Intervista a Zachary Cole Smith dei DIIV

La pagina di wikipedia dedicata a Zachary Cole Smith ha avuto parecchie nuove entry negli ultimi mesi. Quasi tutte per documentare gli episodi di una vita irregolare, scritta con il copione del “rocker maledetto” a portata di mano. Analogie con storie che si sono concluse con un bel lutto stanno sparse un po’ ovunque: l’album di (relativo) successo, il legame tossico con la bella Sky Ferreira, la galera, il rehab. Insomma, non manca proprio nulla. Il punto è che il faccino imberbe del nostro e quella love story sospesa fra arte e degrado costituiscono un invito per qualsiasi testata a imbastire un racconto che occhieggia se non proprio a Cobain/Love, perlomeno a Doherty/Moss. Certo, là c’erano giri di denaro e un’attenzione mediatica che i rocker di oggi si sognano, ma il canovaccio rischia di essere lo stesso. In tutto questo, a perderci è la musica, quasi sempre trattata come mera suppellettile. Ed è un peccato, diciamolo, perché il nuovo lavoro a firma DIIV, merita di essere apprezzato per la sua maestosità. Is the Is Are è un doppio album che scivola via con la grazia dei classici, ricco di suggestioni in cui è bello perdersi, a dispetto del fatto che sfocino da sensazioni non proprio di conforto. Zachary ci teneva al fatto che le canzoni fossero numerose e che fossero memorabili, ce lo ha raccontato con un’ingenuità e una sincerità che riscattano almeno in parte certe pose ormai consunte.

Devo farti i complimenti. Ho sentito il nuovo album e mi sembra che rappresenti un passo in avanti rispetto al precedente Oshin. Si tratta di un lavoro molto ambizioso…

Sì, sono molto emozionato per il fatto che finalmente stia uscendo. Si tratta del frutto di un duro lavoro e di tanto tempo trascorso nel farlo. Per tutti noi è fantastico che stia per uscire.

Rispetto al vostro primo disco si può sentire una buona varietà di stili e influenze. La title track, ad esempio, ha un sapore molto krautrock. Altrove invece prevale una certo oscurità post punk…

È vero, volevo fare un disco che fosse il più vario possibile. In molti hanno accusato il nostro primo lavoro di essere monodimensionale. Per questo motivo ho pensato subito ad un album doppio. Volevo abbracciare più stili possibili, ed ero sicuro che se fosse stato un album singolo la gente avrebbe detto che era troppo frammentario. Un doppio album permette di compiere un percorso coerente e suddividere gli stili su due dischi diversi.

Credi che quello del doppio album possa essere un formato ancora appetibile nell’epoca dello streaming?

Io sono un grande fan degli album come formato. Mi piace sentire l’intento artistico dei musicisti nella sua interezza, piuttosto che un brano estrapolato dal contesto. Credo che su Oshin le canzoni non funzionassero molto prese singolarmente. Era più un’esperienza immersiva, un suono ipnotico che durava per tutta la lunghezza del disco. In questo caso invece le canzoni possono funzionare anche singolarmente. Vanno nella direzione dell’ascoltatore. Però io volevo assolutamente che fosse un album doppio e la speranza è che, ascoltando un singolo brano, la gente abbia voglia di ascoltare tutto il resto. Da questo punto di vista è un disco molto ascoltabile, non particolarmente difficile.

Avevi in mente qualche doppio album in particolare quando hai iniziato a pensare a Is The Is Are?

Certamente. Quando ho iniziato a ragionare su un album doppio, mi sono subito venuti in mente dischi come Tago Mago dei Can o Tusk dei Fleetwood Mac. Sono due grandi dischi ed entrambi sono intorno ai 70-75 minuti. So che certa gente quando pensa agli album doppi pensa a cose come Mellon Collie And The Infinite Sadness (che dura due ore) e All Things Must Pass (addirittura tre, suddivise su cinque facciate). Si tratta di opere enormi eppure riuscite perfettamente, ma non era quello che volevo io.

Si può dire che il nuovo album sia più fisico e sensuale, rispetto ad Oshin?

Non saprei. Anche Oshin era un album fisico, ma aveva questo senso di liquidità. Era come l’alzarsi di una marea. Credo che questo sia molto più solido e diretto. All’epoca avevo voluto restare più sullo sfondo. E la cosa mi piaceva. Non era il tipo di album che cercava attenzione a tutti i costi. Questa volta però volevo che tutto fosse più in risalto, che fosse più semplice da ascoltare. Le canzoni e le melodie sono chiare, ma questa volta pretendono di essere ascoltate.

Mi sembra che anche i testi questa volta abbiano un’importanza diversa. È per questo che la produzione è più nitida e che la tua voce risalta maggiormente?

Ci sono vari motivi per cui la voce su Oshin era così poco intellegibile. Il motivo principale è che volevo che il tutto fosse molto democratico, che la mia voce suonasse allo stesso livello delle chitarre e delle sezioni ritmiche. Volevo che il risultato finale emergesse come qualcosa di più della semplice somma delle parti. L’altro motivo è che non sapevo affatto cantare. Sono diventato il cantante di questa band solo perché qualcuno doveva farlo. Ma ora, dopo tre anni, mi sento un po’ più tranquillo nel ruolo di cantante. Poi naturalmente c’è anche il fatto che questa volta volevo che i testi si capissero.

C’è qualche testo che per te ha un significato particolare?

Sono tutti parte di una storia. Tutti parte della mia storia. Non ce n’è uno che riassuma tutto il resto. Alcuni parlano d’amore, altri parlano dell’esperienza fisica dell’usare le droghe. Ognuno racconta uno specifico aspetto della mia vita.

Is The Is Are è uno degli album più attesi della stagione. Hai sentito le pressioni che crescevano attorno a te? Come si sono ripercosse sulla realizzazione del disco?

Sì, è stata una cosa che ha pesato molto sulla realizzazione del disco ed a tratti ha reso molto difficile scrivere. Quando Oshin è uscito non mi aspettavo davvero nulla, ma poi la gente ha iniziato ad apprezzarlo e mi sono accorto di essere un musicista, anche se non mi sono mai sentito tale. Eppure eccomi qua, è quello che faccio ora. Poi le aspettative hanno iniziato a crescere e sono successi tutti quei casini nella mia vita. Ad un certo punto ho pensato che dovevo assolutamente fare un disco perché la gente lo voleva e perché ormai avevano sentito dire di tutto su di me. E di certo non voglio essere ricordato come quel tizio che è finito in galera con Sky Ferreira. Avevo bisogno di fare un disco che dimostrasse che mi merito l’attenzione che mi è stata riservata.

Appunto di questo volevo parlare. In alcune interviste ho letto che hai composto molte canzoni per non pensare a tutto quello che stava succedendo intorno a te. Negli ultimi mesi i giornali hanno riservato particolare attenzione alle tue vicende extramusicali. La cosa ti ha infastidito?

Sì, molto. Vedi, ai tempi di Oshin volevo che la band avesse un aspetto anonimo non volevo certo che venisse identificata con me o che tutto il progetto fosse in qualche modo ricondotto a me. Poi quando tutto è successo, mi sono accorto di essere al centro di discussioni e controversie. Certo la cosa mi ha dato fastidio, ma mi ha spronato a dare il meglio di me e così credo che alla fine ne sia valsa la pena, perché tutto questo ha giovato alla qualità del nuovo album.

zachary cole smith - DIIVLa cosa che mi ha colpito molto riguardo a tutto questo è il modo molto tranquillo e schietto con cui parli della tua dipendenza. Mi sembra che sia un modo per rompere quell’alone di mito che ha sempre pervaso il rapporto fra rock e droghe. Che ne pensi?

Assolutamente, vorrei dare il via ad un nuovo tipo di atteggiamento, in questo tipo di discussioni o di relazioni. Vorrei rompere con la “glamourizzazione” di tutto questo, con la “retorica di Kurt Cobain”. Far capire la realtà, ovvero che tutto questo è molto triste, distruttivo e pericoloso. Non vorrei che la gente, ascoltando il nostro disco, potesse pensare di poter fare queste cose mentre è sotto l’effetto delle droghe. La realtà è che quando ero fatto non riuscivo a combinare proprio nulla.

E adesso com’è la tua situazione? Voglio dire, in questo momento sei pulito?

Mah, è una battaglia continua. Non ti riprendi mai definitivamente dalla dipendenza. Puoi solo vivere un giorno alla volta e vedere cosa succede.

In questo senso credi che andare in tour con la band possa esserti d’aiuto o no?

Non si sa mai. A volte può essere un bene, a volte no. Io amo suonare e fare gli spettacoli. A volte la droga più potente è proprio stare sul palco e suonare insieme alla persone che consideri tue amiche.

Senti, ormai avete suonato insieme a parecchie band prestigiose. C’è qualcosa che hai imparato da queste esperienze?

Una delle cose interessanti del suonare con grandi artisti è che hai una specie di preview di come sarebbe raggiungere quel livello di successo. Ti chiedi «È  quello che voglio veramente? Sono preparato a tutto questo?». Per noi è stato importante fare questo grande tour con i Vaccines e suonare nelle grandi arene. Se prima mi avessi chiesto cosa avrei voluto per la band, ti avrei risposto che mi sarebbe piaciuto suonare in club sempre più grandi. Ma ora non sono sicuro che quei club andrebbero bene per noi. Suonare in quei posti richiede un grande livello di professionalità, il fatto di essere sempre al massimo, di lavorare con ingegneri del suono estremamente abili. Non so se voglio suonare quel tipo di canzone che si suona in una situazione del genere, di fronte ad una folla enorme. Voglio solo arrivare dove la nostra musica ci permetterà di arrivare, senza cambiare per assecondare nessuno.

La canzone che canti con Sky è una delle migliori dell’album. Credi che collaborerete nuovamente in futuro?

Non lo so, è una cosa successa per caso. Avevo composto questo pezzo per cui non mi piaceva il suono della mia voce e alla fine ci ha pensato lei. In futuro mi piacerebbe scrivere ancora per lei, ma chi può dirlo.

Scrivi spesso pensando a lei?

Certamente, un sacco delle cose sul disco le ho scritte per lei. È una continua fonte di ispirazione per me.

Senti, mi piacerebbe chiudere con qualche pensiero su Bowie. Come hai accolto la notizia della sua morte?

Sono un enorme fan di David Bowie. Quando ho saputo della sua morte sono rimasto letteralmente scioccato. Venivo da una tre giorni di ascolti massivi dei suoi album, e il giorno che è morto sono stato tutto il tempo ad ascoltare Blackstar, pensando ai testi e al tema della mortalità. I miei dischi preferiti sono Lodger, “Heroes” e Low. In particolare i primi due, ma anche Scary Monsters è uno dei miei dischi preferiti di sempre. Un paio di anni fa un amico mi aveva detto che c’erano voci del fatto che stesse male e quando avevo saputo del nuovo album avevo tirato un sospiro di sollievo. Non ci sarà mai più nessuno come lui.

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