Primavera Sound 2019: guida agli outsiders

La diciannovesima edizione del Primavera Sound è ormai alle porte, e nonostante i bisbiglii e le polemiche riguardo a una lineup a detta di molti eccessivamente incentrata sui suoni urban e hip hop, il festival catalano non è venuto meno di originalità e diversificazione. Come ogni anno, SA si occupa di stilare una breve guida ai nomi più interessanti del cartellone, tra i meno noti e celebrati ma comunque meritevoli di particolare attenzione; per questo, nella lista dei consigli non troverete headliner o scelte ovvie, nomi attesi per cui il solo show vale il prezzo dell’abono – che siano essi JungleTame Impala, Nas o Primal Scream, Stereolab o Pusha T, oppure le superstar del pop internazionale, di cui questo Primavera si fregia a scapito dei detrattori.

Giovedì 30 maggio 2019

The Necks, Auditorio, 18:10

One of the Great Cult Bands of Australia: già il sottotitolo che accompagna la schermata principale del loro sito web non lascia dubbi su un vago compiacimento, supportato da uno status che rende onore al trio jazz di Sydney, composto dal batterista e chitarrista Tony Buck, dal tastierista Chris Abrahams e dal bassista Lloyd Swanton. La band, che continua ininterrottamente a produrre album dal 1987, è infatti annoverata tra le più interessanti del panorama jazzistico mondiale anche a distanza di trent’anni, mescolando influenze kraut e minimaliste al suo retaggio più tradizionale. L’acusticamente impeccabile Auditorium (adiacente alla zona del Parc del Fòrum) renderà senza dubbio onore alle fitte trame sonore intessute dai tre, motivo in più per non perderseli in partenza a una prima giornata che si prospetta già molto impegnativa.

Shonen Knife, Adidas Originals, 20:05

Un altro trio, un’altra parte (remota) del mondo: siamo in Giappone, dove le Shonen Knife, le Ramones di Osaka, anch’esse ascese a un fervente culto di fan e seguaci, hanno degnamente rappresentato per anni la risposta del Sol Levante al movimento riot grrrl e a band quali Breeders e Bikini Kill. Il loro punk minimalista (che si rifà a gruppi quali Stooges e Fuzztones, ma anche al pop dei Beach Boys) ha ispirato una generazione di musiciste (come vedremo in seguito) e ha mosso interi movimenti femministi nel loro paese, convincendo pure i Nirvana a far loro aprire alcune date britanniche a supporto di Nevermind nel 1991 – un pezzo di storia, senza ombra di dubbio.

Upsammy, Ray-Ban Studios, 22:00

Thessa Torsing da Utrecht, meglio nota come Upsammy, è in giro da relativamente poco tempo, ma pare già una delle nuove leve tra le più promettenti del giro della techno sperimentale: crepuscolare e amniotico, il suo sound è un concentrato di esperienze che vanno dall’ambient alla trance, per passare da nuance synth wave, ben sintetizzate nel suo LP d’esordio Wild Chamber, pubblicato dalla label olandese Nous’klaer Audio. Resident dello storico De School di Amsterdam, Torsing è sicuramente abituata a un pubblico esigente, e non mancherà di stupire nello slot dedicatogli al chiuso dei Ray-Ban Studios (già Warehouse).

Carcass, Adidas Originals, 23:30

Okay, forse saranno pure un po’ troppo “famosi” per questa lista, ma non potevamo non inserirli almeno come autentica mosca bianca e piacevole eccezione dell’edizione forse più scarna sul versante metallico e aspro. Lo squadrone della morte capitanato dal sempiterno Jeff Walker viene a compensare questo deficit di ignoranza e cattiveria, relegato forse ingiustamente su un palco che ci ha abituato a sorprese ma forse non adeguatamente proporzionato allo spessore della band di Liverpool. I Beatles del gore sono tutt’ora una delle band più interessanti ed efficienti in sede live, e nonostante uno iato durato più di dieci anni, i Nostri hanno dato alle stampe uno degli album più violenti e efferati degli ultimi anni, Surgical Steel del 2015 (che dovrebbe comunque avere un successore a breve). Sarà una macelleria.

The Comet is Coming, Your Heineken Stage, 01:20

Celebrato come l’autentico Prometeo del jazz mutante contemporaneo, Shabaka Hutchings afferra il sax con la veemenza di un rapporto sessuale, a petto nudo e con il fisico scolpito come un idolo d’ebano: era agosto, ero a Oslo e sotto a una pioggia torrenziale Shabaka e il suo progetto The Comet is Coming stavano propiziando un rito anti-maltempo (puntualmente riuscito); credo proprio che le impressioni ricevute all’Oya Festival fossero quelle giuste, così come gli elogi piovuti sul trio dopo la loro performance allo scorso Beaches Brew. Il progetto è ampiamente debitore verso le parabole spaziali di Sun Ra, ma anche di altri viaggi cosmici che sfiorano i lembi dell’elettronica: l’ultimo (ottimo) Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery vede pure la partecipazione della verbosissima poetessa-rapper Kate Tempest, anche se non credo che ci siano molte parole da aggiungere a questo mix esplosivo e trascinante. Ci sarà da ballare e viaggiare.

Venerdì 31 maggio 2019

Sons of Kemet XL, Ray-Ban, 18:25

Lo lasciamo il giorno precedente con The Comet is Coming, ma Hutchings torna puntualmente il venerdì con i Sons of Kemet (a quanto pare in formazione allargata), doppietta che potrebbe renderlo uno dei protagonisti assoluti di questo Primavera Sound. Altro progetto ovviamente di matrice jazzistica che raduna i più fini artigiani dello strumento di Londra Sud, nel quartiere di Hackney, ormai postosi come vera e propria Mecca di una rivoluzione musicale e culturale (di quelle parti anche la stimata e diffusa NTS Radio, che con i suoi live stream ha contribuito in parte al successo della scena).

 Julia Holter, Auditorio, 19:20

Julia Holter dev’essere un’artista molto ambiziosa, a giudicare dal suo ultimo LP, Aviary (licenziato dalla sempre ottima Domino Records), un colosso di composizione che ha coinvolto un’ensemble di archi, fiati e percussioni. L’artista proveniente dal Michigan è d’altronde una che ha rifiutato sin dai suoi anni universitari la rigida burocrazia delle accademie di musica, sviluppando via via una fascinazione maggiore per le sonorità greche (oltre a citare un poema tradotto della poetessa Saffo nel testo di un brano di Aviary, I Would Rather See), a partire dal notevole Ekstasis (2013). Aviary è invece un bizzarro affresco totalizzante, brullo, mistico e spaventoso come un quadro di Bosch: un trip tardo medioevale per cui non potrete che affondare nelle sedie dell’Auditorium e viaggiare con la mente. Peccato che si sovrapponga a un’altra chicca del venerdì, ovvero i Beak>, ormai habituè del festival.

Derby Motoreta’s Burrito Kachimba, Ray-Ban, 20:25

Già per il nome demenziale meriterebbero la stima e l’attenzione di tutti, ancor di più se il loro brano di punta si intitola El Salto del Gitano. Un gruppo che si va a inserire nella quota “chitarroni” (ahinoi sempre più esigua) del Primavera, e di foggia nazionale, a conferma della rinnovata vicinanza alla scena autoctona da parte del festival. Qua siamo comunque a livelli altissimi e sono quelle occasioni in cui in genere non sei sicurissimo se possa essere una cosa meravigliosa o una delusione totale, ma questi King Gizzard spagnoli avranno sicuramente la nostra attenzione.

Amyl & the Sniffers, Adidas Originals, 00:00

C’è da dire che quest’anno il festival ha avuto un occhio di riguardo importante per quelle che potevano venir considerate sonorità street un po’ di tempo fa (un bel po’, in effetti), dell’ottimo punk è stato messo in lineup (da cose più storiche come Stiff Little Fingers a cose più moderne e contaminate come Fucked Up) quindi la presenza di un act come Amyl and the Sniffers mi stupisce il giusto, ma potrebbe eccitare moderatamente in quella parte specifica della serata, quando si cerca qualcosa che ovviamente coinvolga e svegli il pubblico per il rush finale. Il genere degli australiani è definito pub punk, atto a confermare una discreta tendenza del popolo aussie (nessuna discriminazione ragazzi, anche a me piace bere…), ma soprattutto un qualcosa che vada un pelo oltre la mesta performance dello scorso anno degli Starcrawler, opachi e poco a loro agio in un palco gargantuesco. Amyl e i suoi sniffatori potranno godere di un’atmosfera più intima, per così dire.

Bliss Signal, Adidas Originals, o3:25

Il producer britannico Jack Adams, in arte Mumdance, è una specie di prezzemolino che si infila in qualsiasi progetto e opera su più fronti da almeno una decina d’anni, in collaborazioni di varia e disparata natura, soprattutto in ambito UK grime con Logos. L’ultima scappatella lo vede protagonista con WIFE (monicker dell’irlandese James Kelly, ex frontman della band metal Altar of Plagues), in un progetto che fonde techno, power electronics, industrial e black metal, un calderone nero pece fumante che risponde al nome di Bliss Signal – altro act che potrebbe alzare di non poco la puzza di zolfo nella fresca brezza marittima del Fòrum. Qui trovate la recensione di Nicolò Arpinati all’omonimo LP d’esordio del duo.

Sabato 1 giugno 2019

Haru Nemuri, Adidas Originals, 18:35

Haru Nemuri è tra le protagoniste della japan invasion che ha investito il Primavera Sound (abbiamo visto le Shonen Knife, poi tra gli altri avremo anche i CHAI e la trapper Wednesday Campanella), ma è sicuramente il nome più eclettico e peculiare del lotto. La giovane artista da Yokohama è infatti piuttosto nota in madrepatria per la sua rap poetry, una forma che a dispetto della barriera linguistica rende molto l’idea di un flusso di coscienza joyceiano. A questo sproloquio urbano si uniscono sonorità sperimentali che ricordano da vicino alcune cose dei Death Grips o dei Dalek, ripuliti dalle asperità e più vicine a una logica j-pop. L’ultimo album, Haru to Shura, aggiunge un ulteriore tassello al mix, andando a scomodare l’emocore, il post rock e il noise che tante vittime ha mietuto in terra d’Oriente.

Le Mystere des Voix Bulgares feat. Lisa Gerrard, Auditorio, 19:00

Sì, quelle del Pipppero. Proprio loro. Solo che questa volta non saranno accompagnate dalle folte ciglia di Elio, bensì da Lisa Gerrard, una delle voci femminili più cazzute (passatemi il termine forte) che la musica occidentale abbia prodotto nel corso degli ultimi trenta e passa anni (e no, non per quella cosa del Mulino Bianco/Gladiatore). L’ensemble vocale nato in seno a un progetto di divulgazione culturale e protezione del retaggio artistico voluto dalla radiotelevisione bulgara, non ha bisogno di presentazioni, ma basterebbe dare un’occhiata al video qua sopra (o a qualsiasi altra performance registrata) per capire l’effetto straniante, oserei dire psichedelico che questi canti polifonici producono sull’ascoltatore. Nell’anno del female power tutto lustrini e pop star, loro saranno l’act più vivacemente fuori dal coro.

Drab Majesty, Adidas Originals, 22:05

Il losangelino Deb Demure non dev’essere un grande fan delle spiagge assolate e del surf: dopo aver militato per qualche tempo come polistrumentista in oscure formazioni del luogo (tra cui i Marriages), Demure si è accodato al filone della nuova ondata dark e synth wave propiziata da gente come Cold Cave, creando Drab Majesty, un progetto in cui si propone come una sorta di demiurgo dell’esoterismo futurista, un sacerdote in parrucca e cerone che gioca un po’ col travestitismo e un sottile filo di understatement che rende il tutto ancora più subliminale e stratificato. Il ciarpame con cui lui e il socio tastierista Alex Nicolaou (figlio di Ted, regista noto per capolavori dell’horror trash come Puppet Master vs. Demonic Toys e la serie Subspecies) riempiono indebitamente il palco li rende un’esperienza sicuramente curiosa, oltre che grottesca. Il duo ha preso parte a numerosi festival internazionali di diversa estrazione e genere, ricevendo consensi su tutta la linea per performance che ricordano molto da vicino una sorta di rituale al neon. Staremo a sentire.

JPEGMAFIA, Adidas Originals, 03:20

Peggy, come ama farsi chiamare dai suoi seguaci (sempre più numerosi dopo il boom dello scorso anno con Veteran), è diventato uno dei pivot della nuova ondata di rapper caratterizzati da una filiazione con varie istanze della musica sperimentale e dell’elettronica. I suoi brani sono vere e proprie dichiarazioni bellicose (I cannot fucking wait until Morrissey Dies, per dirne uno), testi pungenti che spalmano dissing e frecciate come burro d’arachidi sulle teste di popstar, politici e altri suoi esimi colleghi. Barrington Devaughn Hendricks (questo è il suo vero nome) ha iniziato infatti a comporre i primi versi quando ancora era nel periodo della leva, e ci ha messo davvero poco a diventare un fan favourite, nonostante un’attitudine contro e un output live che rievoca i pit sudatissimi e dinamitardi del punk hardcore, emergendo poi dagli antri suburbani più oscuri dell’attivissima scena di Atlanta, e finendo nelle liste di fine anno di molti (anche qua su SentireAscoltare). Anche il buon Roncoroni ha speso parole al miele per JPEGMAFIA, e se lo dice lui ci fidiamo.

slowthai, Pitchfork, 04:10

Belushi pronunciò la sempiterna frase: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Se a tarda sera le cose si faranno alquanto aspre sul palco di JPEGMAFIA, lo slot successivo nel palco adiacente ribadirà un paio di concetti: il rap è al top della popolarità e si fa bello con catenoni e un’estetica imponente, ma ha ancora qualche bacino che ne sfrutta la potenza di fuoco per sparare a zero e trasformarla in un’arma di giustizia sociale. Slowwthai, al secolo Tyron Kaymone, è uno di quelli: proveniente dalla working class britannica, ha messo le proprie radici a Northampton, posta esattamente al centro dell’isolone, dove si è fatto conoscere per i suoi live coinvolgenti nelle slums e nelle case occupate. Il tema costante delle sue filippiche è ovviamente il malgoverno, e la Brexit non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco che arde nella sua musica aspra e spigolosa, che riprende tanto dal grime nella forma quanto dal punk britannico nell’etica, nell’estetica (vagamente skinhead) e nello spirito. Una chiusura esplosiva.

28 Maggio 2019
28 Maggio 2019
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