Nine drones. Intervista a Kode 9

L’ultima volta che l’abbiamo incontrato personalmente era il 2011. Steve Goodman, in arte Kode9, era arrivato al Bronson di Ravenna durante una delle date del tour di Black Sun e con sé aveva portato l’inseparabile Stephen Samuel Gordon (Spaceape) per promuovere un divertito – ma serissimo – concept album che raccontava fumettose storie di scampati a una eclissi radioattiva ambientate tra scuri beat, terrigne texture e cinemascopici landscape. Materiale che, come era già capitato nell’esordio allo sparso reggae-dub di Memories Of The Future, attingevano dal bacino materno della UK Garage per superarlo, scavalcando le facili catalogazioni ed assecondando una condivisa passione di lungo corso per la letteratura sci-fi, le sountrack dei ’70, i fumetti giapponesi e l’afrofuturismo. Per chi fosse a digiuno della produzione di Goodman e Gordon: il primo curava le architetture soniche mentre il secondo le abitava raccontando storie fatte di poetry urbana, espettorandole letteramente con voce profonda e legnosa.

Quella di Spaceape è una delle più iconiche voci dell’epopea dubstep, come quella di Wiley o Flowdan lo è per il grime, ma sia il vocalist dal viso più black del black, sia il pallido scozzese noto come Kode9 avevano un aspetto o un atteggiamento particolari, sembravano due smilzi 30 something, ragazzi della porta accanto con nulla di straordinario se non un invidiabile affiatamento umano prima ancora che artistico. Avevamo chiesto agli organizzatori di incontrarli nel backstage per fare il punto della situazione su una serie di filoni e fermenti elettronici che avevano portato il genere elettronico più sbandierato e sputtanato degli anni Zero fuori dai patri confini. Guardare oltre, rimescolare vecchia e nuova musica, è sempre stato il pallino dell’elettronica made in Britain, in particolare di quella di Londra, metropoli quest’ultima in cui Goodman abita dal 1997 e base operativa dalla quale professa un credo mutante e bastardo, come se il meticciato culturale della città assorbito divorando dischi jungle e frequenze AM pirata, gli fosse sempre appartenuto. Quella sera Kode 9 e Spaceape, un po’ alticci, risposero alle mie domande prendendomi in giro e restringendo il focus al solo disco, e solo a quello. Del resto, chiedermi di non far menzione ad altri musicisti (Burial in primis) né di far alcun paragone con altri producer o scene musicali, era nel pieno diritto di Goodman, perché le digressioni filosofiche che l’uomo, nelle vesti di professore, conduceva su basi quotidiane durante numerose lecture alla University of East London, avevano altre sedi (ed escludevano dalla conversazione Gordon), e perché, soprattutto all’estero, il producer ha sempre compreso quanto la scena UK sia costante oggetto di fuorvianti deformazioni.

Classe ’73, Kode 9 è una persona accorta ed intelligente. È sempre stato conscio sia del ruolo pionieristico da lui ricoperto come dj al FWD all’inizio degli anni Duemila, sia del taglio che voleva dare alla sua label (Hyperdub), realtà sempre attenta al nuovo (vedi l’attenzione per tutte le correnti UK post- come UK Funky, Purple Sound, le false memories del Rave, il wonky, ecc…) e scaltra nel guardare al di fuori dei confini elettronici britannici (la footwork, le derive post-vaporwave di Fatima Al Qadiri, l’electro r’n’b di Jessy Lanza); dunque, il Nostro è da sempre consapevole della centrale marginalità esercitata dalle produzioni a nome Kode 9 & Spaceape, un progetto laterale per scelta, fuori dai grandi riflettori, che in primo luogo aveva lo scopo di soddisfare le esigenze dei suoi protagonisti, e che in particolare per il secondo rappresentava un output necessario per convivere con una seria malattia diagnosticata da molto tempo, forse già ai tempi del debut lungo Memories Of The Future.

A quattro anni di distanza da quell’incontro ricontattiamo Kode9, che decide di concederci un’intervista via mail. Al promoter fa sapere che si ricorda di noi; da discutere c’è un terzo album lungo scritto in solitaria, il primo senza uno Spaceape vittima di una lunga battaglia (persa) contro il cancro lo scorso anno, a pochi mesi di distanza dalla morte di uno dei producer che più lo avevano colpito e influenzato negli ultimi anni, Dj Rashad. Sono due colpi durissimi e Nothing fin dal titolo e dalla scelta di pubblicare un nuovo edit di 9 Samurai (uno dei brani più emblematici del debut album ribattezzato per l’occasione 9 Drones) è un album sofferto, più volte ripensato, partorito dopo una lunga segregazione in studio e dopo aver scartato intere session. Da una parte, il disco sembra chiudere una trilogia di produzioni in formato album, dall’altra rappresenta una riflessione sulla morte nell’epoca della virtualità, del digitale e degli ologrammi (ma non solo).

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Nel rendere noto il nuovo lavoro, Kode 9 sceglie emblematicamente di allegare al tweet di annuncio un dibattito tra vari accademici provenienti da diverse discipline scientifiche ed umanistiche riguardo all’esistenza del nulla, mentre dall’intervista apprendiamo anche che la sua fissazione per gli zeri deriva anche da una non precisata lettura – tipo Charles Seife, Zero: The Biography of a Dangerous Idea – in cui l’autore indaga sulle ragioni dietro alla messa al bando di questo numero nel medioevo da parte della chiesa cattolica. Tutto questo scavare negli zeri e nel nulla ha portato Goodman a rivedere i postulati iniziali sui quali l’album doveva basarsi e magari a ripartire daccapo anche nella costruzione dei brani. Soltanto a lavoro finito il disco è stato pensato all’interno di uno show a/v in collaborazione con Lawrence Lek, e dunque anche il concept legato al Nøtel è arrivato successivamente, proprio come era accaduto per l’idea unificante dietro a Black Sun.

Per il giudizio che io e Gabriele Marino abbiamo dato al disco, vi rimandiamo alla recensione, mentre per comprendere in maniera più dettagliata le evoluzioni del progetto c’è l’intervista che segue. Proprio come quattro anni fa, Kode 9 ha eliminato tutte le domande che esulavano dal contesto, compresa quella sull’anno in cui comprese che al buio della dubstep serviva un ritorno alla garage, all’Africa, ma soprattutto al ritmo. Poco male, ciò che conta è il presente e il futuro della sua musica, e questo progetto è tutt’altro che laterale o estraneo al presente, anzi. S’inserisce in un caldissimo tema di riflessioni tra uomo e digitale, psiche e virtualità, locale e globale, intimità e sfera pubblica, privacy e controllo, neoliberismo e vuoti quantistici, che abbiamo incontrato di recente nei lavori di Holly Herndon, Visionist, Rabit e, più indietro, Fatima Al Qadiri.

L’ultimo anno è stato davvero tosto per te. Hai festeggiato il 10° anniversario di Hyperdub pubblicando 4 compilation e andando in tour per promuoverle, e dal punto di vista umano e personale hai perso due cari amici, che hanno rappresentato per te anche una fonte d’ispirazione. Come hai vissuto questa complicata fase della tua vita?

È stato un anno estremamente bi-polare, un sacco di alti e bassi. Ho prodotto un sacco di musica lo scorso anno ma ho deciso di buttare tutto alle ortiche e di iniziare daccapo. C’erano più emozioni di quanto le parole potessero spiegare, e questo anche considerando il fatto che senza Spaceape, il mio album sarebbe stato un po’ vuoto. È stato proprio per questa ragione che l’ho chiamato fin dall’inizio Nothing. Ho iniziato a lavorarci dal primo dell’anno e ho completato il grosso a gennaio. Penso che chiudermi in studio fuori da tutto sia stato un modo consono per rendere un tributo ai miei amici scomparsi.

Quando hai annunciato l’album hai allegato ad un tuo tweet un memorial debate di Asimov che aveva come tema l’esistenza del nulla. Che tipo di correlazione c’è tra le due cose? E perché tutti quegli zeri?

Un paio di mesi dopo aver deciso di intitolare l’album Nothing, ho letto un libro a proposito della storia degli zeri in matematica. È una storia affascinante, parla di un periodo dell’Europa medioevale nel quale il loro utilizzo era stato ostacolato dalla chiesa perché minacciava la nozione di Dio come unico depositario di tutte le questioni riguardo all’assoluto. Da lì ho iniziato a trovare un sacco di correlazioni nella fisica a proposito dei vuoti, soltanto che i vuoti non erano proprio vuoti. Tutto questo ha iniziato ad acquistare un senso per me, e da lì a poco ho compreso che la nozione del nulla come vuoto che avevo postulato all’inizio era sbagliata. L’album parla ancora del nulla, ma il live set che sto facendo con Lawrence Lek e che debutterà l’anno prossimo esplora queste idee legate a questo strano fenomeno quantistico. Ho collegato quel memorial debate di Asimov perché riguardava la discussione riguardo a differenti nozioni del nulla, ognuna data da una specifica disciplina scientifica (teoria quantistica, teoria delle stinghe, matematica e filosofica). Quella discussione è piuttosto divertente perché non c’è un accordo proprio a partire dalla definizione del nulla.

Il lavoro di Asimov è sempre stato legato all’intelligenza artificiale e tu e Spaceape siete da sempre grandi fan di film di fantascenza, afro-futurismo, fumetti. Nothing esplora anche il mondo della robotica, della vita e della non vita?

C’è un tema che attraversa tutto l’album, ma ancor più nell’a/v show l’automazione è ridotta all’ammontare del lavoro che gli umani devono fare per fare nulla (lo Zero Work). C’è anche questa nuova veste per 9 Samurai chiamata 9 Drones. Stavo immaginando questi samurai rimpiazzati da droni. Samurai resi inermi, senza nulla da fare, e con tutto il tempo a loro disposizione. Questa idea di automazione tendente allo zero è ciò a cui sono tremendamente interessato. Ed anche se non l’ho pensata intenzionalmente, e il video che ho postato riguardava soltanto la discussione che lo alimentava, c’è una connessione tra la terza legge della robotica di Asimov, ovvero quella che frena le macchine (schiavi) dall’uccidere gli umani (padroni). Nell’a/v set, ambientato in un hotel completamente automatizzato, il Nøtel, vedrete cosa possono fare macchine intelligenti senza i loro padroni. Il Nøtel è stato evacuato e non si sa perché, di sicuro non ci sono umani/padroni in circolazione.

C’è della footwork in Nothing, seppur in una veste molto spettrale e personale, in particolare nell’ultima parte della scaletta. È footwork senza soul, utilizzata magari per descrivere l’ambiente di questo futuristico hotel in una chiave ghetto? Quando hai scoperto questo genere? È stato per via delle compilation su Planet Mu?

L’idea del Nøtel è arrivata a fine lavoro, dunque niente di quel che è stato fatto a livello musicale ha a che fare direttamente con l’hotel. Inoltre il background di prima dubstep, grime (e altro) che mi porto dietro ha fatto sì che l’album non parlasse soltanto una lingua. Il disco è una sintesi di un sacco di elementi differenti, comprese le soundtrack e il mio amore per il synth pop giapponese degli 80s. Ma certamente il footwork è un’influenza ritmica importante, nell’ultima parte del lavoro. L’ho scoperto 4 anni fa da una serie di fonti, comprese le compilation Bangs & Works, gli ibridi footwork/jungle di Philip D Kick e roba che ho ascoltato online.

Dunque è nato prima l’album e poi il progetto audiovisivo con Lek . Ci puoi raccontare di più su come vi siete incontrati?

Lawrence si è messo in contatto con noi alla fine delle session di registrazione per sapere se eravamo interessati a visual per Hyperdub. Così l’ho conosciuto e scoperto in breve tempo che condividevamo un sacco di cose, in particolare la relazione tra i vuoti come motori dell’architettura capitalistica neoliberista. È un artista di simulazioni che costruisce ambienti virtuali stile videogame che non hanno uno scopo o una utilità definita. Mentre io suonerò dal vivo lui navigherà questo Nøtel che sarà soggetto a vari fenomeni quantistici come l’energia di punto zero, l’effetto Casimir e la resurrezione olografica dei morti.

Ultima domanda. Puoi stilare una lista delle 5 tracce che per prime ti vengono in mente pensando a Nothing?

Eccoti cinque canzoni che mi hanno ispirato ed ho ascoltato molto durante la stesura di Nothing:

Ryuichi Sakamoto – A Rain Song
Haruomi Hosono – Alternative 3
Dj Rashad – Ghost
The Spaceape – On the Run
Philip Glass – The Grid

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