Una pallida fioritura. Intervista a Sarah Davachi

A ridosso della pubblicazione del suo nuovo album Pale Bloom (W. 25TH, 2019), abbiamo intervistato Sarah Davachi, una giovane musicista – classe 1987 – e compositrice di origini canadesi, oggi residente in California. La sua ricerca musicale è iniziata presso il Mills College di Oakland, istituzione famosa per il prestigio di molti suoi professori, come Luciano Berio, Alvin Curran, John Cage, Fred Frith e molti altri musicisti. Lì ha studiato electronic music and recording media, e sta proseguendo la sua carriera accademica presso la UCLA dove frequenta un PhD in musicologia. Dal punto di vista compositivo, ha proposto negli anni una musica ai confini fra minimalismo, ambient ed elettronica, che in certi punti si collega alla tradizione della musica antica (Palestrina, Gabrieli, etc.), data anche la predilezione per l’organo, strumento che inevitabilmente si ricollega alle liturgie della chiesa cattolica (su questo versante è interessante il disco del 2018 Gave In Rest). Abbiamo parlato con lei del presente, delle sue influenze e di quello su cui sta lavorando per il futuro prossimo.

Dopo qualche manipolazione di organi e sintetizzatori sei tornata ad usare il pianoforte. Perché?

È già da qualche anno che ho ricominciato ad usarlo. I miei primi due dischi erano elettronici, più strutturati, ma da All My Circles Run in poi ho cercato di usare il pianoforte nella mia musica in modo da celebrare le peculiarità del suo idioma. Ho cercato di farlo negli ultimi dischi, ma in questo penso sia più chiaro. Sono cresciuta studiando pianoforte classico intensamente per 15 anni, e mi sono fermata quando ho iniziato a comporre perché non mi sembrava utile per i risultati che volevo ottenere. L’organo e il sintetizzatore erano molto più adatti. Ho tentato di manipolare il pianoforte e ho esplorato diversi modi di usarlo, cosa che negli ultimi tempi ho fatto anche con molti strumenti, non solo per quanto riguarda le tastiere, con cui sono abituata a lavorare.

Perfumes (la prima traccia del disco, divisa in tre parti) parte con un’intro bachiana e dopo poco inizia a modificarsi attraverso l’uso dell’elettronica. Hai manipolato i suoni da sola o hai collaborato con qualche altro artista o produttore?

Le introduzioni di Perfumes I e Perfumes II sono prese proprio da un andante di Bach, dal Concerto Italiano del 1735. Non ci sono propriamente parti di elettronica: quelle che senti sono manipolazioni da studio del materiale registrato. Le tracce sono state riversate e composte con svariati layer di suono, il tutto fatto da me. Abbiamo registrato l’album presso il Fantasy Studio di Berkeley, avevamo un ingegnere del suono, ma la produzione l’ho fatta tutta da sola, come sempre. Di solito lavoro nel mio studio casalingo, e anche per questo disco è andata così.

Nella seconda parte di Perfumes hai inserito una frase cantata che mi ha ricordato molto la musica antica. È per caso una connessione con il tuo ultimo lavoro Gave In Rest?

Ho già lavorato con le voci nei miei lavori precedenti, ho iniziato con For Voice su All My Circles Run. La vedo un po’ allo stesso modo del pianoforte, cioè come un’estensione di un’idea che sto portando avanti in modi diversi. La mia estetica con la voce e con gli archi è sempre stata influenzata dalle pratiche tardomedievali che cercavano di togliere il più possibile il vibrato e tenere un suono fisso per mostrare una buona intonazione. La voce in questo brano è parte di quei procedimenti. Non avevo mai lavorato con un controtenore, e anche questa è una novità del disco. In più non avevo mai usato parti vocali con un testo, così ho usato un feeling musicale più morbido per bilanciare le parole.

Ho percepito qualche connessione con la musica di Anthony and the Johnsons. Ho visto un suo live all’Arena di Verona qualche anno fa e la parte vocale mi ricordava molto Anthony. Ti piace il suo lavoro? Che altre influenze hai avuto nel comporre Perfumes?

Non li conosco, mi spiace non posso dirti nulla riguardo a loro. Per le influenze invece mi sono occupata parecchio del linguaggio armonico della musica barocca, almeno da quando ho memoria, e ho voluto provare una specie di esercizio riduttivo con questi brani. Ho preso una composizione che ammiro come punto di partenza, l’ho interiorizzata e ho scritto i brani partendo da quello. Sono sicura che la maggior parte dei musicisti di musica classica potrebbe pensare a un sacrilegio, ma non è molto diverso da quello che facevano i compositori e i musicisti in quel periodo: usavano la musica scritta come una specie di template su cui lavorare. Penso che a Bach sarebbe piaciuto sapere che qualcuno avrebbe sperimentato con la sua musica a 300 anni dalla sua composizione.

Perché hai scelto questo titolo?

Avevo selezionato una serie completa di testi e poesie, per la parte vocale di Perfumes II. Alla fine ho usato solo l’ultimo verso di quei testi, che recita «se mi piacesse mostrarmi a te avvolto in questo drappeggio», cantato in francese, ma un verso precedente parlava di profumi («un passage souterrain unit tous les parfums») e ho pensato che sarebbe stato un bel modo di evocare una suite di brani, come impressioni che sembrano esserci come no. La versione inglese di quel verso è diventata ovviamente il titolo del lato B.

Nella terza parte ho sentito dei suoni di pianoforte mescolati con sonorità di organo o di synth. Mi ricordava il tuo disco Let Night Come On Bells End The Day. C’è una connessione?

Sì. Su quel brano è presente l’organo elettromeccanico Hammond B3, che è l’unico strumento elettrico/elettronico del disco. Tutto il resto è acustico. Sul disco che hai ricordato e su Gave In Rest, due lati finiscono con pezzi solenni per organo elettrico. Penso si stia creando un filo che lega i miei lavori. L’organo è uno strumento molto introverso per me, specialmente l’organo elettrico, così quando registro dischi con organi alla fine di un lato, ciò mi aiuta a portare le cose dentro di me, tutto all’interno per chiudere il discorso.

Nella tua produzione musicale c’è un’attenzione particolare per la musica sacra. Molti compositori contemporanei sono tornati alla musica classica dopo gli esperimenti avanguardistici dell’atonalità e della musica post-atonale. Penso in particolare a Sofia Gubaidulina e Penderecki. Pensi di avere qualche ispirazione mistica quando scrivi i tuoi pezzi?

Grazie, apprezzo molto questo commento. Ho pensato molto a questo problema – al momento sono iscritta al dottorato e ho frequentato recentemente un seminario sulle relazioni fra musica, estasi e misticismo. In particolare si guardava alle culture non occidentali, pensando sia in termini sacri che profani; questa riflessione mi ha aiutato molto a capire quello che sento riguardo a questo legame nella mia musica e nelle mie esperienze in generale, che in qualche modo ho sempre percepito. Sono atea, e questo sentimento (di ispirazione) lo spiegherei come la percezione di una trasformazione, uno stato alterato della coscienza, un stato d’animo influenzato, che penso emerga in modi diversi in molte delle pratiche artistiche secolari dove il mood e l’emozione sono le evocazioni primarie. Penso che sia qualcosa che la gente percepisce in tutti i tipi di esperienza estetica – senti qualcosa che non riesci a spiegare bene, qualcosa di mistico o di magico nel senso basico della parola, e lo articoli nell’arte e poi qualcun altro sperimenta qualcosa di simile o di nuovo. È tutto mistico, non necessariamente in modo occulto o mitico, ma in modo mentale e umano. Mi rendo conto meglio ora di aver iniziato a intercettare qualcosa senza conoscere a pieno cosa stessi facendo o perché. Non so, diventa abbastanza complessa la questione quando diventi più rigoroso sull’argomento. Molto di più di quanto si possa immaginare.

L’uso di loop e di suoni ripetitivi e droning connette la tua proposta sonora alla musica indiana/dell’est per la meditazione. Pensi che questo aspetto si connetta alla tradizione minimalista americana? Ho visto che hai studiato al Mills College e so che lì c’è un forte legame con il minimalismo…

Sì, ho studiato elements of Indian classical music e vedo la connessione, ma non sono entrata molto in quell’estetica per creare la mia musica. Sono stata molto influenzata dal minimalismo americano e da pratiche simili per molto tempo, soprattutto quando frequentavo le lezioni al Mills. La modalità di utilizzo dei loop di nastro di Terry Riley è una forma idiosincratica di suoni-su-suoni che crea e armonizza layer in tempo reale. Lo faccio anch’io, specialmente dal vivo: La Monte Young è stato l’artista che mi ha influenzato più di tutti, specialmente nei suoi primi lavori, con note lunghe tenute, ma più in generale con il suo approccio armonico unico, che deve molto alla musica classica indiana e ad altri tipi di musiche modali statiche.

Anche l’ultimo pezzo è minimale. È un duo o una traccia di violino in overdub? Chi ha suonato il pezzo?

È un trio per violino, viola da gamba e organo a pompa. Ho suonato l’organo, mentre agli archi hanno suonato Laura Steenberge ed Eric KM Clark, entrambi musicisti losangeliani. Non ci sono overdub in questo pezzo. Dal punto di vista concettuale non ho pensato necessariamente di voler fare una take pura senza overdub, è successo così. Il pezzo è nato come una performance live estesa. È stata la prima volta in vita mia in cui ho registrato in maniera tradizionale, cioè microfonando ogni strumento e suonando il pezzo dall’inizio alla fine.

Perché hai scelto quel titolo? È una citazione?

Sì, come ti ho già detto è una traduzione di una poesia di André Breton che ha ispirato i testi di Perfumes II. Citare versi è una cosa che faccio negli ultimi tempi. Eccetto Gave In Rest, che non è stato rubato.

Lo stile mi ricorda un mix fra i quartetti di Morton Feldman e qualche pezzo di Eliane Radigue con droning. Avevi qualche punto di partenza quando hai iniziato a comporre il brano?

Non specificatamente. Il pezzo l’avevo scritto circa un anno prima della registrazione – come ti ho già detto è una modifica di un pezzo dal vivo più lungo. Il risultato è uscito in modo organico, dopo aver cercato di provare diverse textures con gli archi e l’organo. Molto del materiale degli archi è uscito sulla base di quello che proponevo con l’organo, soprattutto all’inizio. Per la suite Perfumes ho invece iniziato con l’andante di Bach – era da un po’ che volevo prendere un brano che mi piaceva e utilizzarlo per comporre qualcosa. Non è detto che somigli all’originale, ma ogni parte risulta progressivamente più astratta dal materiale originale, che si sente solo nei primi minuti della prima e seconda parte. Nella terza ho usato vagamente l’impianto armonico del pezzo originale.

Anche in questo brano si percepisce uno stato meditativo. Ho pensato che la battuta lenta dei tuoi pezzi sia un invito a diminuire il ritmo della nostra vita. Viviamo in tempi difficili e il mondo sta attraversando continuamente pericoli. Pensi di poter suggerire un messaggio con la tua musica?

Penso proprio di usare la mia musica per questa funzione, ma non voglio dare indicazioni al lettore su come fruirla o su cosa percepire, perché in quel caso verrebbe meno la finalità dei brani.

Più in generale, quali sono stati gli artisti che ti hanno ispirato di più negli ultimi mesi?

Il fatto di essere a scuola condiziona molto quello che ascolto: molta musica antica, specialmente rinascimentale – liuti, clavicembali, cromorni, etc. Amo quel periodo della storia e penso che sia stato molto eccitante e sperimentale per la musica occidentale. Mi piace tutta la produzione di David Munrow, ma in generale c’è un’ampia scelta di arrangiamenti strumentali della musica medievale, perché negli anni 60 e 70 la gente andava matta per quelle sonorità. Conduco un programma una volta al mese su NTS, così ascolto e approfondisco molte cose che poi passo in radio. Ultimamente ho ascoltato molto la musica prog-folk di Richard Twice e Curt Boettcher. Ci sono sempre cose nuove e mi piace anche riscoprire artisti che non avevo approfondito o che avevo snobbato quando avevo vent’anni, come ad esempio Billy Joel ed Eric Clapton. Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto Clapton.

Sarai in tour in Europa quest’estate?

Ho solo una data in programma: il 1 agosto al Bimhuis di Amsterdam per il Dekmantel. Sarà un bello spettacolo. Di solito non vado molto in tour durante l’estate. Ho suonato molto in Europa e ho visto che molte persone vanno in ferie e molti posti sono chiusi. Specialmente in Italia! Penso che tornerò in autunno, probabilmente all’inizio di novembre, anche se non è stato annunciato nulla di ufficiale per ora. Vengo in Europa di solito due volte all’anno, sia per tour più lunghi, come ho fatto a marzo, che per date uniche.

Stai lavorando a qualche nuovo pezzo?

Sì, lavoro sempre su brani nuovi. Proprio in questi giorni sto finendo un doppio album prevalentemente di brani per organo che ho registrato negli ultimi due anni. Ho aspettato un po’ a chiudere il disco perché stavo cercando uno stile personale, che potesse essere proposto pubblicamente. E con questo disco l’ho finalmente trovato. Ci sono pezzi per grandi organi a canne, qualche pezzo per armonium e ci sarà qualche brano in forma di canzone per organo elettrico. Probabilmente uscirà l’anno prossimo. Sto già pianificando l’album successivo, che sarà focalizzato separatamente su carillon (lo strumento formato da una tastiera che aziona un meccanismo per far suonare delle campane, ndSA) e cembalo. Ho un’amica che suona professionalmente il carillon e scriverò un brano per lei. È uno strumento selvaggio, fatto da grandi campane. Qualche estate fa ho comprato un cembalo e visto che non ci ho ancora fatto nulla, penso sia una buona opportunità per mettercisi a lavorare. Sto scrivendo qualcosa di nuovo anche per dei concerti dal vivo che terrò l’autunno prossimo. Ho appena finito di scrivere un pezzo che mi è stato commissionato dalla BBC Scottish Symphony Orchestra di Glasgow ed è stato interessante.

5 Giugno 2019
5 Giugno 2019
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