Psichedelia made in Italy: Massimo Amato, Juju, The Gluts, True Sleeper e Sacramento
Viaggio tra le uscite italiane più psichedeliche di questa prima metà del 2019

Questa irrisolta primavera 2019 non sarà certo ricordata per le sue calde e luminose giornate, ma gli amanti della psichedelia possono almeno consolarsi con una serie di uscite il cui ascolto può aiutare a trascorrere giornate che vanno allungandosi pur senza mostrare segni di miglioramento meteorologico. Il pervasivo verbo psichedelico pare essersi infiltrato nelle più disparate produzioni di artisti italiani, come dimostrano anche due freschissime pubblicazioni discografiche, tanto distanti nei suoni quanto prossime per sensibilità: stiamo parlando del nuovissimo lavoro di Gioele Valenti sotto lo pseudonimo Juju, Maps & Territory, e del terzo disco dello scultore sonico Massimo Amato, Lost Sunsets. Se il primo rappresenta l’apice di una carriera avviata nel 2015 (il debutto omonimo, struggente e attuale rilettura del mito drexciyano in chiave mediterranea e kraut-noise, è stato ristampato proprio a febbraio, quasi ad anticipare le derive psych della stagione in arrivo) dopo altre esperienze (la collaborazione con i Lay Llamas, l’esperienza lo-fi con l’alias Herself), il secondo conferma l’eccezionale stato di forma del produttore potentino che dal 2016 distilla una singolare miscela di grooves balearici, liquida kosmische-musik e spiritual-jazz e qui recupera e rilegge tracce prodotte originariamente tra il 2007 e il 2010.

Dove Lost Sunsets inventa soluzioni elettro-acustiche che stanno tra sintetico dub mitteleuropeo (Lightwaves e Nightflower), pionieristico jazz-folk tropicale (la title track e l’orientaleggiante Blue Petals) e polverose visioni avanguardiste memori dei seminali esordi di Jon Hassell (la spettrale I Found Love e la splendida Folksong con il maestro Gigi Masin), il più tormentato Maps & Territory sviluppa lungo sei tracce rabbiose e indignate un fangoso e soffocante ibrido di scansioni afrobeat e pesantezze doom, torbido funk-rock e folk ancestrale, fino all’inaspettato rigore jazz della conclusiva e tesa Arcontes Take Control.

Come si diceva sopra: musiche differenti, accomunate da un condiviso interesse per dimensioni astrali, squarci di futuri passati e rituali esotici ed esoterici. D’altronde tra la penisola di Verdi, Palazzeschi e Sergio Leone e la psichedelia in musica c’è sempre stato un rapporto fruttuoso, anche se incostante: sin dalla nascita del rock più lisergico nelle terre anglofone, l’Italia non ha tardato ad accodarsi con proposte varie e personali riletture autoctone. Dalla sorprendente, varia ed espansissima scena prog della seconda metà degli anni settanta e dalle numerose contaminazioni attuate dalla prolifica scuola di sonorizzazione per cinema, radio e televisione (il Morricone più desertico e dilatato, certo, ma anche exploit minori, come i misteriosi ed elettrici Blue Phantom, il Fabor più infernale e persino certe svisate funky di Umiliani o Torossi) si è poi passati attraverso un paio di decenni più sommessi e dispersivi (negli eighties per esempio nascono e muoiono in breve tempo formazioni assolutamente meritevoli di una riscoperta, come gli Allison Run di Amerigo Verardi e Umberto Palazzo o i Carnival of Fools di un giovanissimo Mauro Ermanno Giovanardi, gruppi che tanto hanno dato al rock italiano, soprattutto dopo la loro fine).

Con l’arrivo del nuovo millennio il sacro fuoco della psichedelia è tornato poi a scorrere nelle vene di molte giovani rock-band italiane: esordiscono sul finire degli anni novanta gli emiliani Julie’s Haircut, destinati a divenire uno dei più importanti e interessanti act di rock e sperimentazione di tutto il mondo, e i patavini Jennifer Gentle (che citano i Pink Floyd già nel nome), mentre è del 2004 l’acerbo esordio dei lombardi Giobia, alfieri e anticipatori di un suono acido che pesca tanto dalla lezione dell’hard dei settanta quanto da post-punk e dark-wave. Ma non è solo il mondo delle chitarre a interessarsi a stati mentali alterati e coscienze espanse: specialmente intorno a primi anni dieci del Duemila, giornalisti e artisti hanno iniziato a parlare di italian occult psychedelia, categoria più adatta a descrivere uno stato mentale e un’attitudine obliqua che una vera e propria scena. Così, insieme a un certosino lavoro di riscoperta e approfondimento, orientato soprattutto verso i seventies meno allineati di molte realtà anche estranee al mondo del rock, come per esempio il primo Battiato o i misconosciuti (eppure straordinariamente influenti) Futuro Antico, guidati dallo sperimentatore ed etnomusicologo Walter Maioli (date un’occhiata al suo profilo personale su Facebook per avere un’idea dell’universo mistico e multi-culturale in cui si muove da sempre), si è andato formando un circuito in grado di unire realtà geograficamente lontane (la label veneta Boring Machines e il compianto circolo romano Dal Verme) e al cui interno si muovono proposte diversissime (dal rock contaminato dei Lay Llamas alle divagazioni tra folk e world dei BaBau e della loro etichetta ArteTetra, dall’ambient modulare, ritmico e spesso noise di Donato Epiro al cantautorato surreale e storto di Rella the Woodcutter/Everest Magma) e spesso assai legate al territorio (il Mar Egeo e la costa ionica per il calabrese Mai Mai Mai e la sua drone-music liquida e travolgente, le periferie romane per il collettivo Heroin in Tahiti).

Con il passare del tempo l’entusiasmo e l’attenzione rivolti all’italian occult psychedelia sono andati progressivamente scemando, com’è naturale nel frenetico mondo musicale, ma non la vitalità e la validità dei suoi protagonisti, insieme a una diffusa e rinnovata influenza che arriva fino alle recenti prove di producer elettronici come Machweo o HDADD.


Più o meno contemporaneamente all’esplosione mediatica dell’italian occult pyichedelia, nasce in Inghilterra un’etichetta discografica che diventerà poi un punto di riferimento per il rock più sperimentale in tutte le sue forme, soprattutto in quelle più psichedeliche (dallo shoegaze più ovattato e stordente al folk lisergico, dal blues sciamanico al post-punk più tenebroso e apotropaico): mossa da un fervore quasi mistico, l’indipendente Fuzz Records in meno di dieci anni di attività ha rilasciato una quantità davvero ingente di opere, reclutando artisti da tutto il mondo, tra i quali spicca una nutrita componente italiana, addirittura in crescita col passare degli anni. Proprio uno di questi gruppi nostrani accasatisi presso la label londinese ci permette di chiudere questo lungo (ma non esaustivo) excursus storico e tornare dunque al cuore del nostro discorso, inerente ai fasti psych di questo 2019: il sophomore-album ufficiale (senza contare il debutto autoprodotto del 2014) dei Gluts, uscito nelle prime settimane di aprile, è infatti uno dei dischi che abbiamo selezionato per tastare lo stato di salute del rock psichedelico made in Italy e raccontarne le più recenti ed eccitanti direzioni.

A soli due anni dalla prima testimonianza su Fuzz Records la band fiorentina torna con un’opera che non rivoluziona il sound, ma lo ispessisce, arricchendolo con suggestioni esotiche (l’azzeccatissimo titolo cita una febbre infettiva contratta dalla bassista Claudia Cesana assieme alla malaria durante un viaggio in Africa) e una profondità precedentemente ignota. Dengue Fever Hypnotic Trip è quindi esattamente come ce lo si aspetta: sudato e nervoso, potente e scurissimo, tossico e lascivo, a tratti torrenziale (gli oltre undici minuti dell’onirico noise di Dalal’s Song) e persino avanguardista in certe occasioni (la punkeggiante incursione in territori synthwave di De Witte Jager). Un notevolissimo e innegabile upgrade che premia i Gluts, ponendoli attualmente tra le formazioni più eccitanti di tutto il suolo italico.

Nonostante anche Marco Barzetti abbia nel proprio background tanto i suoni cari alla Fuzz Records quanto una certa frequentazione con l’etichetta stessa (avendo militato, come chitarrista e autore dei testi, anche nei Sonic Jesus), la nuova incarnazione dell’artista romano (già titolare del progetto Weird) si muove su coordinate più rarefatte. L’indomito afflato psichedelico di Marco incontra in questo esordio firmato True Sleeper una scrittura mai così pulita, emozionale e malinconica, aggiungendo alle consuete atmosfere gotiche e shoegaze influenze pianistiche dal Nick Cave più maturo e lunghe cavalcate tra post e stoner-rock (Lunacy).

L’ultima uscita di cui andiamo a trattare amplia ulteriormente il panorama del rock psichedelico: i tre Sacramento hanno iniziato a farsi notare lo scorso anno, distribuendo durante questi mesi una manciata di singoli in bilico tra le periferie USA osservate con lo sguardo sospeso e naïf di Gus Van Sant e l’afosa immobilità evocata dal concetto tutto meridionale della contro ora (due dei tre componenti sono siciliani). L’esordio Lido approfondisce questo originale e desertico synth-folk (come piace chiamarlo alla band stessa), capace di azzeccare melodie irresistibili (Awesome Dude e Pizza Girl) e di descrivere un mondo surreale di ottuagenari che si divertono tra skate e pattini e di pigrissimi cowboy apatici della Pennsylvania, suonando come un imprevisto mix tra la modernità centrifuga di King Krule, un gusto sfocato che ricorda tanto la Beta Band, un’ironia strampalata degna dei Soul Coughing e le atmosfere astratte e inquiete dei Sensational Fix.

Senza alcuna pretesa di esaustività, in questo riassunto delle principali releases psichedeliche e italiane del 2019, abbiamo cercato di raccontare anche una frequentazione duratura e prolifica, tracciando collegamenti tra realtà e produzioni eterogenee, in fremente attesa di evoluzioni che siamo certi non tarderanno ad arrivare.

31 Maggio 2019
31 Maggio 2019
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