FaltyDL (US)

Biografia

Attivo dal 2007, FaltyDL, ovvero il newyorchese Drew Cyrus Lustman, è da sempre innamorato dalla musica elettronica britannica. Lungo la sua carriera è passato dal drilling jungle di Beat Lumber all’ambient filmica di In The Wild sperimentando nel mezzo tutto ciò che il continuum hardcore poteva offrire, UK garage in primis. La sua cifra stilistica si completa, e si bilancia, grazie all’amore per l’house della sua città (e di Chicago) e a colorati smalti synthdelici, fragranze jazz e diffusi profumi soul e lounge.

Su UNFUN, un’etichetta di Berkley, Lustman pubblica nel 2007, sulla media distanza, Beat Lumber, un omaggio alla jungle celebrale di Venetian Snares. Seguendo quell’approccio febbrile, ma scientifico, promulgato da Planet Mu fin dalla fine degli anni ’90, il disco oscilla tra eccessi poliritmici e distese ambient, aperture filmiche e sci-fi idm. Già sono evidenti i segni distintivi del producer: un’elettronica colorata, beffarda, eccentricamente infantile e casual-jazz. Sempre di quell’anno Rapidly Harvested Asparagus, su Napalm Enema (a cui seguirà il remix ep FaltyDL’s Asparagus Harvesters) e Callipygian Female Flattery, su fizx-recordings, entrambe etichette canadesi. Due anni più tardi, nel 2009, FaltyDL si reinventa. Pubblica sulla britannica Ramp Recordings gli EP To London e Party cimentandosi in un terreno future garage che per trattamenti vocali e soluzioni non è lontano né da Burial né da Zomby e la Werk Disc. La vena sperimentale e ambient (Alpafun) non viene abbandonata ma è un personale accento (space)jazz che guarda anche un’idm di lungo corso, il tratto distintivo di queste produzioni. Il percorso viene successivamente approfondito dopo l’accasamento presso Planet Mu, famiglia che conosce molto bene i confini tra jazz e idm. Esce prima un fosco EP, Bravery, dove vengono introdotte una serie di fascinazioni rave, e successivamente un album lungo, Love Is A Liability, più solido su binari 2 step, che riceve ampi riscontri presso la critica specializzata. Su queste pagine parlavamo di una tracklist impeccabile «colorata, stratificata, molto elegante e housey, con qualche incursione nelle oscurità dei club britannici… …un coinvolgente acquario di richiami ’92… generosi incastri ritmici, lustrini e groove». Nel 2010, quattro EP – Phreqaflex e Endeavour su Planet Mu, All In The Place e lo split con Cosmin TRG su Rush Hour Direct Current, l’altro split con eLan su 50 Weapons – proseguono lungo le cordinate del debutto generalmente per vie di rilassata balearicità. L’anno successivo un secondo album, You Stand Uncertain, introduce smalti marittimi e floreali su tappeti di rilassata ambient – 2step – house impreziosita, in tre brani, dalla presenza al canto di Anneka e Lily McKenzie e da vari rimandi/campionamenti, dalla Pacific State degli 808 State al primo A Guy Called Gerald. Sempre del 2011 almeno quattro EP su altrettante label: Atlantis, che inizia la collaborazione con Ninja Tune, Mean Streets Part One sulla Swamp 81 di Loefah, Hip Love su Ramp Recordings, e Make It Difficult su All City Records. A queste pubblicazioni seguono altri EP l’anno successivo – Straight & Arrow, Hardcourage, e la seconda parte di Mean Streets – preparativi alla nuova prova sulla lunga distanza. Il 2013 è l’anno di Hardcourage, l’album più house – seppur prevalentemente per battute spezzate – mai fatto da Lustman, il cui stile si allontana dal revivalismo rave e dal future garage per approntare un disco organico, dalle strutture più lineari e dall’approccio, se vogliamo, anche “suonato” e vicino alle ultime produzioni di Caribou e Four Tet. «Le esplorazioni, per quanto ardite e ricercate, risultano solo un gimmick, giocato per fare scalpore, piuttosto che per proporre un progetto significativo», afferma Antonio Cuccu in sede di recensione.

L’anno successivo, dopo due 12” pubblicati su Swamp81 e Ninja Tune (Power e Danger), FaltyDl torna con un album di segno opposto rispetto ad Hardcourage caratterizzato da un inedito ed affascinante viaggio filmico/ambientale che lo porta molto lontano dalla musica fatta finora ma anche altrettanto vicino a ciò che ha sempre cercato di esprimere. Con In The Wild, affermiamo in sede di recensione, Lustman esce dalla pista da ballo affondando le mani e il cuore in una indie-folktronica a 360 gradi tra l’intimismo pastorale di Kim Hiorthøy, la danza contemporanea (New Heaven), il tribalismo psych à la Robert Rich e Steve Roach, esotiche orchestrazioni ed altro ancora. Il disco, che prende le fila da una una iniziale commissione del regista Terrence Malick, che aveva chiesto al producer alcuni minuti di sound design fornendogli anche una corposa libreria di campionamenti, si sviluppa su una ricca tavolozza sonica, ed esprime l’approccio più libero, ambizioso ed eclettico del suo autore, modalità che ritroviamo anche nel successivo Heaven Is For Quitters le cui session iniziano immediatamente dopo la chiusura del disco. Nel mezzo, Drew infila un disco autografo (Drew Lustman) più diretto e figlio dei suoi dj set, composto alle prime luci del giorno che, fin dall’opener track – Watch A Man Die – intende ritornare agli amati continuum elettronici britannici tra jungle (la citata Watch A Man Die), hardcore (Time Machine), sporadiche casse dritte, broken beat ed exotica varia (Angel Flesh, Onyx con il feat di Le1f), tutti ingredienti già incontrati nella sua discografia, inscatolati però in brevi bozzetti dalle seppiate hauntologie, inframezzati da alcune sofisticate rullate della prima drum’n’bass. E’ uno sfogo salutare perché il suo prossimo capitolo discografico si pone la difficile sfida di raccontare e raccontarsi attraverso una sorta di seduta psicanalitica, ammettere un consumo di droghe di lungo corso, sperimentare un viaggio à la Jay McInerney che più direttamente parla di emozione e contesti urbani. Fin dalla scelta del titolo – Heaven Is For Quitters – che del lead single – Drugs appunto – è detto fin dall’inizio, tra le righe, che è giunto il momento di tirare delle somme e per farlo Drew sceglie la via di un trip hop contemporaneo, tra siliconate serpentine trap e sognante/esistenzialista soul/r’n’b, ma sopratutto sperimenta una palette sonica strumentale che sa ricongiungersi agli esperimenti visivi della prova precedente concedendosi parentesi anche nel pop tout court (la ballad con Hannah Cohen Infinite Sustain). E’ l’ennesimo buon lavoro che non volta completamente le spalle ai vecchi amori (l’House è ancora presente in Bridge Spot) ma che per la prima volta parla apertamente una lingua sensibile. Non a caso l’ultima, valida, produzione di Mu-Ziq, tra 80s, 8 Bit, soffice esotismo e ricordi d’infanzia, ritorna nel brano Frigid Air, dove il boss di Planet Mu è appunto featurer alle tastiere. Heaven Is For Quitters è un disco che racconta per immagini dove non vengono trascurati nemmeno le cangianti incursioni nell’Hi Tech (Neeloon (First Kiss), Beasts Of Heaven) o parentesi sintetiche 70/80 à la Survive (Flashy Compromise), in cui il producer newyorchese è riuscito a quadrare ancora una volta una produzione attenta ed ispirata.

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