Rashad Becker. Suono dunque sono
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Marco Braggion
- 23 Settembre 2014
A settembre 2013 esce un disco che hanno notato in pochi, forse perché relegato alla categoria della cosiddetta musica sperimentale, porto di mare per nerd dell’elettronica o per malati di avanguardia. L’album è l’esordio di Rashad Becker, Traditional Music of Notional Species Vol. I. Il nome di Becker non è nuovo agli aficionados degli studi di registrazione, infatti il produttore e ingegnere del suono tedesco ha lavorato con i più importanti artisti e innovatori degli ultimi anni, passando dalla techno di Marcel Fengler a Joy One Mile di Stellar OM Source, dallo split fra Keith Fullerton Whitman e Floris Vanhoof arrivando fino al nostro Donato Dozzy nell’eccellente Dozzy Plays Bee Mask (queste sono una misera parte delle collaborazioni: su Discogs ne troverete più di 1200).
Il suo tocco magico si divide fra il mastering (ai mitici Dubplates & Mastering affiliati ad Hard Wax) e il mixing (nel suo studio privato, il Clunk). Tutto concentrato a Berlino, ovviamente. Becker è un personaggio strano, uno che non fa la star, uno che fa parlare i suoni e che per questo esce fuori con un disco unico, raro, quasi già classico perché fuori dal tempo. Il suo è uno dei più interessanti approcci alla musica elettronica, imparato mettendosi a lavorare con i suoni, senza troppi marchingegni o patch e senza nemmeno alcun corso di musica formale. Poche macchine e tanto, tanto, orecchio. Becker è uno dei pochi che riesce a rispettare la materia sonora senza renderla noiosa, indagando sulla costruzione del suono per la composizione, sull’amalgama perfetto che crea mondi, più che effetti speciali.
Dopo l’uscita del disco, sta girando il mondo con il live, con cui tenta di riprodurre dal palco la perfezione della costruzione di sintesi da studio. L’abbiamo intervistato prima dell’esibizione al Path Festival di Verona.
Ciao Rashad, come stai? Non ho mai assistito a un tuo spettacolo dal vivo, quindi la mia intervista sarà basata solamente sull’ascolto del tuo album e su qualche video che ho trovato in rete. Trovo il tuo modo di comporre molto concreto (concréte), nel senso di Pierre Schaeffer. Usi suoni registrati dal vivo per comporre i tuoi pezzi? Puoi dirci quali strumenti usi, in termini di software, hardware, microfoni, etc…?
I suoni sono tutti di sintesi e abbastanza classici. Uso molta sintesi sottrattiva (cioè filtraggio, ndSA), qualche wavetable e qualcosa di analogico virtuale. Lo spettro delle macchine usate è abbastanza limitato, preferisco avere solo uno strumento e imparare bene ad usarlo, rispetto ad avere una moltitudine di piccole scatole specializzate. I sintetizzatori che utilizzo sono molto vecchi, il mio strumento principale l’ho comprato a 18 anni ed è ancora fonte di ispirazione.
Ho letto un’intervista su Wire l’anno scorso nella quale dicevi che eri un po’ stanco di Berlino e che ti sarebbe piaciuto trasferirti in Giappone. Ci sei andato?
No. La politica giapponese da Abe (l’attuale primo ministro nipponico) in poi sta prendendo una piega disgustosa, e anche se è interessante vedere in che modo emergano gli antagonismi in una società così conformista, non lo è il pensare a trasferirsi in un Paese dove il giornalismo è stato praticamente reso illegale e ogni uomo maggiorenne riceve una lettera che gli chiede di servire la sua patria con le armi…
In qualche modo i tuoi suoni sono zen, mai troppo saturi, e usi molto il silenzio. Pensi che il tuo modo di comporre o di suonare sia influenzato dalla filosofia zen (come in Cage)?
Apprezzo come il buddismo zen abbia trovato il modo per oltrepassare la comprensione (undestanding) per puntare alla realizzazione… Lo guardo comunque da una certa distanza e non posso affermare che abbia una relazione diretta con la mia musica.
Pensi che il tuo lavoro (ingegnere del suono) abbia influenzato il tuo sound? In che modo?
Non ne sono completamente sicuro, anche se la pratica costante dell’ascolto analitico e la localizzazione/isolamento degli armonici aiutano a costruire i suoni di sintesi, specialmente quando lavori con la sintesi sottrattiva… mi aiutano anche a capire e valutare meglio quale potenziale mi possano dare gli strumenti e i filtri che uso.
In Italia, dopo la guerra, c’è stato un folto gruppo di compositori allo Studio di Fonologia Musicale a Milano. Fra gli altri (Berio, Maderna), c’era anche Marino Zuccheri, ingegnere del suono. Conosci il suo lavoro (ha collaborato anche con Luigi Nono)?
Sfortunatamente no, ma cercherò di approfondirlo.
Pensi che la tecnica sia in qualche modo musicale? I tuoi suoni sono molto ben bilanciati fra tecnica e registrazioni sul campo. Mi piace molto questo equilibrio…
Sicuramente i circuiti possono essere modellati più o meno musicalmente, senza riferimento a generi o gusti… questo è vero per i filtri, gli inviluppi, i LFO, gli amplificatori dinamici, gli altoparlanti, quasi tutto penso… Non ci sono suoni registrati nella mia musica. Ho sintetizzato tutto (eccetto per un feedback su un pezzo, ma anche questo potrebbe essere pensato come una forma di sintesi).
Ho letto che sei molto interessato alla world music. Usi qualche tool “etnico” per comporre?
Mi ha sempre irritato l’uso del termine world music. È un termine generale senza senso che potrebbe comprendere tutta la musica prodotta. Non è, forse, un tool etnico anche il synth prodotto da un bianco anglosassone che riflette il design americano? Ma ripeto, non ci sono strumenti, tutte le fonti sonore sono sintetiche.
So che hai registrato per altri artisti anche musica disco ed elettronica non sperimentale. Ascolti qualcosa da dancefloor? Ti piace?
Difficilmente ascolto quel tipo di musica e se lo faccio guardo al passato. La dance è un genere vasto, ci sono cose che reputo molto ispirate o convincenti o intriganti o sorprendenti, mentre ci sono altri pezzi che sembrano generici o ritmicamente frustranti. Penso che sia come in tutta la musica: ci sono poche noccioline che mi dicono qualcosa e una grande fetta che non mi dice molto.
Trovo che la tua musica sia molto dark. Ti senti vicino al dubstep o all’industrial?
La musica e la cultura industrial sono state entrambe molto presenti nella mia gioventù. Ci sono molti dischi dei primi anni dell’industrial che ascolto abbastanza regolarmente ancor oggi, prima che si mescolasse con l’EBM e con i sequencer. Giudico la mia musica comica e intensa nel contempo. Metà del pubblico la percepisce come dark, per l’altra parte come divertente. Mi piace questa dicotomia.
Hai studiato musica a scuola, in modo formale, prima di comporre il tuo primo disco?
Ho imparato a suonare qualche strumento, ma non sono mai stato a scuola di musica, nel senso accademico del termine.
Cosa stai ascoltando negli ultimi mesi?
Sto ascoltando musica Samul nori, un genere di musica tradizionale per percussioni della Corea del sud.
Ho visto un video live dello scorso anno dal PAN ACT Festival presso il Goethe Insitut di Boston. In quell’occasione hai usato solo sampler e mixer. Non usi mai software per live electronics come MAX/MSP o Ableton Live per modificare il suono dal vivo con tecniche più sofisticate?
Non uso computer per comporre o suonare. Riesco comunque ad utilizzare sintesi dal vivo, è quasi il 60% di tutti i segnali con cui lavoro sul palco. Il resto è campionato perché sarebbe impossibile portare in giro tutte le macchine con cui lavoro, sono troppo vecchie o pesanti… o entrambe le cose. Quindi suono il campionatore, che considero un ottimo strumento di per se stesso. Nel video cui ti riferisci ci sono tre synth Nord Micro Modular (un sistema virtuale analogico) e un po’ di equipaggiamento per il sound processing.
Mi sembra che i tuoi suoni siano connessi in qualche modo al lavoro di Donato Dozzy. Lo conosci? Hai mai lavorato con lui?
Curiosa osservazione! Sì, ho lavorato con lui per qualche suo lavoro.
Piani per il futuro? Un secondo album (la Parte 2 dell’esordio)? O altri live in giro per il mondo?
Assolutamente entrambe le cose.

