Lucy – Scuole, chiese e pistole

Sono molto contento di sentire su Skype Luca Mortellaro, noto ai più come Lucy. Il suo nuovo album Churches, Schools And Guns ci è piaciuto molto e ultimamente – anche grazie al lavoro di Donato Dozzy – un certo sentire techno sembra emergere a livello internazionale. Più recensioni, più scambi di opinioni nei forum, più commenti su facebook e più serate ai festival di elettronica. Il suo percorso interseca la techno con l’industrial e il field recording: tutto ciò viene professato dalla label berlinese Stroboscopic Artefacts con maniacalità puntigliosa e una visione estetica che riunisce un gruppo affiatato di personaggi interessanti.

Fra i nomi troviamo ovviamente lo stesso Mortellaro, poi i Dadub, il duo di elettronica-mit-dub formato dagli italiani Daniele Antezza e Giovanni Conti, il produttore Dario Tronchin aka Chevel, che proprio questo mese pubblica un nuovo EP di techno, Xhin (pronunciato “sheen”), musicista di Singapore che suona bordate techno dark da incubo metropolitano, l’uomo techno industrial più chiacchierato del momento Perc (di cui abbiamo recensito ultimamente The Power & The Glory) e altre menti dal pianeta della musica “fatta con le macchine”.

L’etichetta esiste dal 2009, ma prima di fondarla hai cambiato diverse città ed esperienze. Ce ne puoi parlare brevemente?

Vivo da sei anni a Berlino, ma prima di venire qui ero a Parigi, dove sono stato per altri tre anni. Prima di Parigi ho abitato a Siena per altri tre anni. Ho lasciato Palermo da tanto tempo, da quando avevo diciott’anni, appena finita la scuola. Il trasferimento a Berlino da Parigi ha rappresentato un distacco da un modus vivendi: avevo finito l’Università e a un certo punto ho avuto un rifiuto per tutta una serie di cose, anche musicali. Lo spostarsi a Berlino è stato dettato anche da quello. Avevo in testa di fondare una piattaforma mia, cercando di fare qualcosa di un po’ più collettivo e di riunire una serie di belle teste per dire qualcosa di sensato. A Berlino sarebbe stato tutto più facile. All’inizio, semplicemente per un discorso economico: la vita qui costa un quarto rispetto a Parigi, anche se ora le cose stanno cambiando. Sei anni fa era così. E poi perché immediatamente ho trovato braccia aperte in questa città. La città ti dice: “Hai nuove idee? Benissimo, sei ben accolto”. 

A Parigi già facevi il DJ, producevi cose tue?

Produco cose mie da quando ho quindici anni. Mentre ero a Parigi ho fatto uscire per la prima volta un disco, anche se era tutto estremamente amatoriale, nel senso che lo facevo a tempo perso, come un piccolo hobby. Poi le release hanno cominciato a uscire sempre più seriamente. In seguito mi sono trovato a un reset, in cui mi sono detto: “in questo momento sto facendo uscire cose che faccio più o meno dove capita. Non so se sia il caso di continuare così, perché la produzione musicale, nella mia vita, sta cominciando ad assumere molta importanza”. Ho pensato dunque che avrei dovuto pilotare il modo in cui il mio profilo si presentava al pubblico. Quindi, in quel momento, è cambiata la prospettiva. Mi sono deciso a fondare una piattaforma che permettesse a me e a tutta una serie di persone musicalmente molto importanti di esprimersi in una certa maniera e di cambiare certi fattori che nell’industria musicale non ci piacevano. Ed è quello che è successo con la nascita di Stroboscopic Artefacts nel 2009. 

Un’altra cosa che ho notato è che tendi a fare una produzione di qualità, non solo dal punto di vista del suono e della ricerca sonora, ma anche per quanto riguarda tutto il management dell’etichetta: dal logo alle confezioni dei vinili, e via dicendo. Mi sembra che sia un progetto a 360 gradi, il tuo…

Ovviamente quando cominci a pubblicare qualcosa che per te è così importante, come espressione profonda di te stesso, a quel punto cominci a fare davvero molta attenzione a tutto quello che concerne il medium che usi. Fare uscire l’album non è solo curare la musica che è contenuta nell’album, è l’artwork, come lo presenti, è un titolo (che è il frame dentro il quale fai muovere il pubblico, ancora prima che ascolti il disco), è tutta la storia dell’etichetta intorno, che permette a un album di essere percepito in una maniera e non in un’altra. Per garantire questa “storia” dell’etichetta devi stare attento ad ogni passo. È ovvio che gli album sono la gemma massima della storia dell’etichetta, lo sforzo più forte che fai, è un lavoro gigantesco rispetto a un EP o a dei singoli, però se non prepari il territorio nella maniera giusta, il risultato non è lo stesso. Non sarebbe lo stesso anche con la stessa musica, anzi probabilmente la musica non sarebbe la stessa, perché gli artisti che producono su Stroboscopic vengono fortemente influenzati dal resto dell’output dell’etichetta. 

Quindi, dopo la nascita di Stroboscopic, anche il tuo stile è cambiato…

Sì, c’è stata una pausa di produzioni di un anno e mezzo e poi, quando mi sono spostato a Berlino, il primo anno (2008-2009) l’ho passato tutto per costruire la struttura dell’etichetta e per ricostruire anche me stesso musicalmente, cercare di capire in quale palude mi muovevo meglio a livello espressivo. E ho trovato una casa nella techno. 

Rispetto a Churches, il tuo primo album mi sembrava che fosse più vicino ad atmosfere industrial, con suoni orientati più al “rave”…

Tra i due dischi sono intercorsi 3/4 anni di vita e di storia personale e altrettanti di storia dell’etichetta, che mi hanno influenzato notevolmente. Anche a livello di influenze musicali sono cambiato molto. Rispetto a quattro anni fa mi trovo ad ascoltare molta meno techno in generale e a preferire cose un po’ diverse, influenze che risalgono agli early Seventies: la dub giamaicana, il rock psichedelico inglese e il krautrock tedesco. Durante la composizione dell’album, questi fattori influenzano molto la maniera in cui lavori il suono in studio. 

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In una recente intervista hai dichiarato che il titolo descrive bene l’America, invece io avevo pensato all’Italia…

Forse non l’ho neanche scritta io, l’ha scritta il giornalista. In realtà ci sono varie dinamiche, che a me interessano molto e che ho studiato, che sono tipiche della cultura occidentale: la religione, l’educazione e la violenza. È ovvio che in America tutto è estremizzato: purtroppo il nostro sistema in gran parte è un’imitazione di quello. Queste dinamiche sono più generali e applicabili a tutta la civiltà occidentale, per me. 

Prima dell’uscita dell’album ho visto che hai fatto uscire un remix, cosa che è strana, perché di solito si fa il contrario. Tra gli artisti c’erano Donato Dozzy, Shapednoize, Milton Bradley ed Eomac. Ci puoi dire perché hai scelto questi quattro artisti? 

La scelta dei remix è sempre molto delicata, su Stroboscopic, nel senso che non so se hai notato ma non ci sono release miste, cioé i remix escono sempre a sé, non nella release originale. Questo perché mi piace dare la massima risonanza ad entrambi gli sforzi creativi, sia al remix che all’originale. Interpreto il remix non come un aiuto di cui ha bisogno l’originale, ma semplicemente come un’altra importantissima prospettiva su quell’output. In tutta la storia di Stroboscopic, i remix sono usciti sempre prima degli album. Questo perché quando esce un album voglio che lasci davvero traccia, e che l’audience non venga distratta da un altro step. Uscito l’album, di solito tre mesi dopo si pubblicano i remix, come se ci fosse questo continuo bisogno di ravvivare il fuoco. Se un album vale, non c’è bisogno di soffiare sul fuoco. Per questo i remix rappresentano un’altra prospettiva sull’album.

Umanamente parlando conosco tutti i remixer molto bene, personalmente. Ho sentito che erano quelli che secondo me potevano interpretare al meglio quello che ho fatto nell’album. Dare al materiale un’altra luce, abbastanza diversa dalla mia, ma non tanto diversa da svuotarlo di significato. Quei quattro artisti rappresentano per me quattro cardini delle sonorità techno attuali.

Cosa hai usato per comporre le canzoni? Hai usato più software di sintesi o più macchine analogiche? 

Principalmente macchine, nel senso che il mio studio è basato soprattutto su macchine analogiche. La parte digitale rappresenta il passo finale, in cui è soltanto una questione di sequencing e arrangiamento. I suoni vengono al 95%  da synth analogici o da modi di processare l’audio particolari, ma comunque analogici, cioè su nastro o su particolari tape delay, da riverberi a molla e anche da field recording, registrazioni di audio casuale fatte per strada. Poi il suono viene trattato e riassemblato in maniera da ricadere nella mia volontà espressiva. Il fattore digitale rappresenta più l’impacchettamento finale, ma la sorgente sonora è assolutamente analogica. 

L’album mi sembra molto caldo, anche se è stato composto a Berlino. Mantieni sempre una specie di gusto melodico mediterraneo, anche dentro la techno. E’ così che vedi la tua produzione?

La differenza enorme è il fatto che io vivo qui, ma sono cresciuto da un’altra parte, in mezzo al Mediterraneo, sono siciliano, quindi ho sicuramente radici che vanno verso i mondi arabi, più che verso quelli nordici. Trovo che sia un bellissimo matrimonio, molto stimolante come frizione. È nella diversità che trovo la creatività. È sempre così. Quando due correnti vanno una contro l’altra si formano ghirigori che non ti aspetti. 

Ci sono stati artisti a cui ti sei ispirato per il disco? Ho sentito molto l’influsso di Aphex Twin, in un certo senso dei Boards Of Canada, anche se sono musicisti che suonano molto diversi da come suoni tu, oltre alla presenza di Drexciya, soprattutto per la parte “liquida” e techno. Vivendo a Berlino, avrai contatti con artisti o realtà underground che magari qui non conosciamo…

Per me la Warp Records dei primi anni Novanta è stata sempre un modello, anche nel modo in cui gestisco l’etichetta, pur essendo un modello abbastanza remoto. Ultimamente i miei ascolti si sono spostati molto su situazioni come Can, Roedelius, Brian Eno, Cluster. E’ lì che trovo le grandi ispirazioni, oltre che nella fortissima esperienza del club, non solo qui a Berlino ma anche in giro per il mondo, col fatto che viaggio tantissimo per suonare, ogni week-end. Fare queste esperienze influenza notevolmente la tua maniera di interpretare il ritmo, cosa esso rappresenti per un pubblico, cosa significhi sensualità e calore nella musica. Persino nella musica techno. Penso di avere una visione abbastanza larga del genere. Sono molto lontano dalla techno più classica. È proprio nella contaminazione che trovo la bellezza. Ripetere dei dogmi non è assolutamente un mio interesse. 

Riuscirai a promuovere l’album dal vivo con un live set suonato con strumenti?

Non per adesso. Nei DJ set ultimamente mi trovo molto bene a tradurre il mood dell’album in qualcos’altro. L’album è una realtà che tu produci quando sei completamente da solo, isolato nel tuo studio, mentre quando suoni, la differenza è enorme. Hai un pubblico davanti che reagisce immediatamente, non è più mediato il rapporto. Questo è un fattore che trovo molto interessante e su cui al momento sto sperimentando. Se lo spazio cambia, cambia anche l’interazione dello spazio con te e cambia anche il risultato. Su questo gioco di traduzioni, mi sto trovando bene a suonare. L’album è un prodotto finito, mentre quello che cerco in un club è un’altra cosa: tradurre in un altro contesto quelle spinte e pulsioni che hanno portato a produrre quei suoni.

Tre dischi di artisti contemporanei che ti sono piaciuti particolarmente?

Più che di artisti ti parlerei di etichette. Ci sono label che hanno avuto un output molto interessante. Sicuramente The Trilogy Tapes, Honest Jon’s e poi… uno vecchio te lo devo mettere per forza [ride, ndSA], ed è il Live alla Coventry Cathedral dei Tangerine Dream (1975), che ho ascoltato veramente molto durante la produzione dell’album. 

Infatti c’è anche un po’ di ritorno al krautrock…

Assolutamente. Ho sentito anche cose molto lontane da me che risuonavano in modi diversi. Stavo pensando, ad esempio, all’ultimo album di James Holden. Per quanto l’estetica sia molto diversa dalla mia, ho trovato influenze simili. 

Puoi darci qualche anticipazione sulle prossime uscite Stroboscopic?

Ci sarà un revival italiano. I prossimi due EP che escono sono entrambi di artisti italiani: uno sarà di Chevel (One Month Off), uno dei più interessanti newcomer per me, e l’altro sarà di Donato Dozzy.

10 Aprile 2014
10 Aprile 2014
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