Pussy Riot – Non chiamatele punk

Improvvisamente a febbraio un sussulto ha scosso il flusso di notizie dallo scintillante mondo dello shobiz: Roger Waters che si indigna, si inalbera, sale sul pulpito della militanza condannando la decisione di Neil Young di tenere un concerto a Tel Aviv. Nella stessa lettera aperta, spedita ai media ad inizio febbraio, si rivolge alla ben più cool Scarlett Johansson dedicandole a dire il vero molte più righe e relativo biasimo, criticando il di lei ruolo di testimonial per Sodastream, ditta israeliana che sfrutterebbe i lavoratori palestinesi prevaricandone i diritti (garantiti invece ai dipendenti israeliani).

A sapere il vecchio Roger ancora tanto combattivo c’è di che ringalluzzirsi, soprattuto se si ha la fortuna di essere fan dei Pink Floyd. Anche perché pochi giorni dopo l’autore di Careful Whit That Axe, Eugene, Another Brick In The Wall e tante altre apocalittiche meraviglie si è recato ad Aprilia in pellegrinaggio sulla tomba del padre, la cui morte in combattimento durante il secondo conflitto mondiale è come ben sapete all’origine di tanta poetica watersiana (e di The Wall in particolare). Ma prima di considerare questo episodio un’alzata di scudi dell’impegno rock dopo anni di sostanziale basso profilo, occorre notare che il grande assente in questa faccenda è proprio il rock. Sono le star semmai che mettono in gioco il proprio appeal (più o meno residuo) e nei casi più autorevoli il proprio mito. Il rock in questi casi è un prefisso, ahinoi, accessorio.

Non certo a caso la suddetta lettera aperta ha finito per diventare più che altro un caso Waters vs. Johansson. Ebbene sì, quello di Neil Young è un nome piuttosto marginale da puntare sulla roulette/centrifuga dei media: in fondo è solo uno dei più grandi autori della storia del rock (senza tutta la mitologia cinematografica e teatrale dell’ex leader dei Floyd), e il rock – come certo saprete – ha da tempo perduto la presa sulle sorti del presente. Al più può proporsi come coscienza critica, un borbottìo cupo che si rivolge ed esaurisce alla cerchia tutto sommato ristretta degli appassionati. O pensate davvero che qualcuno dell’establishment si sia sentito mancare quando lo stesso Young ha pubblicato il suo combattivo Living With War?

Roger watersForse una delle ultime volte che il rock si è organizzato in una sorta di “scena” per riflettere sullo stato delle cose è stato più o meno a cavallo del nuovo millennio col post-rock, che almeno nelle sue incarnazioni più eclatanti e impetuose era un palese grido d’allarme ed una disamina cupa (basti considerare la discografia dei GY!BE). Ma qual è stato l’impatto del post-rock sull’immaginario collettivo? Possiamo tristemente affermare che un effimero protagonista di un talent show a caso ha ottenuto impatto e riscontro maggiori – diciamo pure notevolmente maggiori – sia in termini di diffusione che di “rumore” mediatico. In attesa di smentite, proseguiamo.

Gli ultimi sviluppi fanno addirittura pensare ad uno step ulteriore: il rock che sopravvive come modalità critica ma solo nelle sue forme esteriori, superficiali. Come un intercalare svuotato di forma e sostanza, un guscio indossabile ed asportabile al bisogno. Prendete le Pussy Riot. Qual’è il valore dell’ingrediente rock – nella fattispecie punk – all’interno del loro potenziale contundente? Va detto innanzitutto che questa “band”, fondata nel 2011, è una filiazione del collettivo artistico Voina, famoso per le sue performance shockanti finalizzate a mettere in discussione la legittimità del sistema politico, amministrativo ed economico della Russia putiniana, a partire dalle fondamenta morali su cui poggia. Famosissima è l’orgia inscenata nel Museo Statale di Biologia Timiryazev a Mosca alla vigilia dell’elezione del presidente-staffetta Dmitry Medvedev, orgia cui parteciparono anche Pyotr Verzilov e sua moglie Nadezhda Tolokonnikova, futura Pussy Riot.

Pochi mesi dopo, nel 2009, accadde quello che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti il prodromo del progetto Pussy Riot: il cosiddetto Dick In The Ass – Punk Concert in the Courtroom, una scorribanda in un’aula di tribunale dove una una vera e propria punk band (i Dick In the Ass, appunto) mascherata ed armata di amplificatori e strumenti di fortuna (fatti entrare di straforo), interruppe l’udienza in corso per interpretare un pezzo intitolato All Cops are Bаstards, Remember This. Durò due minuti, il tempo di venire neutralizzati dal servizio d’ordine. Ma i semi della “rivolta delle fighe” erano piantati. Due anni dopo nasce ufficialmente la band, nel nome del punk e di propaggini diversamente combattive come Oi! e Riot grrrl. Attenzione però: più che le forme sonore e lo spirito, del punk le Pussy Riot prendono soprattutto la prassi situazionista, la performance come shock organizzato, un benedetto scapaccione per scuotere la strategia della quiete che sta alla base di ogni sistema sociale organizzato (e particolarmente in quelli cripto-dittatoriali).

La celebre incursione nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca di due anni fa – era il febbraio del 2012 – che ha reso famose le Pussy Riot in tutto il mondo, va vista quindi come l’approdo di un percorso ormai quasi decennale, nel quale la musica gioca un ruolo marginale, di puro pretesto (anche se necessario come soundtrack del video poi diffuso sulle piattaforme web) prima che veicolo di un qualsivoglia messaggio. In effetti il vero contenitore della blasfemia virale, quella che ha scavato un solco nelle sensibilità russe, europee e mondiali, è la performance stessa in quel particolare contesto. Provate ad immaginare la canzone – strofe con lo spinterogeno a palla e ritornello basato su una citazione dei Vespri di Sergej Rachmaninov – senza la performance: farebbe più o meno l’effetto di un sassolino in un lago.

Non stiamo qui a giudicare il gesto né la successiva condanna (due anni). Ma oggi che per apparecchiare il banchetto candido delle olimpiadi invernali sono piovute amnistie, con due ragazze (Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova) fresche di scarcerazione spedite in un vero e proprio tour occidentale di conferenze stampa e raccolta premi, lasciandosi così fagocitare nella dialettica standard della comunicazione politica (e quindi normalizzandosi rispetto al codice di Voina), non stupisce che al contempo a celebrare l’apertura di Sochi 2014 siano state ingaggiate le pseudo-scandalose t.A.T.u., duo pop rock concepito in provetta ad inizio millennio, divenuto celebre per le tematiche saffiche di cui infarcivano canzoni e biografia.

Pussy-Riot-Putin-will-teach you-how-to-loveCosì come non stupisce la puntualità della scorribanda targata Pussy Riot sulle olimpiadi, prevedibilmente confezionata a suon di frustate dei cosacchi (i cosacchi!) e un clip con l’accompagnamento di un pezzo punk travolgente e becero (Putin Will Teach You How To Love). Aggiungete poi il soccorso morale dello star system musicale, Madonna e Red Hot Chili Peppers tra gli altri. Insomma, ogni ingrediente al suo posto, una sorta di folklore ai tempi del web, ormai più trasgressivo che eversivo.
Soprattutto, è la dimostrazione definitiva che il punk rock per le Pussy Riot vale come un tag per posizionarsi in una precisa porzione di immaginario politico/esistenziale, nella fattispecie un modo spiccio per collocarsi agli antipodi del perbenismo autoritario putiniano. Un po’ come i balaclava con cui si coprono il volto, che se da un lato garantiscono loro l’anonimato (più per impedire una personificazione della protesta – alla maniera di Guy Fawkes – che per non essere identificate), dall’altro rappresentano l’espediente più immediato per posizionarle oltre la linea di confine della socialità, in un limbo ideologico misterioso, non codificato.

In ragione di questa visione utilitaristica del “contributo audio”, non sono previsti profondità né arricchimento né stratificazione sonora, cui invece il punk (il tanto vituperato punk) approdò quasi naturalmente, basti solo prendere in considerazione il percorso di band-cardine come i Clash e la parabola Sex PistolsPiL. Tutto sommato quello delle Pussy Riot non è un atteggiamento troppo diverso da chi del pop-rock sfrutta l’appeal nel campo della moda, della politica, dello spettacolo. Come a dire che alla fine lo spettacolo vince sempre e alle sue leggi devi ricondurti, è un setaccio che non lascia margini di sopravvivenza mediatica a chi non passa il vaglio, un sistema retroattivo che adegua il proprio codice ad ogni fenomeno “rivoluzionario” – come è stato il rock nella seconda metà dei Sessanta e dei Settanta – e lo disinnesca in una ciclica iper-rappresentazione di sé. Al punto da fagocitare il momento della rappresentazione musicale come componente di una rappresentazione più ampia: la pochezza musicale di una Lady Gaga – impressionante rispetto al suo successo come presunta cantante pop – ne è in questo senso la più clamorosa dimostrazione.

Quello delle Pussy Riot dunque, al di là dei risvolti politici su cui in questa sede è il caso di sorvolare, è l’ennesimo tassello di un puzzle che raffigura con chiarezza il tramonto del rock come categoria espressiva socialmente incisiva. Il problema è certamente più ampio, riguarda l’atto stesso dell’ascoltare (sentire) canzoni, mutato profondamente in termini di disponibilità, frequenza, contesti eccetera. Probabilmente la funzione sociale (o sarebbe meglio dire social?) del rock è stata annichilita dalle performance degli aggreganti sociali messi a punto nel frattempo: un’ipotesi da tenere nella dovuta considerazione, senz’altro più attendibile di chi sostiene che sia una questione di qualità della proposta-rock.

Ok, non è il caso di esercitare il più totale disfattismo. Anzi, sono convinto che il rock come “nazione alternativa” trasversale – vero e proprio laboratorio globale di utopie e rivoluzioni – forse a qualche livello esista ancora. Però, ecco, la potenziale influenza sull’establishment mi sembra paragonabile a quello di un comunità di cosplay. O di un villaggio vacanze, secondo i casi.

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