Weekend Warrior: un’intervista con VanWyngarden degli MGMT

C’era un tempo in cui gli MGMT erano un gruppo pop. Io me lo ricordo bene, facevo ancora le superiori; eserciti di adolescenti in piena tempesta ormonale, con brufolazzi, Eastpak, cuffiette e walkman tutto compreso, che passavano il loro tempo a fissare il vuoto di un futuro imminente sempre più social e meno “sociale” in un account MySpace. C’erano pure gli emo, e quelli che ballavano la tecktonik. Cazzo, la tecktonik. E poi c’erano quelli un po’ strani, personaggi borderline con un velo d’autismo che parevano usciti da un racconto di Wallace, baluardi di una generazione dispersa tra i fitti banchi di nebbia di un decennio-Bermuda che, almeno per una volta, non guardava al mito di quella precedente, ma cercava di crearsi una propria mitologia, seppur schizofrenica e dadaista. Internet d’altronde cominciava a mostrare un lato di sé inedito, o perlomeno sopito: i blog, i forum, i siti di streaming, le community e YouTube, che era già a metà del suo percorso di ascesa tendente ad infinito – autentico vaso di pandora per chi poi ha coltivato il culto del meme e della cazzoneria digitale.

Ecco, gli MGMT erano perfetti, per quel target specifico (un target che si sarebbe poi espanso, cadendo sotto gli ammalianti colpi di un singolone da dancefloor con il video tutto pazzo in cui un neonato incontra numerosi mostrilli e creature): giocosi, autoironici, frivoli, un po’ matti come i padri putativi Flaming Lips, e legati ad un immaginario dada/grottesco/pre-slacker introdotto da band come Animal Collective e Of Montreal. Ma loro avevano qualcosa in più. Gli MGMT erano un gruppo pop – o almeno, pretendevano di esserlo: il loro primo singolo lo annunciava laconico nel ritornello, tra spirali di synth giocosi e un beat molto futuribile – we’re fated to pretend, canticchiava con un melò quasi coyniano (mi si passi il neologismo) colui che avrebbe potuto in quel 2007 rappresentare l’archetipo del ragazzo indie, con il capello giusto e la bandana, il fisico asciutto e glabro, ma soprattutto una gran voglia di spaccare il mondo in quattro.

E invece

Già nel successivo Congratulations (2010) i Nostri prendono le distanze e tornano alle radici, grossomodo quelle di ogni gruppo con il cantante figo, la bandana, l’immaginario cartoonesco e via dicendo, producendo un viaggione surf/psych sotto la guida di Sonic Boom degli Spacemen 3; i singoli ci sono, ma la consapevolezza è cambiata. Il terzo omonimo lo dimostra: critica e pubblico neanche divisi, ma proprio unanimamente refrattari e opposti all’incubo bagnato di due freaks delle spiagge newyorchesi, che trasfigurano e mettono a referto la loro Guernica, la loro “Merda d’artista”.

Adesso, anno del signore 2018, quel giovane Bacco riccioluto e diafano, con la bandana e le pose da glam star, è indubbiamente cresciuto, maturando consapevolezza ed un pizzico di cinismo: dall’immaginario colorato si è passati ai cieli plumbei ed ai timori neo-gotici, la narrazione si è fatta più tagliente e diretta, meno elusiva, e dalla naiveté di MySpace si è passati all’era del voyeurismo digitale, del like-for-like, dei bitcoin e del sexting. Abbiamo pensato, quindi, di metterci in contatto telepatico con l’Eterno Ragazzo, e farci introdurre nella sua Little Dark Age.

«Sto molto bene, è bello sentirti! È un bel momento per vivere», annuncia con un entusiasmo che, sulle prime battute, è quasi spiazzante: Andrew VanWyngarden ha un’aria rilassata, sebbene per telefono sia soltanto intuibile. «Giornata splendida: oggi mi sono fatto un giretto per i mercatini giù a Notting Hill, e mi sono abbuffato di fish ‘n chips, la mia pietanza preferita». Andrew si trova a Londra, in quello che probabilmente è il dungeon (uno dei tanti) del colosso Sony Music: una delle sue numerose “proprietà” è la Columbia, casa di produzione (musicale nonché cinematografica) che nel gruppo Sony fa la parte del leone, e che ha deciso anche per questo quarto album di rinnovare la fiducia nel duo newyorchese, nonostante le aspre critiche e i sopraccigli alzati volti al suo predecessore. «L’etichetta ci ha coccolati, devo ammetterlo: ci ha concesso un sacco di tempo per pensare ad un nuovo album, per metabolizzare le nostre scelte e lavorarci su con calma. È stato un lungo processo, metà del quale è stato fatto per corrispondenza: Ben (Goldwasser, ndSA) adesso abita nella Bay Area con la sua compagna, io sono rimasto a NY. Sono cambiate molte cose. Poi però abbiamo deciso di rimetterci in moto, come si dice, e abbiamo raggiunto David (Fridmann, produttore del primo album e del terzo omonimo, nonché storico collaboratore dei Flaming Lips, ndSA) nel suo studio a Los Angeles, con Patrick Wimberley dei Chairlift, un musicista incredibile e una persona davvero generosa, mi ha dato un grossissimo aiuto nel tornare a comporre partendo da un piano e non dalla chitarra. In sostanza ha “ringiovanito” il nostro sound”.

Il passato è alle spalle, sebbene sia rimasto qualche sassolino di troppo nelle scarpe del duo: «MGMT era un album nato dalle improvvisazioni, piuttosto “free-form”, devo ammetterlo, ma speravamo in un’accoglienza più clemente, meno diffidente: avremmo voluto stabilire un dialogo con coloro che avevano etichettato l’album come “difficile”, “ingestibile” o “indigeribile”, e in parte ci siamo riusciti durante il tour, dove comunque l’impatto sull’audience è stato positivo. Credo comunque che a quel punto le cose fossero ormai cambiate drasticamente: personalmente non ci siamo mai sentiti in debito con un certo tipo di pubblico generalista, se possiamo chiamarlo così, anzi ad essere sincero ti confido che sono sempre stato (più io che Ben) piuttosto insofferente a questa nostra immagine di gruppo pop; ho sempre lasciato che le cose fluissero naturalmente, facendomi guidare più dall’istinto che dal cervello, questo è vero, ma essendo sempre sincero nei confronti di ciò che volevo fare, di ciò che volevamo che la band fosse. Quando ci siamo formati eravamo entrambi al college, e sin da allora ci siamo sempre calati nell’esperienza con grande naturalezza e voglia di divertirci, prima di tutto il resto: qualora dovessi sentirmi costretto a fare quello che faccio, smetterei di farlo».

Little Dark Age si pone quindi nella loro cronistoria come una sorta di rilancio, ovviamente in grande stile: i Nostri non hanno lesinato sulle scelte di produzione, ma soprattutto sugli ospiti, tra cui il più illustre è Ariel Pink: «Ha un’aura molto positiva, una di quelle persone che ti influenzano in modo sostanziale, in meglio ovviamente. Mi ha aiutato molto nel processo di scrittura, ad esempio per brani in cui mi stavo complicando eccessivamente le cose, come Me & Michael: è il pezzo più “accessibile” dell’album, apparentemente quello più essenziale e semplice nella scrittura ma credimi, era diventato veramente un gran bel casino! (ride, ndSA). Volevamo fare qualcosa che ricordasse gli Sparks o i Japan: qualcosa di catchy ma estremamente imprevedibile al tempo stesso. Poi è arrivato lui e mi ha aiutato a sistemare delle parti, soprattutto il ritornello: keep it simple Andy, mi diceva, keep it simple!».

Di certo la “complessa semplicità” della sua musica è sempre stata un punto di forza, ed il suo tratto di maggior distinzione: «Lo seguiamo da quando eravamo al college, dai tempi di album magnifici come The Doldrums e Worn Copy: mi ha sempre stupito il modo in cui costruiva le canzoni, mettendo cioè uno accanto all’altro elementi semplici per creare un insieme complesso e stratificato, sebbene spontaneo nel suo modo bizzarro di essere – non so, è come se tutto quello che gli frullasse per la testa venisse direttamente tradotto in musica, senza filtri né condizionamenti esterni. È una qualità che ammiro». Andrew racconta di come Ariel Pink sia stato fondamentale anche nella genesi di uno dei brani più significativi e belli dell’album, When You Die: «Ariel è venuto a trovarci e sembrava molto ispirato, ci siamo seduti sul divano ed abbiamo cominciato a strimpellare due accordi in maniera molto automatica: in pochi minuti, aveva già generato la progressione di accordi del brano, poi siamo entrati in studio e si è annotato su un libretto dei versi del testo, per cui praticamente avevamo un brano da arrangiare scritto in 10 minuti o poco più! Sai, per uno come me, che sarebbe capace di stare su un suono di hi-hat per tre ore, questa sua spontaneità è quasi un dono, ed averci collaborato mi ha fatto capire molte cose su come scrivo e con quale approccio lo faccio».

Come si evince dal titolo, Little Dark Age non è solo un album di canzoni pop, ma sottende a un universo/immaginario radicato nelle ansie della contemporaneità: «Noi siamo di una generazione che è cresciuta principalmente senza internet, computer o altro, quindi sin dal principio del nostro percorso ci ha sempre affascinato ed attratto la tematica del cambiamento, di come le cose mutassero gradualmente attorno a noi grazie all’avvento dei primi social, dei blog e di tutto il resto, che influenzavano la cultura pop dominante. Molte delle tematiche affrontate in questo album riguardano questo, la crisi ed il vuoto d’identità che questi dispositivi stanno generando, una forma di alienazione per la quale ognuno fa cose folli, insensate o stupide, come fotografare un piatto ancor prima di capire che sapore abbia, solo per far progredire il suo status sociale. Poi certo, molta dell’alienazione che l’aspetto testuale della nostra musica comporta deriva anche da come noi filtriamo le esperienze e il nostro vissuto in maniera grottesca e distorta…». Poi aggiunge: «Spesso mi pento di tutto il tempo prezioso che butto via fissando lo schermo del mio cellulare: sai, da come ne parlo, sembra che sia al di sopra di tutto questo, invece capita a me, come a molti altri. Mi guardo attorno e vedo molte teste basse illuminate da una luce bianca o blu, pollici che scrollano furiosamente sullo schermo – è quasi un tic, un vizio che non riusciamo a toglierci». Ne parla coerentemente in TLSAMP (Time Spent Looking at my Phone, ndSA). Il brano che apre l’album, She Works Out Too Much, è uno di quelli che rimangono più impressi da un punto di vista di arrangiamento, ma anche il testo non è da meno e pare far riferimento a un rapporto di coppia morboso, passivo/aggressivo: «Il brano è un po’ la summa delle tematiche affrontate nell’album, ed è quello in cui riverso molte mie preoccupazioni… …la mercificazione del corpo, una sorta di edonismo 2.0 che sfocia nella pornografia: alcuni profili Tumblr o Instagram sono molto espliciti, e questo mi ha dato da pensare. Non che sia un bacchettone, ma ecco, credo che siamo arrivati a forzare molte dinamiche del tessuto sociale, tra cui quella più rilevante, ovvero l’innamoramento, come una sorta di gioco a premi o contest per cui la valutazione che il web ha di te influisce sui sentimenti e l’interesse di una/un possibile partner; anche il sesso, che è una cosa piuttosto sacra, è banalizzato, appiattito; non riuscirei mai a trarre soddisfazione o libido da qualche foto hot, ecco. In questo il brano è eloquente, ma da un lato è anche la cronaca di un tipo piuttosto sfigato che non riesce a gestire le dinamiche di coppia, mentre la sua donna è piuttosto intraprendente, per così dire».

Ma l’album non è affatto matrice di preoccupazioni future, anzi, piuttosto è un modo per tornare a ciò che Andrew ama fare di più, pertanto il suddetto mi congeda con un “messaggio di pace” per tutti i fan italiani: «Non vedo l’ora di salutare questo 2018 con un bel tour, siamo nella fase preparatoria, ma già avremo una stringa di date negli Stati Uniti prima di approdare in Europa. Sono molto ottimista e per nulla preoccupato, come in genere è stato per i tour passati: credo che siamo cresciuti molto come band e soprattutto sono convinto che i nuovi brani avranno un impatto ancora maggiore dal vivo. Dì ai weekend warriors italiani che li aspetto: a Milano vi voglio in tantissimi, un esercito di guerrieri della pace! Portate i vostri figli, le vostre amanti, le mogli, gli amici, i vostri cani e tanti fiori. Ah, e portate tanto cibo, il vostro è il migliore del mondo, no way».

Foto della copertina: Theo Wargo (Getty Images per Panorama)

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