What We’ve Lost #3: in bici sulla strada della perdizione

Per la terza puntata (e se non avete colto la citazione nel titolo andate prima a leggervi questa recensione del nostro Stefano Pifferi) di What We’ve Lost, rubrica dedicata a realtà musicali indipendenti e underground, torniamo in parte sul suolo italico dopo la parentesi austriaca dedicata a Interstellar Records nel capitolo precedente. Protagonista di oggi è infatti Old Bicycle Records, label italio-svizzera orgogliosamente indipendente e proprietaria di un catalogo ricco e trasversale per eterogeneità dei generi proposti, ulteriormente arricchito da una grande cura nei supporti fisici e negli artwork delle proprie uscite; analizzeremo di seguito tre diversi dischi di tre differenti artisti del roster dell’etichetta gestita da Vasco Viviani, regalandovi per ognuno un assaggio audio.

Deison & Uggeri, In the Other House (2015)

La collaborazione tra Cristiano Deison (da Udine) e Matteo Uggeri (milanese, attivo anche negli Sparkle in Grey di cui parleremo più avanti) è un disco sperimentale e molto denso, profondamente atmosferico e dal respiro decisamente cinematografico; un’ambient oscura ed onirica, dalle tinte fortemente lynchiane, sinistra e genuinamente inquietante, sottilmente disturbante senza mai farsi esplicitamente orrorifica. Field recordings e accenni di chitarra, droni e brevi inserti pianistici, subitanei archi dissonanti e brevi incursioni noise, pochi e vaghi accenni ritmici e tanta suspense, per un diario di imaginary soundtrack che racconta una casa abitata dai disperati spettri del vivere quotidiano articolando un concept suddiviso per stanze e dall’impatto immaginifico.

Silent Carnival, Silent Carnival (2014)

L’esordio della one man band di Marco Giambrone (già all’opera con Marlowe Nazarin) è una piccola meraviglia di primitiva oscurità e atmosfere apocalittiche, a cavallo tra sfumature da Italian Occult Psychedelia, apocalyptic folk di stampo Death in June, oscuri ritualismi da Swans, polverosi echi blues, elementi industrial, scorie darkwave e slow core. Registrato nella solitudine di una casa di campagna nell’entroterra siciliano, il disco sembra scavare calmo e inarrestabile nell’ancestrale oscurità della terra di cui è figlio, (ri)portando alla luce fermenti occulti e sotterranei, antichi miti greci e le sinistre ambiguità cantate da Pirandello. Un raccolta di incubi arcaici e dimenticati popolata da fantasmi e presagi catastrofici, e attraversata da un fascino tutto suo, angosciante e lacerato.

Controlled Bleeding & Sparkle in Grey, Perversions of the Aging Savant (split, 2015)

Split nettamente diviso in due differenti emisferi, il qui presente affida la prima metà agli statunitensi Controlled Bleeding, eclettica band con un’attitudine brillantemente schizofrenica imparentata con i Naked City di zorniana memoria. Garage Dub è un ossessivo nomen omen con esasperati virtuosismi chitarristici per protagonisti, che sfocia nella rilassata liquidità di Springtime in Brooklyn per poi esplodere negli oltre dieci minuti di puro noise al rumor bianco di Perks Pt. 1. Si approda invece in territori marcatamente prog e dal sapore tipicamente settantiano in Birdcanned PT. 1, prima di chiudere con un minuto di puro e spastico grindcore che prosegue il parallelo con l’indimenticata band di John Zorn in Birdcanned PT. 2. Netto è lo scarto nella seconda parte del disco, condotta dagli italiani Sparkle in Grey e costituita da una suite tetra-partita che si apre con un minimale giro di piano sorretto da archi malinconici e sofferti, per un connubio certamente non inedito ma di indubbia classe ed eleganza che funge da intro per il secondo movimento. Quest’ultimo è un riflessivo e struggente crescendo post-rock a cavallo tra l’attitudine dimessa ed eterea dei troppo spesso dimenticati Bark Psychosis e la maestria di moderne formazioni neo-classiche come i texani Balmorhea, adombrato nella terza sezione da minacciosi droni che si fanno sempre più vicini, fino a saturare il tutto in un sentore post-apocalittico che si dissolve gradualmente, per ri-lasciare posto al delicato fraseggio di piano che aveva anticipato il tutto, arricchito da beats elettronici nella parte conclusiva. Un disco tanto valido quanto profondo, che necessita sicuramente di numerosi ascolti prima di essere compreso appieno, ma che saprà sicuramente ripagare in proporzione all’attenzione che gli sarà dedicata.

17 agosto 2015
17 agosto 2015
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