Migliori Album 2018. La classifica di Tommaso Bonaiuti

Su SA trovate le classifiche personali di Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR.

Il 2018 è stato l’anno dell’arroganza.

Come ho scritto nell’editoriale che celebrava le uscite più meritorie dei primi, folli, sei mesi di quest’altro giro attorno al Sole, è indubbio quanto e come la cultura pop e urban abbiano assorbito, elaborato, masticato e infine vomitato tutti gli stilemi, l’etica spicciola, ridanciana e grottesca dell’era social, arrampicandosi vilmente su impalcature ideologiche revansciste da Basso Medioevo (il #metoo con tanto di ridicola controparte italiota – #losapevanotutti, in merito alla storia del tizio di Genova a cui facevamo riferimento anche qua) per poi assurgere al ruolo di paladini et paladine della giustizia dei buffoni di corte vestiti a festa. Il femminismo e il bigottismo 2.0 da coro greco dei social come nuovo carburante per baccanti piagnucolose, la cui figura ideologica di riferimento potrebbe essere una certa Asia Argento, tanto inutile nella sua scarsa carriera quanto inutilmente sovrastimata pure in ambito musicale: oltre alla giuria di X Factor (impiegherei un grossissimo sforzo psichico e spirituale per considerarla una cosa relativa alla musica), la discola di casa Argento stava per allungare le proprie manacce sulla lineup (ottima anche quest’anno) dell’illustrissimo e rispettato Le Guess Who? di Utrecht, che pare anch’esso aver fatto qualche passo indietro circa la sua bizzarra (per non dire forzata) mossa commerciale, facendo appunto leva su una sedicente Giovanna d’Arco per sollevare la questione della parità tra i generi e legarla forzatamente all’ambito musicale, senza che nessuno gliel’avesse esplicitamente richiesto peraltro. Donne musiciste/artiste/interpreti/performance non sempre significa donne intraprendenti, emancipate, talentuose. Il talento è un concetto atavico e inafferrabile, talvolta beffardo, che non ha genere né forma, tantomeno etnia. Bene metterlo in chiaro, prima che qualcuno gridi al miracolo per un nuovo album r’n’b/bubblegum pop/electro/gender senza sale e senz’anima.

E se le questioni per così dire “sociali” non lasciano nient’altro che confusione, spaesamento e pura rassegnazione, pure sul versante musicale “di massa” non c’è da stare allegri; se la trap è ahead of the game, se il règuetòn tutto culi e brillantini è considerato da fini esperti come la nuova frontiera della contemporaneità (nonché vendutaci da colossi del calibro di Primavera Sound come pregiatissima cioccolata), se tutto questo ha senso non solo di esistere, ma di venire pure considerato materiale di qualità, spendibile in un discorso sulla contemporaneità e su come e dove si stia muovendo gran parte della musica di domani, allora forse è meglio dedicarsi al giardinaggio o ai cruciverba. Tutto questo mi fa schifo, se proprio non lo avessi chiarito a sufficienza in questi due primi paragrafi. Tutto questo rappresenta quella vacuità d’animo che potreste ritrovare in certe espressioni pseudo-artistiche del consumismo popolare degli Ottanta (e non è per niente un caso che certe sonorità come l’italo disco siano ritornate in ambito dancefloor, forse in ottica dissacrante, ma chi può realmente saperlo), e per questo accomunate dalla medesima estetica dell’edonismo: il culto per l’oggetto, il culto della personalità-oggetto, dell’output artistico-oggetto, del pensiero anti-critico-oggetto. È tutto un ammasso di plastica.

Nella grecità, precisamente nell’istanza tragica, si trattava di apollineo e dionisiaco come manifestazioni opposte dello scibile e dell’umano spirito (concetto poi tramandatoci e teorizzato dal buon Nietzsche), laddove l’apollineo è il razionale, l’armonico, il conforme, e il dionisiaco (dal dio del Caos e dell’Estasi Dioniso/Bacco) la sua antitesi. Il non conforme. E cosa è non conforme, nelle numerose espressioni sonore, se non qualcosa di violento, storto, “spostato”? Non per spirito vendicativo né per animo da bastiancontrario, bensì per necessità di sopravvivenza, è necessario opporre l’estetica dell’edonismo puro, l’oggetto con forme sinuose ma senza humus, senza contenuto, all’estetica della violenza: lo sturm und drang, la tempesta emotiva, la matassa di alveoli, umide cavità, grumi sanguinosi, umori oscuri che talvolta trasmutano in un esercizio catartico non indifferente.

E così, per formalizzare il delirio filosofico, se abbiamo da una parte tutto il falso pessimismo dell’itpop riflessivo e piagnucolante, o l’esuberanza fastidiosa di questi trappari da fumetto giapponese, dall’altra è giusto beatificare quei pochi baluardi di reattività sonica e morale: i nuovi campioni di questa nobile disciplina rispondono al nome di giovani combattenti, anch’essi forgiati (realmente, però) dalle politiche della strada, dai microsistemi ammuffiti di cantine, garage e sottoscala infuocati da sudatissimi pit e appiccicosi wall of death, dalla tenebra conciliante di uno studio addobbato con le peggiori diavolerie elettroniche e sciaquato da flussi di rumori acidi. Oltre ai soliti, immensi Death Grips e un Jpegmafia che si eleva dalla sua Baltimora come poeta di strada, stagliandosi contro tutti e tutto (Morrissey, Beyoncé, le femministe, la police brutality e The Donald, ovviamente), rinnovando e inasprendo il linguaggio e le sonorità del rap moderno, oltre all’output sperimentale e (volutamente) caotico formalizzato in un affascinante melange tra noise e free jazz, surf e math rock di nuovi paladini (Pill, Palm), avviene un’autentica rivoluzione heavy-centrica.

C’è il post-hardcore bersagliero dei Candy, autori di un album già minaccioso dalla cover e sinestesico nel titolo, Good to Feel, che delinea un immaginario urbano rovinoso alla Fuga da New York, con chitarre che paiono uscire dai più fortunati mix di Andy Wallace e improvvise digressioni ambient/psichedeliche, che ripuliscono quelle strade sudicie come un ruscello d’acqua santa: c’è anche l’hardcore più classico, ma non meno agitato dei californiani Turnstile, all’esordio lungo su Roadrunner Records (Time and Spaceeletto album dell’anno da Revolver Magazine e Kerrang), che piacciono per spirito e comunità d’intenti, e che soprattutto paiono riportarci a quegli anni Ottanta oscuri e sotterranei che rispondevano all’edonismo sfrenato di Reagan e degli yuppies, a quella SST che aveva i sempiterni Black Flag come testa di ponte per una rivoluzione musicale che speriamo possa tornare di questi tempi, anche in altre forme.

Se è vero infatti che l’attacco è la miglior difesa (e non viceversa, come il tuo allenatore di calcio/basket voleva farti credere), ci sono altre opzioni sonore spendibili per reagire al tedio della contemporaneità, possibilmente ibride e geo-centriche, ognuna legata a un luogo (fisico o immaginario) e capace di trasportartici in ogni sessione d’ascolto: dal Medio Oriente caleidoscopico e funk dei texani Khruangbin (incensati da critica e pubblico, giustamente direi) alle periferie inquiete di Atlanta raccontate da Fit of Body (autentica rivelazione di quest’anno passata un po’ sotto silenzio), alla Detroit di Against All Logic (Nicolas Jaar) o alla Londra oscura e sotterranea di Daniel Avery, si passa infatti al lieto ritorno di un gigante come Jon Hassell, il fourth world e i suoi paesaggi immaginifici ed eterei, il cui testimone potrebbe rivelarsi un folletto olandese finora interessato a investigare tutte le forme di psichedelia possibili, ovvero Jacco Gardner: Somnium è un autentico disco-viaggio, un sentito omaggio alla library music anni Settanta, impossibile da fruire “sfuso”, e per questo encomiabile nel suo tentativo di riportare l’ascoltatore all’esperienza totalizzante dell’LP a fronte del consumo spregiudicato, incosciente e spezzettato fornito dai servizi di streaming più gettonati. Tra quella zona grigia che divide il tangibile dall’immaginifico si colloca il magnifico Universalists dell’israeliano Yonatan Gat (ex Monotonix), un album vivace, un’opera coraggiosa e free form che estende i propri tentacoli tra il Nord Africa, la Spagna andalusa dei Moriscos e… l’Italia: Gat pone la sua singola firma sulle registrazioni, ma laddove le sue sferzate elettriche non riescono ad arrivare, si estendono i vocalizzi arcani e i riti sciamanici degli Eastern Medicine Singers e i field recordings folkloristici del musicologo Alan Lomax, che mette a disposizione reperti audio d’inestimabile valore che catturano mondine dedite al canto, stornelli liguri e altri spettri d’un passato in bianco e nero, il tutto condito dalla supervisione attenta (ma mai invasiva) di Steve Albini. Chapeau.

Sempre sul versante sperimentale è d’uopo ricordare il compianto e immenso Holger Czukay, la cui scomparsa recente ha lasciato un grande vuoto nella comunità musicale, ma ha pure portato alla luce una quantità enorme di materiale finora inedito, come il commovente album di musique concrete realizzato in coabitazione con David Sylvian, un’autentica perla per gli appassionati.

Tra le piacevoli conferme i già citati Suuns, lontani dai maelstrom sonici del passato (Felt suona come il disco della maturità, il fratello maggiore, con meno enfasi ma più polso e lucidità), e i sempre validi Unknown Mortal Orchestra, al solito i più talentuosi a coniugare spirito pop (quello vero, di qualità) a divagazioni acide, presenti in questa lista con ben due lavori, considerando lo strumentale IC-06 Hanoi come un’estensione/digressione organica del quarto album Sex & Food.

Tra le novità segnaliamo Rezzett, uno che in realtà è in giro da qualche anno ma che con il suo omonimo LP d’esordio pone una nuova asticella d’eccellenza in ambito retrowave, andando a celare bordate techno anni Novanta dietro una patina rovinata da audiocassetta. Tra le sorprese è necessario citare un gruppo che di sorprendente ha ben poco, avendo delineato in 25 anni di carriera i caratteri minimi dell’indie rock americano, ovvero i Low, autori di una prova maestosa: tutto quello che c’è da sapere su Double Negative lo trovate nelle recensioni (perlopiù entusiastiche); ciò che posso permettermi di aggiungere è che questo album è uno dei sonic statement  più coraggiosi, diretti e brutalmente emotivi dell’anno; ogni singolo accenno di melodia è affogato in un mare di riverberi e suoni tangibili, ogni strato sonoro emana una vibrazione specifica e dona una tridimensionalità al tutto che lascia trapelare un finissimo lavoro di sound design. Di dischi così se ne sentono davvero pochi.

Il 2018 è stato l’anno dell’arroganza. Ma anche della violenza, della grazia.


I diciotto del 2018:

Altri ascolti consigliati:

16 Dicembre 2018 di Tommaso Bonaiuti
TAG
Precedente
SIAE, ecco artisti e operatori supportati dal progetto Italia Music Export 2019 SIAE, ecco artisti e operatori supportati dal progetto Italia Music Export 2019
Successivo
Migliori album 2018. La classifica di Marco Boscolo Migliori album 2018. La classifica di Marco Boscolo

Altre notizie suggerite