Ibeyi
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Marco M. Boscolo
- 27 Agosto 2014
The World at our Feet
R’n’b minimale, gli studi di musica classica, la curiosità per mescolare elettronica e una tradizione secolare che unisca i due lati dell’Atlantico (dalla Nigeria a Cuba), la sfacciataggine della giovane età, due volti perfetti per una campagna pubblicitaria sui wallpaper di mezzo mondo. Le Ibeyi sono per loro stessa natura espressione del melting pot culturale, figlie della globalizzazione digitale ma con solide radici musicali nella storia di tre continenti, fresche apparentemente solo per la loro naivete, concrete musiciste che sanno coniugare gospel, pop anni Dieci del nuovo millennio, musiche liquide e ubique che uniscono Parigi a New York, Lagos e L’Avana, come pure Roma, Tunisi e Johannesburg.
“Ibeyi” significa “gemelle” in Yoruba, la lingua che gli schiavi dell’Africa Occidentale si sono portati nei Caraibi e che si è diffusa tra i neri di Cuba. Cubano è anche il cajon, principale percussione suonata nelle vie delle città dell’isola caraibica da dove viene il padre, lo scomparso Miguel ‘Angá’ Díaz, virtuoso cubano delle congas in forze ai Buena Vista Social Club. L’altra metà della storia è la madre Maya Dagnino, cantante e musicista francese di origine venezuelana, che sceglie Parigi come casa per quel che resta della famiglia. Lisa-Kaindé e Naomi cominciano a suonare (così dichiarano) solo dopo la scomparsa del padre avvenuta nel 2006. Nel frattempo, la casa è stabilita a Parigi e le lezioni di musica comprendono pianoforte classico per Lisa-Kaindé e percussioni classiche per Naomi.
The man is gone
And mama says
That she can’t live without him
L’esordio con la sigla sociale Ibeyi è dell’inizio del 2015 via XL Recordings. Un disco, come scrivevamo in sede di recensione, in cui “passato e presente convivono sulla lunga distanza, come avevano già mostrato i singoli Mama Says (il dolore di una donna che perde il marito, il padre delle Diaz), River (un blues/gospel che unisce le due sponde dell’Atlantico) e Oya (un’elegia multilingue sugli elementi naturali)”: canzoni che, nelle stesse intenzioni delle autrici, sono gospel, nel senso di preghiera. Musicalmente, le due gemelle hanno un’inclinazione naturale per un originale pastiche di soul, r’n’b, folk delle origini e blues declinato senza difficoltà da un uso fluido dell’elettronica. Ma il perno centrale rimane la cultura Yoruba: “siamo cresciute nella cultura Yoruba, fa parte di noi”, come ci hanno raccontato nella lunga intervista in occasione dell’uscita del disco.

Il disco è preceduto da un EP, Oya, che contiene la canzone omonima e un altro singolo, River, entrambi brani che saranno tra le colonne portanti del disco lungo. Già inserite nel giro indie che conta, con date live annunciate un po’ ovunque, ancor prima che il disco esca definitivamente sul mercato sembrano aver già varcato la linea, sempre più sottile, che separa indie e mainstream.
Whatever happens, whatever happened
We are deathless
La fine di settembre 2017 è anche l’ora per il secondo, atteso disco, dopo la benedizione indiretta di Beyoncé, che le ha volute nel short movie di promozione di Lemonade. Se Ibeyi, fin dal titolo, era risultato un disco personale, che raccontava la storia delle due gemelle, Ash è invece “un affare pubblico, con aspirazioni di universalità”. Più prodotto e curato del precedente, con una buona sfilza di ospiti di lusso (Kamasi Washington, Meshell Ndegeocello, la rapper spagnola Mala Rodriguez e Chilly Gonzalez), il secondo disco mette da parte la lingua yoruba, acquista lo spagnolo (segno di una voglia di aprirsi commercialmente anche ad altri mercati?), ma non perde l’equilibrio tra passato e presente, tra digitale e analogico che aveva contraddistinto l’esordio. Come notavamo in sede di recensione, “le sorelle Diaz si aggrappano sempre al loro r’n’b minimale, al pianoforte e al cajon che reggono praticamente tutte le sezioni armoniche e ritmiche principali, ma si aprono anche a una sperimentazione che non era del tutto prevedibile due anni fa”. Ecco quindi pastiche musicali con brani sonori campionati, il rap, le incursioni in territori ambient/soundtrack. Un disco non perfetto, ma di grande efficacia, che testimonia il talento delle due Diaz.
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