Io sono Iosonouncane

Quando gli abbiamo dedicato un approfondimento e la copertina del numero di ottobre 2010 del magazine, caso più unico che raro nella storia di SA visto che allora IOSONOUNCANE non era nemmeno esordiente (solo qualche brano in free download alle spalle), sapevamo di trovarci davanti a una proposta musicale di spessore. Duecentocinquanta concerti e 9.000 fan facebook dopo la pubblicazione di La macarena su Roma, l’artista sardo non è più una semplice promessa dell’indie di casa nostra, ma un musicista con un curriculum di tutto rispetto. Finalista alle Targhe Tenco 2011 nonostante una formula musicale aliena e alienante, chiamato dai Verdena ad aprire alcuni dei loro concerti, notato da esponenti illustri della nostra musica più istituzionale come Stefano Bollani e capace di attrarre un pubblico numeroso nonostante scelte artistiche tutt’altro che pop, IOSONOUNCANE arriva alla prova del secondo disco con molti sguardi puntati addosso. Se non quelli di tutti, certo di una base di ascoltatori e di osservatori per cui la sua musica rappresenta un piccolo universo di valori riconoscibile, un meticciato arrembante e scostante da seguire con una certa attenzione. Il musicista sembra rappresentare una via di mezzo tra il caso mediatico generato da un approccio performativo aggressivo e senza compromessi (un meccanismo che foraggia un certo hype anche senza volerlo, soprattutto da quando l’aspetto social del web 2.0 è diventato un fattore determinante) e l’evidente caratura letteraria/musicale di una formula che si nutre di contraddizioni: guarda al cantautorato con gli occhi dell’elettronica, sommando al tutto un’indole punk proletaria che prescinde da ogni ambito stilistico convenzionale. 

A gennaio IOSONOUNCANE entrerà in studio per registrare il nuovo album. Abbiamo colto la palla al balzo, intervistandolo nel backstage del TPO di Bologna in occasione di una delle date del tour a tre che il Nostro sta portando in giro con Paolo Iocca (Boxeur the Coeur) e Simone Cavina (Junkfood). Una buona opportunità per fare il punto della situazione e per ripercorrere insieme l’ultimo periodo.

Alla pubblicazione de La macarena su Roma è seguito un lunghissimo periodo di tour e poi un silenzio rotto soltanto dal singolo Le sirene di luglio uscito nel 2012. Cosa hai fatto in questo lasso di tempo?

Sono tornato a casa, in Sardegna, nell’agosto del 2012. L’ultima data del tour è stata a Milano, a metà settembre. Ho ripreso poi tutte le bozze accumulate nel periodo precedente e ho scelto quelle che mi sembravano legate tra loro e che mi piacevano di più. Ho cercato di svilupparle, registrando anche materiale in Sardegna, con molti amici.

Ritornare in Sardegna è stata una scelta legata al fatto di voler lavorare sul disco senza pressioni o riconducibile anche ad altri fattori?

Un po’ un insieme di tante cose. Di certo la voglia di fermarmi un attimo, dopo tre anni e mezzo di concerti. In tutto credo di averne fatti duecentocinquanta. Dopo la pubblicazione del disco, ci sono state tantissime richieste di live, in contesti diversissimi tra loro. Arrivato al giro di boa dei trent’anni ho pensato di staccare e di tornare per un po’ a casa, dalla mia famiglia e dai miei amici. Al tempo stesso ho voluto riflettere un attimo per fare il punto della situazione sul materiale che avevo registrato fino ad allora, per poterlo poi sviluppare. A gennaio 2014 entrerò in studio e inizierò il lavoro finale sul nuovo disco. Sarà una fase molto legata ai suoni, alla produzione. Fino ad ora ho fatto solo pre-produzione, stendendo gli arrangiamenti.

Come hai vissuto la buona fama conquistata a livello indipendente da La macarena su Roma? Ti aspettavi tutto quello che è successo?

Se devo essere sincero, un po’ me lo aspettavo. Guardandomi attorno e conoscendo quello che è l’ambiente musicale italiano, mi ero fatto l’idea che il materiale a cui stavo lavorando per La macarena su Roma, fosse abbastanza “forte”, vivo, ma anche rozzo e istintivo. Già dai primi concerti, prima di pubblicare il disco, mi ero reso conto dell’impatto che i brani avevano sul pubblico, un pubblico che in qualche maniera veniva “aggredito” dalla musica e dai testi. In questo senso, quindi, ho capito che il disco avrebbe potuto suscitare, comunque, una reazione. Da un punto di vista personale si è trattato di un periodo estremamente intenso, pieno di avvenimenti di segno opposto e che ha abbracciato due anni di vita, con tutto quello che questo comporta. Più o meno un anno fa mi sono detto che non avrei mai più fatto concerti. Ma sul palco mi diverto, e parecchio, ed ho quindi deciso di ripartire, ma non più da solo. In ogni caso senza concerti potrei vivere, senza scrivere musica no.

Come vivi le aspettative che evidentemente ci sono, nei confronti del tuo secondo lavoro?

Cerco di non viverle. Parlando con persone che mi sono vicine, mi capita spesso di ascoltare consigli tra i più diversi: c’è chi mi dice di fare un disco chitarra e voce, chi di farne uno con pezzi semplici, chi di scrivere pezzi impegnati, chi di non usare più la chitarra. Alla fine cerco di pensare che il pubblico non esiste, nel senso che non voglio preoccuparmi di ciò che la gente si aspetta da me. Considero il pubblico come un insieme di persone riunite in un dato spazio (reale o virtuale), in un determinato momento e in maniera del tutto casuale. Per questo, per il mio secondo album, porterò avanti l’idea che ho in testa, che è ben chiara, senza pensare al pubblico. Per fortuna non ho il problema di avere poco materiale; anzi, devo lavorare per sottrazione, per arrivare a una conclusione. Già so, ovviamente, che alcune delle persone che mi seguono potrebbero rimanere deluse dal nuovo materiale, ma so anche che lo stesso materiale potrebbe piacere a persone che prima non mi conoscevano. Di certo non farò la stessa cosa che ho fatto con il mio album d’esordio.

Foto di Silvia Cesari

Foto di Silvia Cesari

Con La Macarena su Roma sei arrivato in finale alle Targhe Tenco. E’ stata un’esperienza che ti ha aperto qualche porta o messo in contatto con artisti che rispetti o con cui, magari, vorresti collaborare?

Non ci ho mai pensato, però posso dirti che grazie al Tenco ho conosciuto Cesare Basile, persona che stimo molto, con cui mi trovo davvero bene e con cui riesco a chiacchierare sempre amabilmente. Quando mi hanno chiamato a suonare al Tenco, ci sono andato con un amico di Genova, ex coinquilino; l’ho fatto per cercare di ricreare, anche in una situazione molto differente da quello che sono io, una sorta di “microclima” che potesse riallacciarsi al mio vissuto. Voglio dire, nella vita privata frequento pochissimi musicisti, per quanto ne stimi moltissimi. In quell’occasione non volevo sentirmi troppo “solo” e così ho deciso di vivere la due giorni della manifestazione assieme a un amico. Per quanto riguarda l’esperienza artistica specifica del Tenco, posso dirti che tutto quell’ambiente mi pare abbastanza conservatore. Quando ho suonato, il pubblico è sembrato sorpreso dalla mia esibizione, nel senso che forse non era molto abituato a vedere un musicista che lavora su macchine elettroniche come quelle che uso io. Alla fine credo che sia anche normale. Detto questo, non nascondo di essere stato molto nervoso, prima dell’esibizione.

Se dovessi fare un bilancio di tutto quello che ti è successo dopo l’uscita del disco d’esordio, quale esperienza o frammento di vissuto ti piacerebbe incorniciare?

Principalmente due esperienze. La prima è l’essere stato chiamato dai Verdena ad aprire diversi loro concerti. Considero i Verdena musicisti molto capaci, dediti alla musica anima e corpo, tesi verso una ricerca continua. Tra l’altro sono sempre stati uno dei miei gruppi preferiti. L’altra è l’essere stato chiamato da Stefano Bollani a suonare un mio brano con lui. E’ stato qualcosa di impressionante, se pensi alla distanza che separa i rispettivi mondi di provenienza e alla sua riconosciuta statura internazionale. Tra le due esperienze, metto anche qualche concerto fatto in appartamenti privati, esibizioni che a volte si sono rivelate molto più intense rispetto a certi live suonati in contesti più ampi.

A distanza di tempo e a mente fredda, come valuti La macarena su Roma?

In generale, i brani mi piacciono tutti, li riconosco ancora come miei. Risentendo il disco oggi, però, forse cambierei qualcosa nei suoni e negli arrangiamenti. Certi brani non li faccio spesso dal vivo, perché mi pare che non rendano come dovrebbero o magari perché non mi viene l’esigenza di suonarli, ad esempio Il famoso goal di mano. Ad altri sono affezionato, ma va bene comunque se escono di scena, come Il boogie dei piedi. La macarena su Roma rimane comunque, almeno per me, un disco significativo, urgente e cervellotico nello stesso tempo, ma di certo autentico, onesto. In primis perché rispecchia pienamente quello che stavo vivendo nel momento in cui l’ho composto.

Cosa puoi dirci, invece, del nuovo album? Quando uscirà? Cosa dobbiamo aspettarci?

Credo che assomiglierà in piccolissima parte a quanto ho già fatto. Con l’inizio dell’anno entrerò in studio e comincerò il lavoro di produzione effettiva; spero di finire il tutto in pochi mesi. Posso dirti solo questo.

Ultimamente hai curato il sonoro di Tomato Soap, spettacolo teatrale del collettivo Manimotò. Di cosa si è trattato, nello specifico?

Ho scritto un brano originale per una scena dello spettacolo, ho composto delle playlist; in alcune scene dello spettacolo ho lavorato solo col rumore, in altre ho simulato determinati contesti. In generale, è stato un lavoro lungo e impegnativo. Credo che lo spettacolo sia molto bello. E’ fatto da due ragazzi, Ariela e Giulio, che sono poi i Manimotò. Sono artisti che hanno lavorato anche in giro per l’Europa e che si occupano di teatro grottesco, basato sulla costruzione di maschere.

Non ti nascondo che, ricordando soprattutto le tue prime esibizioni (in cui c’erano molte parti di parlato, tra un brano e l’altro), ho sempre pensato che una delle tue naturali destinazioni potesse essere proprio il teatro. Una sorta di Teatro Canzone à la Gaber aggiornato ai giorni nostri, se vuoi. Ci hai mai pensato? Come ti vedresti a scrivere musica e monologhi per quel tipo di contesto?

Sinceramente non ci ho mai pensato. Nel mio percorso personale, il fatto di arrivare a fare monologhi è stato un evento casuale, incidentale. Nei primi concerti, in cui non conoscevo benissimo le macchine che uso per fare musica, aggiungevo monologhi anche per fare scaletta. E’ stata una cosa venuta in maniera molto naturale, nata se vuoi dalla botta di adrenalina che i brani, e la reazione del pubblico agli stessi brani, mi restituivano. In più in quel periodo ascoltavo tantissimo Gaber, uno che a suo modo era parecchio aggressivo in quel che cantava e diceva. Non ho mai riflettuto sulla possibilità che hai citato, anche perché mi considero innanzitutto un musicista (un aspetto che paradossalmente, nel primo disco, è forse rimasto un po’ marginale) e so di potere avere buone carte da giocare in questo senso. Forse potrei anche scrivere e interpretare un monologo teatrale, ma sarebbe comunque una cosa su cui lavorare tantissimo, da affrontare in modo professionale e dopo un lungo percorso formativo, non il frutto di un’improvvisazione. In passato mi hanno proposto varie attività collaterali al mio fare musica, come ad esempio scrivere un libro o fare dei reading; ho sempre rifiutato, proprio perché penso che ogni mestiere richieda competenze ben precise.

Stasera ti sei esibito in trio, un’esperienza piuttosto insolita per uno abituato a suonare accompagnato solo da chitarra e macchine elettroniche. Cosa ti ha spinto a farlo?

L’idea mi è venuta perché non ne potevo più di andare in giro a suonare da solo. In più il fatto di suonare senza coinvolgere altri, per me, non è mai stato un obiettivo, ma una necessità economica. Da un certo punto di vista, andare in giro per l’Italia da solo ha sempre richiamato, ai miei occhi, anche un immaginario un po’ punk, con tutti i correlati in termini di autarchia che si porta dietro una scelta del genere. E’ una cosa che però non può andare avanti per sempre. Inoltre la mia forma mentis, quando scrivo musica, è più sullo stile di Brian Wilson che di Panda Bear, nel senso che mi piace orchestrare moltissimi elementi musicali, arrangiarli, svilupparli in forma di collettivo.

Questo significa che nel tour del prossimo disco suonerai con altri musicisti?

Idealmente, per come sono i pezzi nuovi, dovrei salire sul palco con dieci persone, oppure usare in maniera massiccia il laptop. Nel caso in cui avessi la possibilità di portare in giro il mio nuovo disco con qualcuno, comunque, chiamerei in primis i due musicisti che mi accompagnano stasera – Paolo Iocca (Boxeur the Coeur) e Simone Cavina (Junkfood) -, artisti per cui ho immensa stima. 

16 Dicembre 2013
16 Dicembre 2013
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