo abbastanza consistente nell’uscita di The Silence Between Us, ma le tre tracce erano state composte e prodotte per larga parte durante lo scorso anno. In alcuni punti si possono riconoscere alcune fascinazioni con cui ho flirtato anche durante i miei set per qualche tempo. Non sono stato, per un periodo, nella giusta dimensione mentale per produrre musica e costringermi, forzarmi a fare qualcosa, non è mai un bene per la mia creatività, anzi tende ad allontanarmi di più. Ma ora sono tornato in studio e sono più carico che mai.

In The Silence Between Us torna ad essere centrale l’aspetto ritmico, rispetto alle tue ultime produzioni, ma non si tratta comunque di un ritorno a un sound techno più convenzionale: cosa significa per te questo nuovo EP? Possiamo definirlo un collegamento tra i tuoi lavori passati e ciò che verrà poi?
Mi stavo annoiando delle solite strutture ritmiche, avevo bisogno di qualcosa che mi eccitasse di più, di una sfida. Mi sono allontanato dal mio solito metodo ed è stato davvero motivante confrontarsi con questi ritmi più veloci e complessi. Sono aperto al cambiamento, questa nuova release è un’evoluzione, un passo avanti. Oggi ho più pazienza e più cognizione di come dare forma alle mie idee, come non accadeva mai durante la notte. C’è stata decisamente la volontà di riscoprire l’approccio che avevo nel produrre il mio primo EP, quello su Horizontal Ground.
Durante la tua carriera hai prodotto tre album e un discreto numero di EP: in questo tuo percorso è secondo me evidente la volontà di prendere progressivamente sempre più le distanze dal classico battito techno. Voglio capire perché: sei meno interessato ad un suono dancefloor-oriented o è semplicemente un’evoluzione naturale?
La mia personale insoddisfazione nei confronti di quel battito techno più classico viene da quella che vedo come una stagnazione. Proprio nell’approccio. Nel costruire tracce intorno ad una struttura ritmica basilare e spesso per niente sensuale. Questa roba non ha alcuna presa su di me. C’è davvero qualcuno che vuole fare sesso tutte le sere nella posizione del missionario? O è meglio aprire il karmasutra? Io voglio far muovere le teste, e questo significa ogni strada possibile all’interno di quelle che sono le mie capacità e coordinate. È quando riesco a pensare in maniera davvero diversa che sono creativamente più fertile.
Mi è capitato di leggere una tua intervista dove, parlando della tua infanzia, citavi il fatto che i tuoi genitori fossero davvero grandi fan della musica techno e anche dentro la cultura rave, tanto che hanno iniziato a portarti per festival quando avevi solo cinque anni: credi che queste esperienze, così precoci, abbiano avuto un qualche ascendente sulla tua arte? E sarei anche curioso di sapere se i tuoi apprezzano la tua musica.
I miei genitori fanno ovviamente parte del team Kerridge, non potrebbe essere altrimenti, anche solo per la mia faccia. Comunque mio padre è sempre una buona fonte di critiche costruttive. Direi di sì, quelle esperienze hanno sicuramente influenzato la mia arte, non si può certo dire il contrario. È soprattutto l’idea collettiva di apertura mentale a confermarsi come l’eredità più duratura di quella stagione, ed è ciò che probabilmente di più la collega a quanto viene fatto sotto il nome Contort.
Sei recentemente tornato a vivere a Manchester, la città dove sei nato e cresciuto e che è conosciuta anche per il suo fondamentale contributo alla musica industrial. Mi pare naturale chiederti se sei un fan, perché il tuo sound si direbbe fortemente influenzato da quelle esperienze…
Non dovrei forse esserlo? La mia street-credibility non avrebbe ragione di esistere in altra maniera. Quindi sì, sono un fan, ma non esclusivamente: ascolto un’ampia varietà di musica e mi piace pensare che, attraverso un meccanismo simile all’impollinazione, finisca per incontrarsi nelle mie produzioni.
C’è qualche album industrial che ha un’importanza speciale per te?
Non ti direi niente che vada oltre il già noto nel mondo industrial: Throbbing Gristle, Coil, Cabaret Voltaire, eccetera… La recente attenzione dedicata a questo genere ha coperto davvero una quantità di materiale esauriente, e qualsiasi indicazione io ti possa dare non spiegherà in alcun modo l’influsso che ha avuto sul mio lavoro.
Restiamo un attimo in tema; la musica industrial sta vivendo un periodo decisamente esaltante: artisti come Chino Amobi, Yves Tumor o Elysia Crampton stanno sviluppando un ibrido con la black-music, i beats hip-hop e le tradizioni world più varie (spesso latine). Il risultato è qualcosa di originale e di davvero fresco, contemporaneo. Cosa ne pensi?
La musica è sempre eccitante quando vengono abbattuti i muri tra i generi: ho supportato alcuni di questi artisti nel mio show sulla web-radio NTS. Tutti gli artisti che portano qualcosa di originale devono essere celebrati. È ingiusto che gli artisti non abbiano l’esposizione mediatica che meritano. È davvero difficile essere veramente originali, è dura, soprattutto perché la gente spesso sente il bisogno di fare paragoni e riferimenti, anziché apprezzare l’arte per come è.
Non solo musicalmente, ma anche come estetica e realtà sociale, Manchester è storicamente una città industriale: quanto questa dimensione ti ha influenzato? Quando hai capito di amare la tua città natale?
Oh, io sono innamorato di Manchester sin da quando ho memoria, e questo feeling non si è mai interrotto. Ancora oggi è una città che mi inebria completamente. Tra tutti i posti intorno al mondo dove ho vissuto o sono anche solo passato, Manchester è il mio paradiso. In un qualche modo m’ispira sin da quando ero un bambino: la gente, il mood, l’atmosfera, non è unica solo in Inghilterra, ma in tutto il mondo.
Il tuo sound è alquanto scuro e paranoico, ma parlando con te, leggendo le tue interviste e scorrendo la tua pagina Facebook non appari affatto introverso o angosciato: come mai dunque esplori questi particolari mood musicali?
Stai dando per scontato che la mia musica sia una sorta di esplorazione dell’arte e del suono, ma non è così. La musica è la mia via di uscita, una maniera di rilassarsi, è incredibilmente personale. Ho sempre dovuto sforzarmi per esprimermi correttamente con le parole, ma tramite la musica riesco a riflettere, a rappresentare meglio alcuni aspetti della mia persona. Quale aspetto io lasci intravedere o la gente poi scelga di vedere, dipende: per esempio io non definirei la mia musica come paranoica o scura. Ma è un’interpretazione legittima e possibile. Io personalmente la sento più edificante, piena di energia, di una forza positiva. Cerco sempre di guardare oltre ciò che mi colpisce o non mi piace.
Nel 2015 un giornalista italiano, nello scrivere un articolo dedicato all’album Always Offended Never Ashamed, ha affermato che era il primo e più importante disco metal dall’anno. Era ovviamente un’iperbole, ma mi piacerebbe sapere se la definizione ti trova d’accordo e se il metal è davvero una delle tue influenze…
Non proprio, non potrei sedermi qui e dirti che il metal è una grande influenza per me. È un genere che non ho esplorato pienamente, il che mi fa credere che questo tipo di associazioni confermino la mia idea di un’arte genuina, immediata. Non ho bisogno di ascoltare metal per fare una musica che possa portare a tratteggiare questo tipo di confronti. Sarà anche un’iperbole, ma sono d’accordo con il giornalista che sia un LP killer! Brother in arms!
Nell’ultimo lustro la cosiddetta industrial-techno (o, come ha giustamente suggerito l’italiano Ayarcana, rave-music) ha raggiunto un livello di notorietà ampio ed inedito, grazie anche ad artisti come Perc o Ansome che hanno suonato pressoché dappertutto: hai mai pensato a te stesso come ad un pioniere di questa scena o credi che sia una proposta differente dalla tua?
Mi piace pensare di stare offrendo al pubblico qualcosa di diverso, non è esattamente una delle mie aspirazioni essere visto come un pioniere, è una dichiarazione forte da sostenere. Ultimamente tutti ci stiamo giustamente inginocchiando di fronte a Delia Derbyshire o Robert Moog, eccetera… Io posso solo essere onesto e produrre musica che io senta capace di riflettermi personalmente come artista. Sono consapevole delle mie carenze, non sono né cieco né sordo. È comunque una grande soddisfazione se la gente sceglie di seguirmi, apprezzo e sono grato per il sostegno che mi viene concesso, ma questo non arriverà mai a manipolare il mio suono o la mia direzione.
Hai vissuto a Berlino per anni e solo recentemente hai abbandonato la capitale tedesca: che ne pensi della città ora? È sempre la stessa Berlino “povera e sexy” degli anni novanta o è cambiato qualcosa nel tempo? Che cosa hai amato di Berlino? Quale zona è la tua preferita e perché?
Berlino era fantastica e lo è ancora, ma era una città che non avrebbe mai potuto essere la mia casa. Quello che mi ha sempre colpito è il suo essere come un paradiso per anime perse, tutte alla ricerca di qualcosa. Il guaio è che Berlino non è il posto giusto per trovare questo qualcosa. Nel tempo è cambiata, anche mentre mi trovavo lì, ma sono gli stessi progressi che affliggono la maggior parte delle città europee e, al confronto, Berlino resta un posto estremamente liberale. Personalmente ho trascorso molto tempo a Kreuzberg, che è un po’ un cliché, ma c’è quel mix, tipicamente berlinese, di persone e culture diverse. E poi c’è un pub irlandese che spacca!

