Phil Spector: 10 bricks in the wall (of sound)

Se l’uomo Phil Spector ha lasciato dietro di sé le sue spoglie mortali (e relative, dolorose vicende umane) il 16 gennaio 2021, il produttore e musicista Phil Spector gode di indiscussa immortalità da almeno sei decenni prima. Be My Baby è uscita nell’agosto 1963 e basti dire che da quell’intro di batteria – tacendo di quel che segue – è nato un universo intero. Tanto sarebbe bastato; chiedere a Brian Wilson, che per poco non andò a schiantarsi con la macchina quando sentì per la prima volta quelle fatidiche battute alla radio. Ma c’è molto altro, ovviamente.

Non è un mistero per chiunque ami la musica pop: senza quelle visioni, quelle intuizioni, quella follia – più o meno – lucidissima molto di ciò che abbiamo ascoltato e amato non sarebbe esistito o per lo meno sarebbe stato molto diverso. Non solo ciò a cui ha messo mano, anche tutto quello che ha influenzato, che di certo non è poco. Avremmo mai avuto un Pet Sounds? Un Born To Run? Per dirne giusto due. Abbozzare una lista è impensabile. Spector non è stato il primo produttore a creare uno stile riconoscibile a partire dal suono ottenuto (basti pensare a Sam Phillips e alla Sun Records): fu il primo a farlo in modo artistico, dando un’impronta, un carattere inconfondibile alla musica che rispecchiasse il suo carattere. In un certo senso, tutti i produttori venuti dopo gli devono qualcosa. C’è chi lo ha definito, in tal senso, il primo auteur della musica popolare, traslando il termine cinematografico nel mondo della musica. Regista, visionario, dotato di un fiuto formidabile e di una ambizione senza limiti.

Ma non è – solo – di questo che vogliamo parlare: più semplicemente, vogliamo cogliere l’occasione per segnare sulla mappa dieci tappe, dieci stazioni per addentrarsi come si deve nello Spector sound: il muro del suono (o, forse meglio, il muro “di” suono), e tutto quello che c’era dietro, davanti, dentro. Banalmente, dieci mattoni.

Ah già: forse dovremmo anche parlare dell’uomo e dell’artista, della differenza e separazione tra i due, dell’affascinante e morbosa dialettica tra genio e malattia mentale (clinicamente, soffriva di sindrome bipolare). Non lo faremo, ché lì fuori è pieno di psichiatri, psicologi, sociologi, antropologi, criminologi e tuttologi. C’è troppa musica stupenda da celebrare e (ri)ascoltare.

Sull’uomo Phil Spector preferiamo lasciare la parola definitiva alla “sua” Ronnie, creatura, musa, moglie e vittima in parti uguali, che poche ore dopo la notizia del decesso ha commentato a caldo su Instagram: “the music will be forever”.

1. Teddy Bears – To Know Him Is To Love Him (1958)

Va bene, non è tecnicamente una produzione Spector, ma non si può non partire dalla canzone da cui è iniziato tutto, ovvero: dagli orsacchiotti e dall’ombra della morte. Nel 1958 Phil è un diciannovenne ragazzo ebreo di origini ucraine che sta facendosi le ossa presso i Gold Star Studios di Hollywood come “garzone di bottega” del produttore Stan Ross. To Know Him Is To Love Him, canzone che firma per il suo gruppo vocale Teddy Bears, parafrasa l’epitaffio sulla lapide del padre (“se lo conoscevi, lo amavi”), morto suicida qualche anno prima. Romanticismo, innocenza, inquietudine, morbosità: Spector è già tutto qui. Non c’è ancora il suo wall of sound (in questo momento è ancora solo un autore, musicista e sessionman) ma il tocco di Mida sì: il 45 giri arriva in cima alle classifiche americane e vende benissimo anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Tre ragazzi di nome John, Paul e George se ne innamorano e da lì copiano e imparano le armonizzazioni a tre voci. Tornerà loro utile. Alcuni decenni dopo un’altra ragazza, Amy, farà sua la canzone sposandone il sottotesto tragico, vestendolo di disarmante fragilità. La versione dei Beatles – dove il pronome “him” è cambiato in “her”- si può ascoltare in Live At The BBC, quella della Winehouse nella ristampa di Back To Black.

[Prima di iniziare ufficialmente a produrre, Spector entra nella cerchia di Leiber & Stoller: è coautore di Spanish Harlem per Ben E. King e suona la chitarra nel classico On Broadway dei Drifters. Non male come apprendistato.]

2. The Ronettes – Be My Baby (1963)

Boom, boom boom-CHA! Boom boom, boom-CHA! L’intro di batteria più famoso e omaggiato della storia del pop (Just Like Honey e qualche altra decina; in rete esiste una lista, e non è corta) è solo il preludio: quello che si dispiega, in rigorosa monofonia, alle orecchie dell’ascoltatore è un vero e proprio assalto sonoro di wagneriana magniloquenza: percussioni latineggianti, batterie, tastiere, chitarre, archi, fiati, voci.

Un suono mastodontico eppure arioso, pesantissimo eppure etereo, denso eppure impalpabile, costruito meticolosamente e maniacalmente strato su strato, strumento su strumento, doppiando il doppiabile, sovrapponendo il sovrapponibile, saturando il saturabile, annegando ogni cosa in oceani di eco e riverbero. Un’orchestra pop dal volume assordante e dal suono magnifico. Un miracolo. Come la voce della giovanissima Veronica Bennett, in arte Ronnie, che si staglia su quel muro e avvolge tutto e tutti nella tremula, e sensualissima, innocenza dei suoi ooh ooh ooh. Due minuti e quarantuno secondi, che bastarono a dare a Brian Wilson l’ossessione della sua vita, ad aprire la strada al pop moderno, a dimostrare all’ideatore di tutto ciò, Harvey Phillip Spector, che ce l’aveva fatta. Ovviamente.

Phil Spector e Ronnie Spector in studio negli anni ’60

[Be My Baby è solo la punta di diamante di questa fase: oltre alle altre perle per le Ronettes ci sono anche le hit delle Crystals, da Da Doo Ron Ron a Then He Kissed Me passando per He’s Sure The Boy I Love. E poi gli esperimenti come Zip-A-Dee-Doo-Dah per Bob B. Soxx & The Blue Jeans (la produzione preferita di un certo Brian Eno), in cui fa capolino, tra le altre cose, il primordiale suono di una chitarra distorta ottenuto saturando il segnale… troppo da elencare. Per una buona retrospettiva recente vi rimandiamo alla raccolta The Essential Phil Spector (2011); da cui, come in molte altre raccolte, manca He Hit Me (And It Felt Like A Kiss) delle Crystals, assurda, ingenua e inquietante apologia involontaria della violenza domestica bandita dalle radio e rinnegata un po’ da tutti, degna di un trattato storico-sociologico a parte… eppure oggetto a sua volta di un culto proprio, tanto che gli Spiritualized l’hanno “omaggiata” titolando un brano She Kissed Me (And It Felt Like A Hit). E no, in questo caso non c’è lo zampino della vita Spector: la “colpa” è dell’autrice Carole King (sì, lei) che volle mettere in musica un aneddoto raccontatole da Little Eva, quella di The Loco-Motion… e poi dicono che sono solo canzoni pop, quando c’è un mondo dentro.]

3. AA.VV. – A Christmas Gift For You from Philles Records (1963)

Per motivi commerciali e rigore artistico, la musica di Phil Spector viaggiava normalmente a 45 giri (gli LP erano giusto le due hit del caso; il resto lo si riempiva con spazzatura); questo 33 è una delle poche, meravigliose eccezioni. Se ogni Natale siete inondati di dischi di Natale, se molte canzoni natalizie hanno un certo suono e – ebbene sì – se esiste All I Want For Christmas Is You, la colpa è – anche – di questo disco. Peccato veniale, perché è assolutamente perfetto, uno dei più belli di sempre, l’album che ogni cultore del pop che si rispetti mette sul piatto la mattina del 25 dicembre.

L’idea commerciale era semplice e ultra-vincente: prendere gli artisti della scuderia della Philles Records (fondata nel 1960 insieme a Lester Still per poi essere rilevata dal solo Spector), ovvero Darlene Love, Ronettes, Crystals, Bob B. Soxx & The Blue Jeans; metterli insieme all’inossidabile wrecking crew guidata dal batterista Hal Blaine e sottoporre al trattamento spectoriano standard delle festività come White Christmas, Winter Wonderland e Rudolph The Red-Nosed Reindeer in un tripudio di campane, campanelli, cori e ormonico entusiasmo giovanile … Su tutte, svetta l’unico brano scritto per l’occasione, Christmas (Baby Please Come Home), affidato all’interpretazione accorata di Darlene Love, cantante feticcio di Spector (e, ahilei, anch’essa vittima delle sue manie di controllo al punto da dover lottare legalmente nei decenni per affrancarsene).

Date le premesse, un successo sicuro, no? Non proprio, o almeno non subito: l’assassinio di Kennedy rese il Natale 1963 particolarmente cupo e non furono molti a voler festeggiare con Phil Spector, quell’anno. Con le stagioni, grazie anche a una ristampa Apple degli anni ’70, A Christmas Gift For You è diventato il classico senza tempo che, a buon titolo, è.

[Com’è facile intuire, anche Happy Xmas (War Is Over) nasce dall’amore di John Lennon per questo disco, e dal desiderio di poter finalmente realizzarne una sua versione con l’uomo che aveva ideato il tutto. Nello scusarci per aver tirato in ballo Mariah Carey, ricordiamo le celebri versioni di Santa Claus Is Coming To Town di Bruce Springsteen e Christmas, Baby Please Come Home degli U2. Ah, una versione in stereo di questo album è uscita solo nel 1974, in occasione della summenzionata, e fortunata, ristampa Apple. Riguardo la stereofonia, è noto come Spector la aborrisse, facendosi campione dello slogan “back to mono”. Il motivo? Lo stereo toglieva il controllo del suono al produttore e dava all’ascoltatore un ruolo attivo …]

4. The Righteous Brothers – You’ve Lost That Loving Feelin’ (1964)

Fermarsi agli allori raccolti con Be My Baby e relativa gloria eterna? Non scherziamo. Spector sa bene, prima e più degli altri, di essere un genio – IL genio. A maggior ragione, non si accontenta: deve fare di più, ancora e ancora. Ecco quindi che la storia di questa canzone, diventata una delle più celebri hit della musica popolare americana del XX secolo (fino al 2019 è stata la più trasmessa dalle radio, in assoluto – primato che oggi tocca a Every Breath You Take), è la cronaca di un’escalation megalomane, dell’ulteriore smania di dimostrare, a se stessi e al mondo, di essere il più grande.

Per questo, ci vuole qualcosa di davvero magnifico. Phil le prova, e le fa, tutte. Chiama in campo due ugole d’oro, Bill Medley e Bobby Hatfield, in arte Righteous Brothers; li strappa alla loro etichetta e li porta alla Philles, fa scrivere a Barry Mann e Cynthia Weil un pezzo apposta per loro, scippando nel frattempo il suo nome tra i crediti.

Poi prende il pezzo, lo rallenta vistosamente accentuandone la drammaticità e fa cantare la prima strofa al solo Medley, il baritono dei due (inventando di botto il crooning di Scott Walker e decine di altri); alle proteste di Hatfield, che chiede cosa dovrebbe fare nel frattempo, il produttore risponde “inizia ad andare in banca” (il momento di gloria del tenore Medley arriverà con il successivo singolo Unchained Melody, di cui per anni si attribuirà la produzione).

La costruzione del brano è magistrale, tutto perfettamente architettato in un crescendo vertiginoso verso il ritornello esplosivo e roboante. Su il muro, all’ennesima potenza, con tanto di falso finale e chiusura in call and response tra le due voci. Un altro trionfo, per molti il definitivo di Spector. Non a caso, è proprio in questa occasione che Andrew Loog Oldham (a sua volta, un piccolo Spector britannico, giusto un po’ meno psichiatrico), promuovendo il singolo sulla stampa inglese, conia il termine “wall of sound”.

[A proposito di riscrivere le regole del gioco: quando esce il 45 giri, le radio non passano pezzi più lunghi di tre minuti, e questo ne dura quasi quattro. Nessun problema: Spector fa stampare la durata di 3:01.]

5. Ike & Tina Turner – River Deep, Mountain High (1966)

Ma quanto in alto puoi salire prima che il sole ti bruci le ali? Se nella parabola spectoriana c’è uno spartiacque, come sanno tutti, è questo. Nel 1966 la musica di Spector è, per quei tempi, vecchissima: sol pensare a quanto successo nel pop-rock nel biennio precedente fa venire le vertigini, un vortice spazio-temporale con salti quantistici inimmaginabili. Nondimeno: Phil non molla e stretta un’amicizia-alleanza con Ike Turner (altro villain non da poco, nella narrazione rock …) lo ingaggia insieme alla moglie – la vera star – per la sua prossima produzione. Nemmeno a dirlo, la più ambiziosa e costosa di tutte, destinata a rimanere nella memoria del suo ideatore – e di non pochi altri, George Harrison in testa – come quella definitiva, il suo capolavoro assoluto.

Un’incisione memorabile sotto innumerevoli punti di vista, dalla performance stellare di una Tina pur vessata dal perfezionismo sadico del produttore (che more suo le fa cantare decine di volte la stessa parte) all’ibrido pazzesco di stili e suoni che non è pop, non è soul, non è funk e al contempo è tutto questo insieme, un frullato assurdo e inarrivabile, profondo come un fiume, alto come una montagna. Ed è perciò quantomeno sconcertante che si sia passato alla storia, di converso, come il più grande flop dell’età aurea del pop: numero 88 nella classifica di Billboard. Una catastrofe. Da cui Spector non si riprenderà più.

[Pare che, oltre alla musica che cambia, anche i promotori americani, stanchi di Spector e delle sue vessazioni, abbiano fatto la loro parte. O forse il problema è stato soprattutto culturale: anche se Spector aveva lavorato quasi esclusivamente con artisti neri, Ike & Tina sono troppo neri. Detto altrimenti: il divario tra musica bianca e musica nera, tra cultura bianca e (contro)cultura nera si fa più netto e marcato e River Deep, per dirla con le parole di Ike Turner, era “un disco troppo nero per piacere ai bianchi e troppo bianco per piacere ai neri”. Piace comunque, e molto, al bianchissimo Harry Nilsson, che ne incide una versione nel debutto Pandemonium Shadow Show del 1967.]

6. The Beatles – Let It Be (1970)

Per uno Spector ormai quasi ritirato (tra armi, dipendenze, paranoie e violenze domestiche ai danni della povera Ronnie Bennett), nel gennaio 1970 si apre la più inaspettata delle porte. Invitato a Londra dal manager Allen Klein, si trova da un giorno all’altro ad Abbey Road con l’ultimo dei suoi clienti più illustri, un certo John Lennon, a cui serve un produttore per la sua prima uscita da ex Beatle (si era separato dagli altri, pur ufficiosamente, già nel settembre dell’anno prima), Instant Karma… ciò che segue a quel fortunato singolo è la seconda, inaspettata parte della carriera di Phil, il cui atto primo è forse il più controverso. La storia è arcinota, e checché se ne pensi di Let It Be è probabile che senza il suo intervento in post-produzione non se ne sarebbe fatto niente: quei nastri registrati un anno prima erano la più bollente delle patate e a quel punto solo una mano esterna avrebbe potuto fare il miracolo e renderli commerciabili.

Preso il materiale cui aveva a suo tempo lavorato Glyn Johns (e in parte George Martin), in pochissimo tempo Spector remixa, taglia, allunga, resuscita vecchie incisioni (Across The Universe) e, in buona parte, si limita ad applicare qualche finitura senza stravolgere più di tanto il sound originale. Tranne in un caso.

Sul pesante e invero stucchevole trattamento full-spector riservato a The Long And Winding Road ci sono da cinquant’anni due schieramenti fieramente opposti: da un lato un McCartney all’epoca escluso dai giochi al punto da non poter avere il controllo sull’arrangiamento finale (Let It Be… Naked sarà la sua fredda e forse discutibile vendetta, 33 anni dopo), dall’altro uno Spector (e, dietro di lui, Lennon e Harrison…) che, davanti a quella che era poco più che una prova in studio con tanto di errori e imperdonabili “papere”, riesce a tirarne fuori l’ennesimo numero uno in classifica da milioni di copie vendute. Nonché un Oscar come migliore colonna sonora del film omonimo per l’album. Francamente: cosa rimproverargli?

[Momento filologico: si mettano a confronto la versione di The Long And Winding Road ri-prodotta da Spector e quella contenuta in Anthology 3, datata 26 gennaio 1969. Si tratta dello stesso nastro, e chiunque può sentire non si trattasse di una esecuzione definitiva. Il vero punto, mai troppo evidenziato dagli storici beatlesiani, è: come mai fu data a Spector una traccia palesemente incompleta, quando esistono versioni complete e superiori (datate 31 gennaio 1969), con arrangiamento ben curato ed esecuzioni impeccabili (si confronti quella scelta per Let It Be… Naked e quella presente nel film)? La risposta è… lunga e tortuosa. E fuori tema.]

7. George Harrison – All Things Must Pass (1970)

Chiusa una porta (Let It Be) si apre il proverbiale portone. Spector è diventato ufficialmente il produttore di casa ed è principalmente grazie a John Lennon e a George Harrison se sono esistiti i “suoi” anni ’70, pur con tutti gli alti e bassi del caso. Se la partnership con il Beatle occhialuto si rivela all’inizio particolarmente fortunata (Plastic Ono Band e Imagine sono, non per niente, i suoi dischi migliori) per poi arenarsi fisiologicamente a causa delle vicende e degli eccessi di entrambi (le session abortite per il disco di cover Rock’n’Roll durante il lost weekend lennoniano sono leggendarie in negativo, in tal senso), quella con il Beatle mistico porta con sé tutte le contraddizioni che si associano tradizionalmente al produttore newyorkese, tanto che della sua produzione “beatlesiana”, All Things Must Pass è al contempo l’artefatto più luminoso e discusso di Spector.

Fan della prima ora del wall of sound, George ha in mente proprio quel suono per la catasta di canzoni accumulatesi nei suoi anni da Beatle: un muro mastodontico di chitarre, tastiere, percussioni, senza esclusione di colpi e con tonnellate di eco e riverbero. Detto, fatto. Il racconto vuole però che dopo aver sentito la prima incisione, Wah-Wah, odiò il risultato al punto da volerlo quasi cedere al sodale Eric Clapton… e negli anni ebbe spesso, anche poco prima la scomparsa nel 2001, a lamentarsi delle scelte di produzione del disco (che pure gli regalò le maggiori soddisfazioni artistiche e commerciali della sua carriera), manifestando l’intenzione di remixarlo radicalmente, prima o poi.

Colpa di Spector, quindi? Macché: fonti attendibili, nonché lo stile delle produzioni successive di Harrison, dimostrano come in realtà la mano pesante fosse pure la sua. È più plausibile un’incompatibilità di carattere inconciliabile tra un Phil sempre più lunatico e inaffidabile e un George in continua da ansia di prestazione. E sì, in effetti All Things Must Pass suona pastoso, nebuloso e confuso come pochi altri dischi, ma prendere o lasciare: è un capolavoro anche per questo.

[Dopo la discussa operazione del Concert For Bangladesh (1971) e un abortito disco solista per Ronnie Spector (da cui George riciclerà per sé Try Some, Buy Some e You, giocando a fare il piccolo Spector… più di Spector stesso), il rapporto si tronca bruscamente ai tempi di Living In The Material World a causa delle insostenibili bizzarrie spectoriane. Harrison scriverà così nel 2000: “Phil, se stai leggendo queste righe, voglio che tu sappia che ti ritengo ancora uno dei più grandi. Nessuno si avvicina alle tue produzioni in termini di emozione. Dovresti lavorare ancora. Ma non con me”]

8. Dion – Born To Be With You (1975)

Dopo la fase “beatlesiana”, Spector non farà molto altro. Eppure, ciascuno dei tre progetti a cui lavora nella seconda metà degli anni ’70 ha un suo fascino ineffabile, imperscrutabile. Forse perché le sue produzioni sono ormai una sorta di trasfigurazione acustica delle sue manie, o forse perché siamo noi, suggestionati e suggestionabili, a lasciarci catturare dall’aura di quel mito, complici le tante storie – storiacce – che vi ruotano attorno: di fatto, per avere un quadro completo dello Spector artista non è possibile prescindere da questi ultimi lavori, discussi ma tutt’altro che secondari.

A partire da questo Born To Be With You: l’inatteso comeback album nientepopodimeno che di Dion DiMucci, l’ex teen idol dalla voce d’angelo che quando Phil muoveva i primi passi artistici era già una star doo-wop che, pensa un po’, per un pelo non salì sullo stesso aereo di Buddy Holly. Insieme ai suoi Belmonts aveva a suo modo segnato quell’epoca, guadagnandosi un culto di tutto rispetto (Jackson Browne e Bruce Sprinsteen, per dirne due, gli devono qualcosa) che però a metà degli anni ’70 era di fatto scemato. Spector entra in scena per risollevarne le sorti con la produzione del singolo Baby Let’s Stick Together, di uno spectoriano quasi caricaturale; il 45 giri passa ignorato, ma l’album che segue è un affare diverso, destinato ad essere riscoperto col tempo assurgendo allo status odierno di classico perduto, album feticcio di gente del calibro di Pete Townshend, Jason Pierce (Spiritualized), Bobby Gillespie (Primal Scream) e di tutti i cultori nel cui cuore ha fatto – e continua a fare – facilmente breccia.

Canzoni come miraggi gospel (Make The Woman Love Me), sospesi a mezz’aria tra una voce sempre formidabile e suoni inafferrabili che, rievocando nostalgicamente il wall of sound (la title track cita volutamente Be My Baby), lo trasfigurano in una dimensione altra (vedi l’eco inconcepibile in The Whole World in His Hands). Imperdibile. Come da copione, all’uscita è un totale fallimento, disconosciuto dallo stesso Dion che lo bolla come “musica da funerale” incolpando, ovviamente, il produttore. Per noi un capolavoro, proprio grazie a – e nonostante – Spector.

[Da mettere sullo scaffale dei capolavori outsider accanto agli analoghi No Other di Gene Clark e Pacific Ocean Blue di Dennis Wilson e, perché no, quella cosa stramba chiamata Pussy Cats di Harry Nilsson (in cui il discepolo Lennon sostituisce degnamente l’amico e maestro Phil, prendendone in prestito diversi trucchetti). A testimonianza ulteriore del culto intorno a questo album: il riff portante di Only You Know è stato campionato da Jarvis Cocker nella sua Don’t Let Him Waste Your Time]

9. Leonard Cohen – Death Of A Ladies’ Man (1977)

Il benessere psichico di Spector era già compromesso da tempo, ma molti sono concordi nell’individuare un definitivo punto di non ritorno nell’incidente quasi mortale occorsogli alla fine del 1974 (a lavoro con Dion già terminato). L’uomo uscito miracolosamente vivo da quelle lamiere, già provato da anni di dipendenze, non troverà più un vero equilibrio, fino al tragico ed inevitabile punto di svolta nel 2003, con l’omicidio – annunciato, si può dire – dell’attrice Lana Clarkson, che gli è costato gli ultimi anni da uomo libero e una morte da detenuto, marchiato per sempre come assassino (significativamente, uno dei primi articoli apparsi su internet ad annunciarne il decesso reca il titolo: “Phil Spector – Wall of sound producer and murderer”).

Tuttavia, è questo lo Spector che, non è ben chiaro come, realizza insieme a Leonard Cohen il disco più unico di una carriera già di per sé unica. Grazie all’aura di instabilità mentale ed eccentricità che lo circonda e lo permea a ogni nota, oltre che alla qualità sardonica delle canzoni e del concept che le lega, Death Of A Ladies’ Man è la entry nella mitologia rock del poeta canadese. Di fatto una collaborazione tra il songwriter e il produttore, nata da notti alcoliche al piano nella reggia spectoriana al freddo dell’aria condizionata (Cohen doveva indossare un cappotto dentro casa…), si rivela una volta in studio un affare difficilissimo da gestire (le pistole in studio sono la norma, ormai), destinato a sfuggire di mano allo stesso modo di Rock’n’Roll di Lennon, con Spector che si porta i nastri a casa e fa sparire le proprie tracce.

Un epilogo doloroso al punto che per il resto della sua carriera Cohen avrà a parlarne sempre con sincero imbarazzo, proponendone solo raramente le tracce dal vivo e considerandolo una sorta di apocrifo, un incidente di percorso. A torto, perché Memories, Paper Thin Hotel e la traccia omonima (sorta di trasmutazione coheniana della Isn’t It A Pity di Harrison) sono degne del canzoniere maggiore del loro autore.

[Analogamente, una cosa irresistibilmente sordida, beffarda e sinceramente umoristica come Don’t Go Home With Your Hard On – letteralmente: “non tornare a casa se ce l’hai ancora duro” – la trovate soltanto su questo disco. Il fatto che ai cori ci siano Bob Dylan e Allen Ginsberg, trovatisi a passare per caso dallo studio e trascinati da Spector dietro a un microfono, rende il tutto ancora più surreale. E irresistibile]

10. Ramones – End Of The Century (1979)

Dovrebbe forse stupire che l’ultimo mattone nel muro, l’ultima effettiva produzione di Phil Spector sia il disco dei Ramones più odiato dai punk della prima ora e, forse, dagli stessi Ramones? Tutto come programma – cioè non troppo diversamente dal disco di Cohen, pistole ed eccentricità comprese – solo con un epilogo più “regolare” e un oggettivo riscontro commerciale (è il maggiore successo di classifica, a livello mondiale, dei newyorkesi: per molti è stato, incredibile dictu, il primo contatto con il punk).

Perché, al netto dei purismi e del malcontento di Joey, Johnny, Dee Dee e Marky – Tommy era già andando via – sui metodi di lavoro estenuanti e maniacali e sull’esito (“il suono è una merda” è la dichiarazione lapidaria del chitarrista), in questa collaborazione finale di Spector c’è molto più senso di quanto si possa pensare.

Non è un caso che sia stato proprio lui a proporsi al management, tanto che il suo nome era già spuntato fuori ai tempi di Rocket To Russia): il melodismo ripetitivo e circolare dei quattro non è forse la versione urbana e rock and roll delle sue sinfonie pop di dieci e più anni prima? Solo che i Ramones sono spartani, veloci e grezzi e lui è un perfezionista con picchi psicotici; una frizione naturale ed inevitabile, una tensione da cui prendono vita dodici tracce da cui, tra alti e bassi, emerge un quadro decisamente interessante.

Forse la produzione “cancella” i Ramones, ma al contempo li rende tridimensionali, li normalizza e li espande allo stesso tempo. Se Do You Remember Rock And Roll Radio? è un inno puramente Ramones che giova del trattamento full-spector in un tripudio di organi e fiati e Rock And Roll High School è un altro classicone, bastino le chitarre ovattate e la batteria con eco predominante in I’m Affected… o gli armonici che aprono la splendida Danny Says per capire di cosa stiamo parlando a livello di produzione. Ma, alla fine, è proprio quella cover di Baby I Love You – al netto degli svolazzi sciocchini di archi, paragonati in negativo da Johnny a Come And Get Your Love dei Redbone – a chiudere definitivamente il cerchio, con Joey che si trasfigura in Ronnie Spector e viceversa, in un attimo di illusione che dura un’eternità. “The music will be forever”.

[Per dovere di completezza: l’ultima produzione ufficiale di Phil Spector ha riguardato nel 2003 alcune tracce di Silence Is Easy degli ormai carneadi Starsailor; quello che doveva essere un possibile ritorno in attività dopo decenni si è infranto, come noto, contro i citati fatti di cronaca nera.]

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