Balam Acab

Balam Acab è il progetto solista dello statunitense Alec Koone, bedroom musician emerso dalle maglie della rete dopo anni di registrazioni noise e drone à la Robedoor e Pocahaunted e successivamente alt hip hop /wonky con il progetto Etherea. Entrato nell’orbita di Tri Angle fin dalla fine degli anni Zero, Koone pubblica presso la label di Robin Carolan il primo lavoro See Birds, EP che diventa da subito oggetto di culto per la piccola grande svolta operata dal suo autore: il pastiche wave-gotico-synth-new-age-esoterico dei Salem, band feticcio del giro witch house, si risolve qui in un laboratorio d’incanti ambient, folk pastorale e sognanti pop song, un qualcosa che ha già i contorni del magico e sospeso nel tempo, qualcosa di caldo e avvolgente che deve molto più allo shoegaze e al dream pop dei primi 90s, che all’estetica hauntologica più oscura dei vari White Ring, Mater Suspiria Vision, oOoOO e derive minimal synth based.

È pur sempre musica del ricordo ottenuta manipolando digitalmente sorgenti sonore, eterodossa, dai confini volutamente sfumati/sminuzzati, alla ricerca di un’arcadia pre-sessuale proprio come tanta IDM post-Summer Of Love di vent’anni prima o tanta musica degli Animal Collective. Eppure è qualcosa che nella sua ricca stratificazione di texture concrete e vocali trova la più diretta delle vie all’immediatezza, tanto che il sound che questo ragazzo della Pennsylvania sta apparecchiando (distinguendosi da tutta una serie di fan del sampling r’n’b – vedi Aaliyah e co., da Zomby in poi) anticiperà, al di qua come al di là dell’Atlantico, alcune centrali intersezioni tra certo pop e certa elettronica a venire (Purity Ring e Ryan Hemsworth su tutti).

«Quando metti assieme texture di differenti field recording in un loop è come se creassi una sorta di mostro a tuo piacimento», racconta il Nostro in un’intervista concessa a Fact nel 2010, e di fatto, l’approccio di Koone è da subito riconoscibile, caratterizzato da un’impronta organica e acquatica, scevra da incubi e violenza, vicina all’estetica “post-dubstep” di Mount Kimbie quanto ai ricordi scialacquati di Ducktails, con il solito Burial a fornire spunti soprattutto per l’uso dello spazio sonico e la tipologia dei campionamenti (screzi di vinili, echi, polveri di soul music chiesastica, ecc…), i Future Sound Of London a suggerire un’idea di viaggio etnico e adventure game (old poly naturalmente) e, non ultimo, il beatmaking di gente hip hop come Clams Casino e AraabMuzik ad aggiungere – ma solo quando serve – un ciondolante andamento ritmico.

Non è un caso che nel My Space del musicista campeggiasse all’epoca la scritta “No witches in this house!” : quella di Balam Acab è, infatti, una musica che nell’esordio lungo Wander / Wonder (2011) matura in una saga di zuccheroso pop diluita ad arte e, alla bisogna, contrappuntata da caldi rintocchi di (sub)bassi, trap chiarificata, ricordi della compianta Aaliyah e inevitabili rimandi alla soundtrack di Twin Peaks badalamentiana. Un classico leitmotiv della witch house del resto, che in una traccia come Await mima consapevolmente il classico tema del telefilm. Non ultimo Koone coltiva anche un interessante lato pastorale che è quasi un richiamo alle sonorità di certa folktronica di 10 anni prima, aspetto che in brani come Oh, Why trova un ottimo viatico tra antichi inni, gospel, la più classica delle ninnananne e delle ballad stellestrisce.

Balam Acab s’imbarcherà in un tour in supporto alle citate pubblicazioni su Tri Angle, con i live ad esplorare una dimensione più suonata e concentrata sull’esecuzione vocale. Per l’occasione il musicista chiama a sé un’ospite femminile ad aggiungere alle performance un tocco più suonato «tangibile e umano», come lui stesso ha affermato. La mossa è tutt’altro che strana: similmente ad altri progetti elettronici 2.0 come Neon Indian e Washed Out, anche per Balam Acab la dimensione live si basa su un concetto più tradizionale di (indie)band, tanto più che Koone studia all’Università per diventare insegnate di musica. Finito il tour seguono alcune date sparse in Europa (ed anche in Italia) e per lui la corsa progressivamente rallenta, mentre i sotto-generi della witch house continuano a moltiplicarsi. Il nuovo nome da spendere è quello del mancuniano Holy Other, che con Held continua nel solco da lui tracciato, intrecciando la sua produzione con la nuova ondata di produzioni nell’orbita di James Blake che nel frattempo ha preso il volo, per non parlare del successo dell’evoluzione pop dei Purity Ring. Nel 2013, accreditati nel progetto, troviamo tre autoproduzioni carbonare, nel 2014 un’altra uscita altrettanto oscura a nome  -_-_-_, poi il silenzio e la riemersione due anni più tardi. Lo ritroviamo nel 2015 tra i numerosi crediti dell’album di Le1f, Riot Boi, dove produce Rage, e quasi alla fine dell’anno esce via Bandcamp un nuovo lavoro pubblicato il 17 dicembre, quasi come se il musicista non volesse farsi troppo notare.

Il disco s’intitola Child Death e, pur mantenendo una forte matrice pastorale ed acquatica, e la tipica produzione semi-lo-fi del Nostro, segna una decisa svolta in senso indietronico, sia sul lato degli arrangiamenti, sia su quello canoro. In particolare, l’album introduce chitarre, synth e drum machine suonate con un tocco assimilabile al lato goth-wave di lungo corso della 4AD (Glory Sickness ) e grazie a ospiti come Morgan Laubach, Kylyn Swann, Liz Yordy e Josie Hendry, anche gli interventi sulle voci evolvono in soluzioni al solito eteree, ma più risolte nel formato canzone. Di fatto, le nuove composizioni di Koone, anche nelle evoluzioni più elettroniche (Underwater Forever), entrano a pieno titolo nella tradizione del dream pop e, a partire da Do Death, prima traccia incisa senza il coinvolgimento di alcun sample, aprono una nuova fase nella carriera di Koone fatta di eteree canzoni a bassissimo tasso di campionamenti, arrangiamenti da one man band, e lo stesso musicista a contribuire al canto (la voce è pitchata sulle note alte, ma tant’è). La svolta del progetto Balam Acab è paragonabile a quella di un Ryan Hemsworth che già nel 2014, con Alone For The First Time, si spostò su territori indietronici chiamando in causa paragoni con Postal Service e DNTEL, o di un Jam City che l’anno successivo, con Dream A Garden, è ritornato dalle parti del glo-fi riprendendo in mano la tradizione dei Cocteau Twins. Rispetto all’esordio, la nuova prova sembra l’inizio di una nuova fase, più che qualcosa di davvero speciale, tuttavia la tracklist, sospesa tra il sulfureo e il floreale, conserva un senso d’incanto e distanza, proprio come la migliore produzione di Balam Acab.

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