«Nulla dura per sempre, nemmeno i Metronomy». Intervista a Joseph Mount

Giunti al sesto album in studio, i Metronomy – incarnati nell’essenza da Joseph Mount – si guardano indietro e riflettono su una carriera intera. In definitiva questo 2019 è servito alla band per fare il punto della situazione, che ha raggiunto il suo apice nella pubblicazione dell’edizione per il 10° anniversario di Nights Out, e ha trovato nuova linfa vitale ed emotiva nel nuovissimo Metronomy Forever, con quel suffisso, scherzoso ci dirà lo stesso Mount, a indicare quanto sia breve la durata di una qualsiasi band nella storia della musica rispetto ad argomenti che invece necessitano importanza e richiedono attenzione, ma anche che in questa fase di carriera i Metronomy sono realmente consapevoli del loro posto nel mondo. I Metronomy dureranno davvero in eterno? A noi sembra proprio di sì.

Partiamo da Nights Out. Quest’anno è uscita la riedizione per il 10° anniversario: cosa si prova a guardarsi indietro di 10 anni?

È strano. Quando l’etichetta ci ha chiesto se volevamo fare qualcosa per il 10° anniversario, non avevo nemmeno realizzato che fosse passato così tanto tempo, quindi anch’io sono stato sorpreso, anche perché stavo scrivendo il nuovo album. Ma il suo significato mi è diventato più ovvio man mano che ci pensavo. 10 anni sono davvero tanti, così come sono un periodo di tempo molto lungo da passare in una band. Sai, le band si sciolgono, le persone non si vedono più, le cose cambiano, quindi più ci penso più mi sento meglio, mi fa sentire davvero bene sapere che sono passati 10 anni. Sono molto felice di essere ancora qui.

Siete con la stessa etichetta fin dal principio. Funziona?

Sì. C’è questo lato molto old fashioned di questo rapporto. Un tempo le etichette erano molto più grosse di adesso, quindi si passava da quelle più piccole a quelle sempre più grandi, una volta che si raggiungevano il successo e i soldi. Ma io mi sono sempre sentito felice con la mia etichetta [Because Music, ndSA] e non ho mai avuto il desiderio di andare via, anche perché capisce perfettamente la band e la nostra musica, e questa è una cosa davvero molto importante per me.

Non avete mai avuto l’opportunità di firmare per una major?

In realtà non proprio. Perché abbiamo sempre potuto estendere il nostro contratto con la nostra etichetta e porre le nostre condizioni, e siamo felici in questa situazione. Non abbiamo mai dovuto scegliere se rimanere o andare via altrove, ad altre condizioni magari…

Chi erano i Metronomy 10 anni fa e cosa pensi sia cambiato maggiormente in quest’arco di tempo?

Beh, allora avevo 10 anni di meno, ero nei miei vent’anni, non avevo figli, non avevo una ragazza stabile, una casa. Da allora sono diventato un uomo. Credo [scoppia a ridere, ndSA]. Personalmente credo di essere diventato una persona diversa, attraverso diverse esperienze, mentre come band adesso apprezziamo veramente l’uno la compagnia dell’altro, ci rendiamo conto di quanto sia speciale quello che facciamo. Quando si è giovani ci si comporta spesso da folli. Quindi, sì, si cresce e si diventa più maturi, che è un po’ noioso in effetti, ma è quello che succede. Professionalmente, invece, ho cercato di non cambiare la mia attitudine: la musica può anche cambiare, il tuo udito può racimolare più esperienza, ma non è cambiato quello che mi spinge a farlo, il perché mi piace sempre. Ho cercato di tenere il tutto nella maniera più semplice, di non complicare troppo le cose.

Ci racconti il tuo momento migliore e quello peggiore all’epoca di Nights Out?

Di peggiori ce ne sono molti! Una volta eravamo in tour, credo in Malesia, e litigammo di brutto, e lo ricordo molto bene perché è l’unica volta che è successa una cosa del genere tra noi. Eravamo esausti, quando la fatica si accumula e la rabbia aumenta, e non ci si sopporta più, e per fortuna non è mai più successo. Il momento migliore, invece, capitò quando venne pubblicato Nights Out, quando successe che Gabriel andò via e si unirono Anna e Gbenga. La prima volta che suonammo insieme funzionò tutto a meraviglia e per me fu un gran sollievo realizzare che sarebbe andato tutto bene.

Il nuovo album. Partiamo dall’ovvio, il titolo. “Forever” è una parola molto coraggiosa, che riporta a un senso di unità nella band che molti sperano di raggiungere…

È un titolo che funziona per una serie di ragioni. Prima di tutto perché è un album davvero lungo. Poi mi piaceva l’idea di confrontarmi con il fatto che nulla dura per sempre. Ricordo quando ero piccolo, percepivo come le persone mitizzassero le band, nel modo in cui parlavano, ad esempio, dei Beatles, era come se parlassero di Storia, di guerra, e c’è della verità in questo, perché in quel momento ti sembra un argomento davvero importante. Io ho realizzato che la musica è sì importante, ma non dura per sempre. Durerà per il periodo in cui sei in vita. È il suo aspetto più triste, che la vita sia così breve. C’è una grande stazione radiofonica in Inghilterra che manda solo musica degli anni Novanta e quindi riascolti tutte quelle stranissime band inglesi di quel periodo che sono scomparse. Oggi la durata di un tipo di musica si aggrappa proprio al tempo che tu le dedichi. Quindi la mia musica durerà finché ci sarò io e ci saranno i miei amici che l’ascolteranno, il mio pubblico, e quando te ne rendi conto ti senti come più libero. Forever è quindi uno scherzo, perché nulla dura per sempre.

Metronomy Forever ha molto l’aria di essere una summa dei tuoi precedenti lavori, ma si eleva anche a cronaca dell’odierno synth-pop, sei d’accordo?

Sì! Perché no. Lo penso anch’io. A un livello proprio base, penso di fare e comporre quello che mi piace di più e quello che mi piace non è cambiato molto nel tempo, ma ci sono delle piccole differenze. Per questo disco ho cercato di includere molte cose e unirle insieme, ed è allora che ti accorgi di tutto quello che c’è dentro. C’è un po’ di disco, un po’ di psichedelia, di pop francese, di garage, di rock, tutto quello che mi piace e mi è sempre piaciuto. E se fai musica e hai tutto chiaro nella tua mente, non devi poi pensarci troppo.

Avete scartato molto altro materiale da quella che poi è diventata la tracklist definitiva?

Sì, abbastanza. Credo che all’inizio fossero circa 26 brani. Volevo fosse un album molto lungo, ma poi il mio manager mi ha suggerito che magari non era il caso. Quindi, l’abbiamo accorciato.

Con i primi videoclip che hanno accompagnato i singoli hai fatto il tuo debutto alla regia. Era da tempo che sognavi di farlo?

Sì, in effetti, ma non avevo mai avuto la confidenza necessaria per farlo. Ho fatto molti video e guardavo spesso i registi all’opera. Anche tra i nostri, ce ne sono stati alcuni bellissimi, altri non così buoni, altri così così, e le esperienze sono state variegate. Quindi mi sono detto, se non lo faccio adesso probabilmente non sarò in grado di farlo più. E l’ho adorato, è stato davvero tanto divertente. Magari in futuro non dirigerò solo i video dei Metronomy, ma anche per qualche altra band.

Ci sono dei registi che hai preso a modello, che ti hanno ispirato in qualche modo?

La fonte maggiore d’ispirazione è stato il lavoro svolto da me e la band con i registi dei videoclip passati, con Lorenzo Fonda, Jul & Mat, Michel Gondry. Adoro realizzare effetti visivi pratici, quando ero piccolo mi piaceva fare modellini, roba che puoi toccare con mano.

All’interno della tracklist c’è un brano che ti rappresenta maggiormente come persona?

Direi Whitsand Bay, la seconda in scaletta e la prima in cui cantiamo. Ha quel particolare effetto Metronomy, qualsiasi cosa significhi. Qualche volta questo effetto può essere un po’ malsano in un certo senso, ma in Whitsand Bay lo vedo sempre come qualcosa di puramente Metronomy.

Sei tornato a vivere in Inghilterra. Non ti senti un po’ preoccupato della situazione del tuo paese, con la Brexit e gli slogan svolazzanti alla “make Britain great again”?

Dal mio punto di vista è abbastanza ovvio che l’Europa sia consapevole di come il 50% della nostra popolazione volesse rimanere nell’Unione. Qualsiasi cosa succederà spero rimanga la consapevolezza che quelli che hanno votato per la nostra fuoriuscita non rappresentino tutto il Regno Unito. Per me è triste. È accaduto a causa dei giochi della politica, del razzismo, della paura. Un paese come l’Inghilterra ha moltissimi problemi, che sono gli stessi di molti altri d’Europa, e la cosa più semplice da fare è incolpare qualsiasi altra persona a parte te stesso. Siamo come dei bambini che gridano: “Non siamo stati noi, sono stati loro!”. È davvero triste. Spero davvero che si tratti solo di una fase. Se guardiamo alla storia dell’Europa prima dell’UE è costernata di orrori, e la gente rivuole quel periodo temo.

Concludiamo parlando un attimo della tua collaborazione con Robyn. Hai definito l’esperienza con lei “traumatic”. Perché mai?

Davvero? Deve essere stato un qualche errore di traduzione o probabilmente stavo scherzando. Forse mi riferivo a quanto sia stato traumatico per lei portare a compimento le registrazioni di tutto l’album; all’epoca condividevamo tutto, gli errori, i traumi, i problemi, è stato molto intenso e la cosa migliore è che è venuto fuori un disco davvero buono. Sono contento perché era quello l’obiettivo del mio lavoro. Quindi, per me non è stato traumatico, ma un processo molto intenso, in cui passavo le giornate a conoscere persone e a dir loro quanto brava fosse Robyn; insomma, il lavoro del produttore.

Cosa ti ha colpito in lei?

Mi colpiva quanta poca fiducia avesse in se stessa e quanto non si accorgesse di essere davvero importante per tante persone. C’è gente che l’adora, voglio dire in modo incondizionato. Potrebbe anche fare un disco pessimo e loro sarebbero ancora lì, ma lei non se ne rende conto.

Su SA potete leggere la nostra recensione di Metronomy Forever. Joseph Mount e compagni, dopo la data al Magnolia dello scorso giugno, saranno nuovamente in Italia il prossimo marzo all’Alcatraz di Milano.

18 Settembre 2019
18 Settembre 2019
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