Recensioni

7

Diciamo la verità: questo ottavo album in studio dei Mogwai non era nato da ottime premesse, perlomeno per chi scrive. I proclami su twitter della band che incitavano i fan a trovare un nome al lavoro, i titoli che – loro assicuravano – non avevano alcuna attinenza coi brani associati, per arrivare all’anteprima, Remurdered, a cavalcare un synth effetto tastierina 8-bit e suoni da consolle anni ’80: segnali che potevano apparire come nefasti presagi, o meglio, come una deriva più ludica che necessaria per chi poteva tranquillamente permettersi questo e altro.

L’opener Heard About You Last Night – melliflua, minimale, ovattata – scombina le carte in tavola e riporta alla mente l’ultimo Les Revenants, colonna sonora dell’omonima serie tv francese. Si arriva a Hexon Bogon, spuntano gli echi dei delay e la memoria ti trascina a Killing All The Flies, da quel loro vecchio capolavoro che è Happy Songs For Happy People; partono le prime note al piano di Blues Hour e la mente fa un passo indietro di ben tre lustri, all’anno 1999, altezza Cody: suoni che il combo di Glasgow aveva per lunghi tratti trascurato nel suo recente passato, decisamente più rock che post (e di tutto questo rimane traccia solo in Master Card).

E’ bello rilevare che c’è anche qui una certa coerenza di fondo: quello che sentiamo è materia propria, scevra da influenze esterne – se escludiamo in parte una Deesh che fa il verso all’ultima deriva sintetico-epica dei 65daysofstatic – arrivando addirittura alla parodia di uno degli stilemi cardine del genere, il recitato, punto fondante di colleghi come i Godspeed You! Black Emperor. Accade in Replenish, dove al posto delle classiche registrazioni di conversazioni radiofoniche o a qualche aulica narrazione, compare una comica trattazione complottista del messaggio satanico che Stairway To Heaven dei Led Zeppelin trasmetterebbe agli ascoltatori.

Chiamatelo blasone o più semplicemente mestiere, ma pare proprio che per i Mogwai sia difficile sbagliare una mossa, anche quando l’ispirazione lascia il posto al pilota automatico o a qualche flashback per nostalgici. Del resto, chiedere una rivoluzione copernicana a vent’anni dall’inizio della loro carriera sarebbe oltraggioso, perlomeno con in mano un’opera di questa fattura.

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