Mogwai: ancora uno “Young Team”

Un disco come Rave Tapes, uscito lo scorso gennaio e generalmente ben accolto, e un tour che li porterà in Italia a marzo 2014: i Mogwai sono tornati più in forma che mai, decisi a rinsaldare quel legame strettissimo che li unisce, da sempre, ai fan. Abbiamo incontrato Stuart Braithwaite (chitarrista della band) alle undici del mattino, in Santeria, a Milano. Sul tavolo, quel che resta della sua colazione, brandelli di brioche, un cappuccino, succo d’arancia, mezza fetta di torta con impronta dentale. Stuart è una persona piacevole, gioviale, per quanto sia chiaro da subito che non ama particolarmente parlare della sua musica. Quella si limita a suonarla. Preferisce parlare di sport e non ci è difficile immaginare la band scozzese seduta al tavolo di un pub mentre si lancia in accese discussioni a sfondo calcistico. Quelli del bar portano un cappuccino anche a noi. Lui ci chiede perché qui facciano il cuore sul cappuccino. Gli rispondiamo che non lo sappiamo e cominciamo a parlare. 

Fabrice Gobert è rimasto colpito dalla colonna sonora che avete composto per il film su Zidane (Zidane: A 21st Century Portrait) e vi ha proposto di lavorare insieme sulla sua serie Les Revenants. C’è una gran differenza tra lo scrivere per la televisione e il cinema e il lavoro svolto in studio con i Mogwai?

C’è un’enorme differenza. Quando fai musica per la televisione e il cinema, la musica non è la parte fondamentale dell’esperienza: è un sottofondo sonoro che deve solo accompagnare le immagini e le storie. Abbiamo dovuto comporre canzoni ad hoc seguendo un’immagine, brani che duravano anche molti muniti, ridotti poi a una manciata di secondi, com’è giusto che sia. Nei nostri dischi, invece, la musica deve camminare da sola, sulle sue gambe, creando immagini dal nulla. Lasciandole al nulla. Deve essere esaustiva diciamo.

C’è un regista con cui vi piacerebbe lavorare e con cui pensate che la vostra musica si sposi particolarmente?

Moltissimi. Sicuramente qualsiasi pellicola di David Lynch o di David Fincher, quello di Zodiac e Seven, grande regista. Anche Lars Von Trier credo.

Rave Tapes è uscito lo scorso gennaio. Quanto ci è voluto per portarlo a termine?

Abbiamo iniziato a scrivere le canzoni all’inizio dello scorso anno, ma siamo entrati in studio solo ad agosto 2013. Abbiamo dovuto finire il tutto all’inizio di ottobre, in circa due mesi. Non molto tempo, dunque, ma credo che sia bastato.

A un primo ascolto, nel vostro nuovo disco si coglie un uso maggiore dei synth, oltre a un’apertura diversa verso un certo tipo di elettronica. Sei d’accordo?

Io suono la chitarra, è una domanda troppo tecnica per me (ride, ndSA). Però sì, stiamo cominciando a provare suoni diversi, è divertente.

Pensate che il “post-rock” sia ancora vivo? O meglio, esiste davvero il “post-rock”o, come dice Iggy Pop riferendosi al punk rock nell’intervista da voi ripresa in Come on Die Young, è solo una parola usata da “dilettanti e manipolatori senza cuore” che si basa “sulla moda e sullo stile”?

Non lo so davvero. Quando abbiamo cominciato non avevo mai sentito parlare di post-rock. Era solo un termine usato per accomunare band come Godspeed You! Black Emperor e Tortoise, che facevano cose poco classificabili. Probabilmente a un certo punto qualcuno ha iniziato a pensare che fosse un termine così cool e affascinante che tanto valeva farne un vero e proprio genere musicale. Anche i Sigur Rós – li conosciamo e in un certo senso siamo anche cresciuti insieme – c’è chi li definisce post-rock. Poi, c’è chi definisce noi post-rock (ride, ndSA).

A proposito, come mai avete usato quell’intervista a Iggy Pop, in Punk Rock?

Era molto appassionante, ancora attuale nonostante fosse del ’77. Abbiamo pensato che la gente potesse trovarla interessante. A essere onesto, non credo che saremmo potuti esistere senza gli Stooges, Iggy, ma anche Bowie. Sono eroi della musica, sono punti di rottura.

Qualcosa riguardo al vostro pubblico. Chi vi ascoltava negli anni ’90 ed è cresciuto con voi, è ancora li, o c’è stato un cambio generazionale?

Credo che siano successe entrambe le cose. Abbiamo suonato al festival All Tomorrow’s Parties e c’era gente venuta per i nuovi talenti ma anche ragazzi venuti per noi, molto giovani. Siamo fortunati credo.

A Glasgow che genere va per la maggiore?

Va ancora un sacco la baggy music, dagli Stone Roses agli Happy Mondays. Questa è probabilmente la musica più popolare da noi. Ascoltano anche elettronica, ma la gente normale ascolta la baggy.

Trovo che abbiate fatto un lavoro molto minuzioso sui suoni del nuovo disco, me lo confermi?

Sì, e credo che il suono sia leggermente cambiato rispetto agli ultimi lavori. Però, per essere onesto, credo che il “sound” sia del tutto secondario rispetto alla musica. Sicuramente la questione del suono è interessante: va ricercata una strada personale, ma puoi avere il suono più eccezionale del mondo e la tua musica e le tue canzoni resteranno comunque robaccia, anche se “suonano” benissimo (ride, ndSA).

Vi sentite ancora un “Young Team”?

Sì, forse più una gang che un team. Ci sentiamo ancora giovani, molto.

Qual è il miglior album dei Mogwai?

Credo che sia Come on Die Young

Sarete in tour in Italia a marzo. Porterete sul palco qualcosa di nuovo?

Sì, le nuove canzoni (ride, ndSA). A parte gli scherzi, ogni tour ha la sua identità, che generalmente riflette il disco e le canzoni nuove. Sicuramente sarà diverso, ma forse solo per noi che suoniamo.

Vi ho visti la prima volta al Binario Zero, Milano, nel ‘98. Mi ha molto colpito l’impatto, i volumi (all’epoca si poteva esagerare), a tratti sembrava di stare su una pista di atterraggio. Mi ricordo che mi ero chiesta: ma come fanno a sentirsi sul palco?

Non ci sentiamo mai. O meglio, qualche volta sì, ci sentiamo (ride, ndSA). Il punto è che se non fossimo così rumorosi, quello che facciamo perderebbe di senso, ci vuole molto mestiere. Se ti riferisci agli ear monitors no, non li usiamo. Le limitazioni di suono poi di sicuro tolgono forza al live.

Avete fondato una vostra etichetta, come mai questa decisione?

E’ successo qualche anno fa, credo che abbia più senso autogestirsi. Abbiamo prodotto noi stessi ma anche altre band, per esempio i giapponesi Envy, o una band scozzese, i Remember Remember, e tanti altri. È un’attività che ci tiene piuttosto occupati.

C’è qualcosa che cambieresti della tua carriera e delle tue scelte, guardandoti indietro?

Penso che sia meglio guardare avanti, piuttosto che interrogarsi su quello che di diverso avresti potuto fare. Poi non è che puoi cambiare il passato, ma se gli dai troppo peso lui può cambiare te (ride, ndSA).

Avete mai desiderato inserire una voce stabile nel progetto?

Potrebbe essere interessante per noi, ma non come Mogwai, è troppo tardi. Ci siamo troppo “specializzati”. Ma credo che se un buon cantante mi si presentasse, ci penserei, magari con un altro progetto. Farlo con i Mogwai sarebbe fuorviante. Sono sicuro che ci sono un sacco di ottimi cantanti, ma purtroppo la maggior parte di loro ha già una band (ride, ndSA).

Lavorate molto, e bene, sulle atmosfere. Avete un metodo in questo?

Credo sia naturale, ti capita. Certe atmosfere improvvisamente arrivano e basta. È difficile descriverle, puoi solo suonarle credo. Io poi non sono bravo a descriverle. Ti capitano senza pensarci su troppo.

C’è un concept, un’idea di fondo dietro Rave Tapes?

No, ci sono canzoni nuove… voglio dire, abbiamo scritto canzoni nuove, tutto qui. È una risposta terribile lo so. Il punto era essere solo noi e le nostre canzoni, semplicemente questo.

Sei mai riuscito a visitare Milano, tra un’intervista e un live?

Si, ho visto una partita di calcio, del Celtic. Bello il vostro stadio. Siamo stati noi a proporci per lavorare al film su Zidane, gran calciatore.

3 Marzo 2014
3 Marzo 2014
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