La sofferenza di un cuore solitario – “Game of Thrones” – 8×05

Uno dei momenti più importanti di Game of Thrones si trova nel pieno della terza stagione, quando il serpentino Peter Baelish/“Ditocorto” confida al pacato Varys/“Il Ragno” cosa pensa del Caos. Contrariamente al senso comune, per Ditocorto il Caos è paragonabile a una scala che conduce ad un potere smisurato. Mentre molti sovrani falliscono nella salita, perchè attaccati a concetti più concreti come un regno o un amore, figure come Baelish ne comprendono l’ampio potenziale. Se torniamo a ragionare sul tema della colpa da espiare contenuta nella scrittura di George R. R. Martin, si capisce subito che la triste fine di un personaggio chiave come il suo è da ricollegarsi al peccato che ha compiuto, ovvero quello di desiderare il potere più di ogni altra cosa. Infatti, dopo essere stato rifiutato dall’unico amore della sua vita (quella Catelyn Stark, moglie di Ned Stark), Ditocorto non ha mai smesso di cercare il riconoscimento che pensava di meritarsi, almeno fino a quando non ha capito che i giochi stavano per volgere a suo sfavore.

Game of Thrones è una serie che parla principalmente di potere e The Bells, quinto episodio dell’ultima stagione, ce lo ricorda molto chiaramente. Se da una parte l’epica classica influenza la parte di racconto strettamente collegata alle metafore e agli insegnamenti, come abbiamo visto nel terzo episodio, dall’altra invece si ha come altissimo punto di riferimento la tragedia shakespeariana. E in una puntata in cui Baelish non può essere presente per ovvie ragioni, le sue parole raggiungono un’eco e un peso senza misura, a cominciare dai timori che portano Varys a tradire Daenerys; infatti già nell’episodio precedente si era capito che il “Ragno” non avrebbe mai visto di buon occhio la svolta tirannica della Madre dei Draghi, e questo lo porta inevitabilmente a quella condanna che la strega Melisandre gli aveva predetto nella stagione scorsa.

Cosciente di non essere più meritevole del Trono di Spade, temuta dalle persone più vicine (uno su tutti, il buon Tyrion Lannister), rifiutata dal fedele Jon Snow (che reprime l’amore per paura dell’incesto e, quindi, di una colpa più grande) e orfana dell’unica amica che abbia mai avuto (la povera Missandei), Daenerys Targaryen si avvia verso il crepuscolo ereditando la follia di suo padre Aerys e lasciando che l’ira decida per lei. In maniera piuttosto simile a un altro grande personaggio femminile della televisione, Claire Underwood di House of Cards, Daenerys scala il caos, passa definitivamente «da Lady Macbeth a Macbeth» e si macchia di sangue i capelli argentei. Tutto per compiere la vendetta contro la “Madre” Cersei Lannister, la quale impera dalle alte e inaccessibili torri di Approdo del Re, e per distruggere una volta per tutte quella mortale «Ruota delle Casate» che gira incessantemente dall’alba degli Uomini.

Se non è l’Amore a fermare la guerra, sarà il Terrore a farlo. Terrore che viene contornato simbolicamente dal colore rosso porpora, presente in ogni inquadratura che Miguel Sapochnik (ancora lui a dirigere un altro episodio ambiziosissimo, forse ancor di più di The Long Night) e il suo direttore della fotografia Fabien Wagner (quello colpito dalle inutili polemiche delle settimane scorse) cercano di costruire nel minimo dettaglio: dal riflesso di un sole arido alle fiamme di un camino, dagli stendardi di Casa Lannister ai mantelli della Compagnia Dorata, arrivando poi al sangue degli innocenti (spalmato sui muri, sui volti, sulle spade, sui vestiti, sui pavimenti…) che periscono sotto l’irruenza delle interminabili esplosioni di fuoco dell’ultimo drago vivente. E mentre Daenerys non mostra il volto per maggior parte dell’episodio, come se la Morte fosse ormai solo un’ombra alata e assordante (siamo sicuri che il Re della Notte sia stato veramente abbattuto?), i personaggi che si ritrovano nella rinascimentale Capitale combattono non tanto per la vita quanto per la scelta più giusta da fare.

Disintegrando uno dei set più grandi e ricchi della storia di Game of Thrones, gli ideatori David Benioff e D. B. Weiss ci raccontano come la Culla della Civiltà possa crollare per mano di un’esistenza iraconda e sofferente, e lo fanno nel modo più spettacolare e ansiogeno che si possa immaginare; finché c’è un trono a cui aspirare, ci sarà sempre qualcuno che ucciderà per esso. Ma ad un passo dalla fine è possibile intravedere ancora una flebile speranza per un futuro meno brutale, come un cavallo bianco che risplende tra le macerie e la cenere.

14 Maggio 2019
14 Maggio 2019
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