Chiedi chi erano i Jennifer Gentle. Intervista a Marco Fasolo

Soddisfatto, felice, pronto a rivendicare la sopita gioia dell’identità da quel furgone che ha portato la band in giro per l’Italia ad aprire i concerti dei Verdena. Marco Fasolo, come tutto ciò che ha sempre riguardato la sua creatura Jennifer Gentle, è un torrente in piena, un vulcano di pensieri, opinioni, ricordi. L’uscita per Bomba Dischi della ristampa dei primi due ormai introvabili album I Am You Are e Funny Creatures Lane è l’occasione per fare un bilancio, riavvolgere il nastro, osservare il percorso e ritrovarsi fieramente uguali a sé stessi.

Partiamo dalla stretta attualità: innanzitutto com’è stato riprendere a suonare dal vivo per aprire i concerti dei Verdena, vostri amici nonché supporter da sempre?

E’ esattamente quello che ci voleva. E’ stato un ritorno alla vita dopo tutto il tempo che ci siamo presi per rodare il live e dopo questi ultimi anni in cui ho avuto molto da fare in studio con vari progetti. Quale migliore occasione, poi, se non con Luca, Alberto e Roberta, che oltre a essere una grande band sono bellissime persone con cui è bello condividere cose?

Tra le condivisioni recenti c’è Nevischio, brano a cui hai contribuito e probabilmente anche quello più pop di Endkadenz. Com’è nato?

Intanto ti posso dire che nel secondo volume ci sarà un altro pezzo – di cui non dico il nome, solo perché forse nel frattempo lo hanno cambiato – decisamente diverso da Nevischio. Con quest’ultimo è stata un po’ una sfida: avevano voglia di collaborare con me e l’occasione di Endkadenz si è presentata in un periodo in cui ero abbastanza disponibile. Erano arrivati a un embrione di canzone peraltro anche abbastanza definita, ma non sapevano bene che vestito dargli. Mi hanno chiesto di aiutarli e ne è venuta fuori una collaborazione vera, in cui ho dato tutto quello che potevo. Loro sono stati da un lato molto ricettivi, dall’altro molto disponibili, e siamo riusciti a venirne a capo facilmente.

Cosa dobbiamo aspettarci dal brano del secondo volume?

Diciamo che è un pezzo che viaggia, che allarga di molto la visuale. E’ uno di quei brani che suona per immagini, sicuramente meno forma canzone di Nevischio e decisamente suggestivo.

Escono questa settimana le ristampe dei primi due dischi dei Jennifer Gentle. Partiamo dall’esterno, dall’aspetto fisico: un poster, che inquadra molto bene la schizofrenia dei due album, fa da raccoglitore ai due CD. Come mai questa scelta?

Ce ne siamo occupati in ogni minimo dettaglio io e Diego Dal Bon [batterista dei Jennifer Gentle, ndSA]. Abbiamo avuto l’intuizione di proporlo con questo poster con tasca che raccoglie i due CD inseriti dentro una busta. Poi siamo passati all’aspetto estetico. E’ stata anche qui una bella collaborazione nata con uno sviluppo molto naturale e fresco. Quando ci hanno portato i dischi, alla data di Rimini, sono rimasto molto contento e abbiamo avuto tutti la percezione di aver fatto una cosa bella.

jennifer-gentle-ristampa

Che effetto ti ha fatto riprendere in mano questi due dischi dopo quattordici anni?

Anche se il cammino è stato burrascoso, lungo e complesso, ho la netta percezione che tutto abbia avuto un senso in tutto questo tempo. Non tanto perché ho avuto la felicità e la soddisfazione di veder ristampati dei dischi, ma proprio perché mi accorgo che rappresentano l’ennesimo tassello di un percorso per me indispensabile: riuscire a procedere con le cose che intendo fare, che mi prefiggo, e poi ottenerle. Sto continuando a fare quello che voglio, senza compromessi e senza intoppi.

I Am You Are è un percorso caotico irto di ostacoli che solo alla fine si consegna nella sua veste più melodica e accessibile. Quale obiettivo ti eri posto mentre lo scrivevi?

Ti dirò, non è facile parlarne al passato, perché non è che io sia cambiato molto da allora, anzi. Forse sono solo cresciuto nel gestire le mie ire funeste. Avevo un’urgenza, un bisogno di fare delle cose e di farle anche con una certa serietà. Non vedevo molte possibilità rispetto a certe dinamiche del mondo della musica – nonostante fossero sicuramente migliori rispetto ad oggi – ma avevo un bisogno fisico di buttar fuori quello che avevo in mente. E’ un disco chiaramente isterico, frastagliato, una specie di frattaglia, anche un po’ scomposto. Non lo abbiamo minimamente ritoccato, e l’obiettivo nasceva esattamente da questo: vomitare tutto senza tralasciare neanche un tocchettino e senza scervellarsi troppo sulla qualità del suono. Inoltre eravamo a fine anni ’90, si intravedeva già quello che c’è adesso: una grande, eccessiva, stupida preoccupazione di voler essere accettati. Quella era una cosa che per me non aveva proprio alcuna valenza. Avevo voglia di fare un album che entrasse senza chiedere permesso a quei malaugurati personaggi che lo compravano. Ero anche più egoista. Negli ultimi anni ho sviluppato questa voglia di condivisione che, ammetto, all’epoca non c’era. Non volevo dar fastidio, non volevo rompere i coglioni ma allo stesso tempo ero più egoisticamente bisognoso di esprimermi. Ora sono più egoisticamente bisognoso di condividere con gli altri.

Sei diventato più social?

No, per niente. Ho voglia di vedere le persone che decidono spontaneamente di venire ad assistere a un mio concerto, di scorgere nei loro volti e nei loro corpi che si muovono empatia con quello che vivo io quando sono sul palco o per lo meno di accorgermi che stanno cercando di capirlo. All’epoca eravamo solo io e la mia band. Che poi è un ragionamento anche un po’ paradossale: se oggi suoniamo davanti a una persona o a diecimila, non cambia niente; una volta, pur non importandomi tanto, faceva differenza.

fasolo vintage

Nel primo album c’è un urgenza e un’entropia di fondo che non conosce pause. Una matassa di intuizioni, influenze, idee, con la volontà di non lasciare indietro niente. Sbagliato definirlo il vostro disco più ossessionato?

Assolutamente sì. Il disco più ossessionato è sicuramente Midnight Room: in quel periodo non ho dormito la notte e sono stato anche piuttosto male. Non saprei dirti se questo sia il nostro disco “più qualcosa”. Discorso diverso invece per Funny Creatures Lane, che sin dall’inizio volevo suonasse come una grande produzione mainstream, un Magical Mystery Tour registrato con i soldi di una gita al lago e che poteva sembrare una partita persa in partenza. Poi in realtà così non è stato e con quella pulsione ho trovato un linguaggio mio.

A proposito di linguaggio, ho sempre trovato la pischedelia rumorosa di I Am You Are più prossima a quella meno composta di gruppi come Red Krayola o The Dirty Mac che a quella di Barrett. C’è la stessa cupezza, lo stesso livore. Ricordi quali ascolti ti influenzarono all’epoca?

I grandi classici (Pink FloydBeatlesCaptain Beefheart), che poi sono esattamente gli stessi di oggi, non li ho minimamente cambiati. Quella che è cambiata forse è la consapevolezza di sentire certe cose. Trovo molto più sensato e interessante ascoltare diecimila volte una canzone ben scritta, che perdersi nel mare magnum del web. A parte qualche piacevolissima scoperta, tipo i Broadcast, un gruppo che mi ha dato tante cose, gli ascolti fondamentali sono gli stessi di allora, e più li ascolto più imparo a leggerne i diversi livelli. Un giorno apri un giornale, leggi l’intervista a un gruppo e ti dici che dovresti ascoltarli. Non credo nell’andare a rovistare nelle cose; nel momento giusto arrivano loro da te.

A quale brano di questo disco sei più legato?

Difficile dirlo, ti potrei citare The Pilots, o ancora di più The Strumpfhose Melodie, perché è una di quelle cose che non in molti avrebbero il coraggio di mettere in un disco: una porcata registrata in camera con un quattro tracce a cassetta a cui abbiamo dato il peso di una canzone meravigliosa. Ma amo tutto quello che faccio, soprattutto in quel disco, dove tutto è vomitato e molto poco calibrato. In Funny Creatures Lane posso invece già dirti che Wondermarsh è tra le mie preferite: una canzone ben scritta, ben arrangiata, che mi sorprende ancora oggi.

A posteriori c’è qualcosa che cambieresti?

Non voglio cambiare mai quello che faccio. Fare un disco e buttarlo nel calderone infinito dell’eternità è un po’ come buttare una lavatrice nello spazio non sapendo mai dove andrà a finire. Il what if a posteriori è un’altra deformazione dei nostri tempi. Diverso il discorso dal vivo, dove cerco di apportare micro-cambiamenti ogni giorno, anche coinvolgendo in questa follia la band. Suonare in concerto non è seguire un copione, per dirla alla Carmelo Bene “la recitazione è la morte”. In quel momento stiamo facendo accadere qualcosa. Oggi è così, domani potrebbe essere tutt’altro o vagamente simile. Non è indecisione, mi piace percepire quell’elettricità di qualcosa in continua evoluzione.

Tra le aggiunte a questa riedizione ci sono la versione originale di No Mind In My Mind (originariamente inserita nella compilation Homesleephome) e gli inediti Ana’s Make-Up (filo Jethro Tull), la reediana Empty Hours, la funerea Rigor Mortis. Perché scegliesti di lasciarli fuori?

Rigor Mortis scelsi di non inserirla perché secondo me aveva un suono troppo diverso, che non rientrava nell’idea di quel disco. Poi ti confesso che abbiamo sempre avuto in un angolo del cervello l’idea di tenerle tutte da parte per un futuro box che fortunatamente è arrivato.

Passa un anno e arriva Funny Creatures Lane, un’opera più corale, rifinita. Quali differenze ricordi in fase realizzativa?

C’era la voglia di fare una produzione mastodontica: canzoni, armonie, melodie, cambi, suoni, riverberi, orchestre, archi, organi. Se I Am You Are è un disco putrefatto e scarno, questo doveva essere una cascata di lustrini e ciglia finte. Un fottuto kolossal con tanti suoni e sovraincisioni.

Come mai il passaggio tra due dimensioni così diverse?

Perché volevo mettere nero su bianco che non eravamo cinque drogati che perdevano tempo dalla mattina alla sera, ma che ci mettevamo in gioco e che la posta era molto alta. E poi volevo togliermi totalmente da quel giro indie stantìo che non mi è mai piaciuto, tipo Grandaddy, per dire la cosa più bella. Volevo completamente scrollarmi di dosso quel nubifragio di nulla che c’era in quel periodo e che adesso è anche molto peggio, facendo magari qualcosa di orribile ma che non fosse definibile come noioso, vuoto, uguale o piatto. E’ questo quello che mi ha spinto a fare qualcosa di esageratamente pieno di idee, forse anche troppe e non gestite benissimo.

Il tutto avvolto in un mood decisamente più brillo, tra divertissement barrettiani e lo spettro di un eccitato Tom Waits che, bacchetta in mano, sembra dirigervi come un’orchestra…

Vero, mi piaceva molto l’idea di questo kaleidoscopio, come un bruttissimo magnifico incubo.

E’ il disco che vi siete divertiti di più a realizzare?

Forse sì o forse ci siamo divertiti di più in I Am You Are. Sai cosa, quando registri un disco il divertimento è sempre una porta mezza aperta, che potrebbe diventare indice di irresponsabilità, e purtroppo non me lo posso permettere quando registro. Il divertimento puro, con la gente giusta, c’è dal vivo. Registrare un disco è un po’ anche una lotta per ottenere quello che vuoi, ci si diverte ma è un divertimento molto doloroso e masochistico.

Considerando la vostra discografia, in tanti vedono questo secondo album come la rappresentazione migliore del progetto Jennifer Gentle. Sei d’accordo?

Credo che la gente, a un certo punto, si sia fatta un’idea di cosa siano i Jennifer Gentle che presumo sia più conforme a un disco come Funny Creatures Lane. Sicuramente è un disco molto rappresentativo, ma noi siamo anche molto altro. E’ un album che ci ha scollati da un calderone e ci ha portati verso qualcosa di non necessariamente “figo”, ma nelle condizioni di poter dire: “ecco, questi siamo noi”. Da lì non ci siamo più mossi. Come dicevo prima, sono sempre abituato a giudicare un percorso; dovessi dire quale sia il miglior film di Fellini, neanche ci proverei.

I progetti che ti vedono coinvolto sono sempre stati caratterizzati da una prolificità inconsueta. Ti è capitato di riscoprire qualche aspetto che avevi dimenticato in queste registrazioni?

La cosa più bella, e che per fortuna sento di non aver perso, è la totale impossibilità nel non fare quello che mi va. Riprendendo in mano questo materiale, ho visto un ragazzo che è partito da un’idea e l’ha portata avanti. Mi piace conoscermi passo dopo passo, senza paura di dover assomigliare. Nel corso di questi ultimi anni abbiamo tenuto da parte un po’ di materiale, da cui abbiamo selezionato cose che valeva la pena tenere in considerazione, e che sono finite in queste ristampe.

Questa doppietta di dischi vi è valsa il contratto con Sub Pop. Ricordi cosa li colpì maggiormente di questi due lavori, tanto da proporvi un contratto?

Credo la personalità, che è quello su cui ho sempre puntato, e che poi è quello che secondo me dovrebbe fare ogni gruppo: lavorare su sé stesso, che non vuol dire non confrontarsi con l’esterno, ma investire sulla propria persona, sulla propria vita. Anche l’illusione di unicità, qualcosa che emani, è quello che conta. La prima cosa che mi dissero fu “quello che fate è una figata, se accettate di stare con noi dovete semplicemente continuare a essere così”.

Quanto è difficile essere sé stessi oggi?

Secondo me non è cambiato nulla, se non il fatto che la gente crede che basti esistere, per esistere, ma in realtà non è così: bisogna essere, per esistere. I social network hanno amplificato questa gigantesca illusione per cui il fatto stesso che io esisto, mi dà il diritto di esistere. Finché non fai non sei, finché non sei non esisti.

In una recensione di Valende Pitchfork indicava nelle trame strumentali di Nino Rota gli ingredienti della vostra estetica musicale. Più in generale, quanto hanno influito il cinema e le colonne sonore nella vostra musica?

Nella nostra musica, il cinema ha influito molto di più della musica. A parte casi estremi tipo Mozart, BeatlesPink Floyd, Joe Meek e altre cose, il cinema mediamente mi ha coinvolto e influenzato molto di più. Quando scrivo, ragiono per immagini e il cinema racconta una storia modo più simile a quello che intendo raccontare io con la musica. Fellini, Bava, Argento, Kubrick, Stanlio e Ollio, Pasolini, le prime cose di Lucio Fulci, Monicelli, Orson Welles, Hitchcock, tutti classici che a più di quarant’anni esistono ancora. Mentre di tutti quei film pseudo generazionali che parlano dei problemi dell’oggi, quelli che dopo un anno non hanno più motivo di esistere, non me ne frega nulla.

jennifer_gentle1

Hai citato tutti classici del cinema di narrazione, e io che mi aspettavo Cronenberg e Godfrey Reggio…

Mi piacciono le produzioni mainstream personali, ben fatte, originali, irriproducibili e in grado di arrivare alle masse. Quello per me è il top. Un bel film di Buster Keaton o di Charlie Chaplin è una cosa che guarderanno anche i venusiani tra quattordicimila anni.

Siete stati per anni il gruppo simbolo dell’indie italiano che è riuscito ad affermarsi all’estero. Qual è il tuo giudizio sulla musica italiana che cerca di varcare i confini?

L’Italia ha un grosso problema: una profonda sottostima. Ci si dà poco credito. E’ un discorso che faccio spesso, ma è una cosa a cui credo veramente. Penso ai classici della musica, del cinema, dell’architettura, della moda. Tutto è praticamente nato qui, eravamo i primi, i migliori ovunque, iper-esportati, bravissimi e amati. Adesso siamo dei coglioni che si preoccupano di qualsiasi cosa, che non riescono a cacciare un disco perché hanno paura di non essere in grado di farlo. Ma finché continuiamo a portare i Queens Of The Stone Age per vedere come si fa il rock, non credo si migliorerà molto.

Entrambi i dischi richiedono attenzione e, se possibile, anche condizioni di ascolto medio-alte. La musica sempre più liquida, impercettibile, ascoltata ovunque e con ogni mezzo, come si confronta con la tua idea di ascolto?

Lo trovo un livellamento verso il basso che rispecchia una grande mancanza di amor proprio. Il sintomo di una grave malattia che affligge ognuno di noi, lo smarrimento dell’io. Ascoltiamo tutto perché ci sentiamo soli, abbiamo la vita vuota ma gli iPod pieni. E’ un’avidità materialistica per mancanza di cibo della vita, dell’anima. Poi è anche gratis, per cui succede come ai buffet, con la gente che mangia fino a sboccare. Una follia totale.

Per il futuro cosa dobbiamo attenderci dai Jennifer Gentle?

All’orizzonte c’è un documentario, ma è ancora un po’ presto per parlarne. Spero di continuare a fare un po’ di date, e poi vorrei registrare un disco nuovo entro l’anno.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare