Perdersi per ritrovar se stessi. Levante e il suo “Magmamemoria”

Al suo esordio con una major Levante fa centro. Magmamemoria è probabilmente il suo miglior lavoro in carriera, sicuramente il più maturo, ma è anche il più consapevole, capace cioè di valorizzare appieno i punti di forza, e in cui anche quelli che erano i lati più criticabili della cantautrice siciliana in passato vengono dosati e contenuti, soprattutto grazie a una produzione stavolta all’altezza.

Nell’arco dell’intera scaletta, che conta ben tredici brani, Levante spazia dalla critica sociale all’evocazione dei ricordi, dall’analisi di una relazione in corso d’opera alla fine della stessa, senza mai caricare troppo d’enfasi, cercando in tutti i modi di evitare la retorica spicciola (pur non disprezzandola). Forse non è affatto un caso che questo suo infuocato quarto lavoro arrivi dopo la pubblicazione di ben due romanzi, perché mai prima d’ora le parole avevano assunto un ruolo così dominante nella scrittura della cantautrice e dove le ritmiche sembrano provenire da un passato non poi così lontano e suonare al tempo stesso immediatamente riconoscibili e attuali. Nella sua genesi l’importanza di ricordare assume un carattere fondamentale («inevitabilmente sono invecchiata e quindi le esperienze sono aumentate e ho accumulato molti più ricordi»), così come anche l’inclusione di nuovi amici («quella con Colapesce e Dimartino è diventata un’amicizia bellissima in cui la loro poetica si è mischiata alla mia»).

Testi approfonditi e ricerca musicale di un certo tipo: non ti rendi la vita facile in questo nuovo lavoro…

Mai. Ho sempre fatto musica in maniera molto istintiva e questo disco è nato esattamente come gli altri. La differenza rispetto ai precedenti sicuramente sta nella maturità, nel senso che inevitabilmente sono invecchiata e quindi le esperienze sono aumentate e ho accumulato molti più ricordi che sono confluiti in questo disco che porta il titolo di Magmamemoria, quindi perché non parlare di memoria? Poi, sicuramente, sono aumentate le mie esigenze dal punto di vista produttivo, dell’arrangiamento. È stata fatta una grossissima ricerca per Magmamemoria: una ricerca di suoni che poi è sfociata in una realizzazione molto moderna pur partendo dagli anni Novanta, ovvero il mio obiettivo; siamo andati a cercare rullanti e piatti anni ’90 o quello che gli artisti che mi piacevano di quel periodo facevano, ma suonando in chiave moderna e riuscendo anche a inserire l’orchestra (per quasi 2/3 del disco suona l’Orchestra di Budapest). Quindi anche dal punto di vista tecnico e produttivo questo disco, oltre a seguire il fil rouge di passato, presente e futuro che si rincorrono, lo fa anche in questo senso, mischiando anni Novanta e suoni moderni, con un pizzico di musica classica.

L’album si apre e chiude con due brani che sembrano fare da cornice all’interno della quale sviluppi il tema principale…

Anzitutto, questi due brani [Magmamemoria e Arcano 13, ndSA] sono molto collegati, perché il primo parla di una eterna vita, di un ricordo che non muore mai – che è il manifesto del disco, una memoria che brucia continuamente senza mai spegnersi – mentre l’ultimo parla di morte, l’Arcano 13 nei tarocchi è la morte, anche se questa è vista come una rinascita, un cambiamento, quindi ne dà una connotazione positiva. In quest’ultimo brano ritorno a parlare dell’assenza di mio padre. Non lo avevo fatto in Caos. C’era in Manuale distruzione in Le margherite sono salve, era in Abbi cura di te in Biglietto per viaggi illimitati, ma in Caos non ho più parlato di mio padre. Un giorno, a disco quasi terminato, mi trovavo a casa mia, c’era un sole bellissimo, al quinto piano questa luce pazzesca che rendeva tutto bianco, mi sono sentita un po’ in paradiso e mi sono ricordata di non aver scritto niente per mio padre. Dunque, mi son detta: “Adesso lo faccio”. Senza inventare chissà che, mi sono seduta al piano, composto quattro semplici accordi, scritto pochissime frasi ed è venuta fuori una riflessione sul fatto di essermi un po’ dimenticata in questi anni di quest’uomo, che in realtà è sempre con me. Ho messo quindi un punto a Magmamemoria, perché lui era il grande assente e la mia memoria.

C’è anche molta Sicilia nei brani, basti pensare alla collaborazione con Colapesce, Dimartino e Carmen Consoli per Lo stretto necessario. È cambiato il tuo rapporto con la tua terra d’origine?

È migliorato. Sono tornata a far pace con la mia terra, a tornare molto più spesso a casa e ad avere molti più amici siculi di quanti ne abbia avuti negli ultimi anni. Sicuramente sono tornata a vivere quella strofa che poi nella canzone canta Carmen: “Ho dovuto perderti per ritrovare il bello di te”. C’è più Sicilia che mai, non sono stata mai così tanto siciliana come in questo album, ed è sia legato alla memoria che un caso, è istinto. Tutto ha formato un disegno perfetto: il mio incontro con Colapesce e Dimartino è avvenuto nel 2016 e poi è divenuto un’amicizia bellissima in cui la loro poetica si è mischiata alla mia. Sono due persone splendide e ci piacciamo molto; Carmen che ascolta il brano e dice di volerlo cantare, quindi mi chiama e accetta la proposta. Ovviamente io e Carmen non abbiamo registrato insieme, questo brano era stato già terminato, ma abbiamo comunque fatto un tentativo di proporlo a lei; io non me la son sentita di chiederglielo, non avevo il coraggio, la amo troppo, per me è come una sorta di divinità, una regina madre. Allora ho delegato qualcun altro.

Carmen si è innamorata del brano, quindi lo registra. Una mattina, prima delle prove del tour estivo, mi arriva l’audio e l’ascolto: credo di aver pianto per 30 minuti. Ho pianto per due persone: per la bambina che l’ascoltava in camera e per la ragazza che stava cantando con lei. Non ricordo di aver pianto così tanto di gioia nella mia vita. Con questa collaborazione Carmen ha messo un punto su tante cose per me, innanzitutto mi ha richiamata, perché le avevo scritto un messaggio, senza che io riuscissi a spiccicare parola per l’emozione; poi, ha messo un punto anche su questo vociferare sulla nostra somiglianza. Io sono sicuramente figlia di quella musica lì, ma con la mia strada e con le mie storie da raccontare.

È interessante il modo in cui eviti ogni tipo di retorica in quella che è una canzone d’amore come Antonio

Perché parla di una storia d’amore che secondo me meritava di essere raccontata nonostante la sua fine. Anche produttivamente mi ha sorpreso, in questo caso Antonio Filippelli ha superato se stesso insieme a Daniel Bestonzo, che è un arrangiatore bravissimo con cui ho lavorato anche per Nel caos di stanze stupefacenti, e Gianmarco Manilardi. Nel brano c’è questa coda lunghissima che lo fa durare sei minuti, io consiglierei l’ascolto in macchina in autostrada per capire meglio quanto sia potente questa musica più delle parole che poi ho cantato.

A proposito delle parole, quanto sono importanti nell’economia di questo disco e in generale nel tuo lavoro?

Le parole sono importanti, diceva qualcuno prima di me. Io cerco sempre di non ripetermi, anche se non ho paura di farlo o di sembrare banale, perché a volte voglio esserlo e basta, a volte voglio essere molto leggera, ma scegliendo sempre con cura quello che decido di cantare. Le parole sono molto importanti tanto che ne sono innamorata, quando mi dilungo un po’ di più scrivo romanzi, la mia è una grandissima passione per le parole e spero di aver dato questa impressione con questo nuovo lavoro.

I tuoi romanzi, appunto. In scaletta ci sono due brani che portano il loro titolo…

Ho fatto un po’ il percorso inverso rispetto al solito: ho preso le storie di questi romanzi e le ho sintetizzate, che fa un po’ ridere, però sono effettivamente le colonne sonore di Se non ti vedo non esisti e Questa è l’ultima volta che ti dimentico. I due personaggi sono identici, Anita e Flavio nella prima, dove però nella canzone diventa Francesco perché Flavio proprio non ci stava… e Anna e Giulio nella seconda, ma qui è un Anna diventata grande, che dice: “Chissà se a volte mi pensi un po’, se ritorni nel passato per portarmi nel futuro”, quindi sono le versioni più adulte dei personaggi.

In Andrà tutto bene prendi di petto l’attualità, citando un caso emblematico come quello di Stefano Cucchi…

Non ho mai avuto paura di misurarmi e confrontarmi con l’attualità. Effettivamente in Andrà tutto bene metto tantissima carne al fuoco, faccio un elenco di tutto quello che stava capitando, ma perché è così che mi arrivava. A dicembre sono uscita dal cinema, avevo appena visto Sulla mia pelle, e sono esplosa. Perché seguivo il caso Cucchi dai tempi dell’Università, ero al primo anno quando Ilaria iniziava la sua battaglia. Quel caso lì, poi quel film raccontato in quel modo, con poi tutta la questione politica attuale, il dibattito sull’immigrazione… nel modo in cui stavo ricevendo tutte quelle informazioni le ho poi riversate dentro Andrà tutto bene. E nonostante l’atmosfera apocalittica della canzone, alla fine riesco a dire con uno sguardo giocondo che andrà tutto bene, ma tutt’ora non ho ancora realizzato se si tratta di un grido di speranza o di sarcasmo.

Un brano come Bravi tutti voi, così ricco di riferimenti alla società digitale, avresti potuto scriverlo in un’altra epoca? Insomma, l’avvento del web e dei social hanno in qualche modo peggiorato questa fiera della vanità da te descritta?

Non l’hanno peggiorata, ma credo l’abbiano amplificata. Le persone a cui mi riferisco sono quelle che tutti noi abbiamo incontrato nella nostra vita. Ognuno di noi almeno una volta è inciampato in presuntuosi, convinti di poterci insegnare qualcosa senza averne le capacità o la preparazione adeguata. Non credo che i social abbiano peggiorato questa situazione, ci stanno probabilmente mostrando la società per come è, solo che prima l’ignoravamo. Una volta c’erano i discorsi da bar, oggi ci sono i discorsi da social. Sono le stesse persone che si sono spostate da un luogo a un altro. Io non mi riferisco espressamente alla società in generale nel brano, l’ho scritto come una critica a persone che ho incontrato e che mi hanno fatto sentire piccola senza averne motivo e senza che io avessi motivo per sentirmi in quel modo.

Ci racconti un po’ com’è nata l’idea della copertina del disco?

Io ho disegnato sempre tutte le mie copertine, tranne Manuale distruzione che era venuta fuori un po’ per caso. Per questa avevo in mente tre elementi fondamentali: il rosso, suggerito ovviamente dal titolo stesso dell’album; i capelli lunghi, mi ero immaginata questa fila chilometrica di capelli, perché il capello è simbolo di memoria, di tempo che passa; infine, la classica posa da seduta, perché io non mi alzo mai in piedi nelle copertine oppure cado [il riferimento è alla copertina di Caos in cui la si vede “cadere” dalla poltrona, ndSA.]. La posa scelta è casuale, è capitata anche perché non riuscivo a muovermi molto bene con quelle extension, pesavano un chilo (non sono post-prodotti, i capelli sono veri), e alla fine si è rivelata quella che mi ha convinta di più.

Il 23 novembre avverrà il tuo esordio al Forum di Assago. Stai già pensando a come sarà questo live?

Sono piena d’ansia per il 23 novembre. Sarà molto bello perché stiamo veramente progettando e studiando uno spettacolo unico. So che lo dicono un milione di volte, “sarà unico”, ma lo è davvero, perché è la prima volta che salgo sul palco del Forum e dopo – almeno a breve termine – non ce ne saranno altre. Ci saranno degli ospiti, stiamo pensando a un palco molto diverso da quelli precedenti, ci sarà una scaletta molto ricca, ovviamente ci sarà tutto Magmamemoria, perché ho bisogno e voglia di presentarlo. Mia nonna direbbe: “Il 23 novembre chiamalo che è qua”, quindi il tempo vola e io tutti i giorni mi sveglio con un briciolo d’ansia in più. So che dal punto di vista tecnico riuscirò a gestirlo, nel senso che non mi spaventano i palchi grandi, ma emotivamente sarà un pugno allo stomaco.

Hai mai fatto un pensierino su Sanremo?

Effettivamente, questa è la prima volta in sei anni in cui sto riflettendo sulla cosa. Io credo di essere una persona forte, sia come identità che come emotività, nonostante altri aspetti di me siano fragili, e comunque non so se riuscirei mai a gestire l’emozione di un Sanremo e tutto quello che comporta, che non è solo l’esposizione mediatica, l’esibizione, ma è tutto il contorno, la pressione, che poi perché c’è ancora tutta questa pressione per Sanremo? Mi è stato raccontato che è abbastanza stressante per gli artisti, quindi ho paura di entrare in questo vortice. Certo è che la storia di questo festival è così grande… e sarebbe un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Al momento, comunque, non ho un brano pronto, per cui è solo un pensiero lontano.

3 Ottobre 2019
3 Ottobre 2019
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