Dabrye

Biografia

You Know The Formula

Un sacco di miei amici durante l’adolescenza erano skaters. Io stesso andavo un sacco con lo skate. Ed è stato questo giro di frequentazioni ad abituarmi all’ascolto di differenti tipi di musica. In quei giorni, nell’area metropolitana di Detroit sentivamo di tutto, dal metal all’hip hop e tutto ciò che tirava a metà Novanta. Non ultimo, un sacco di gente andava ai party al Packard Plant [un vecchio stabilimento automobilistico, ndSA.] e ai rave. Ed è lì che ho conosciuto e mi sono innamorato di gente come Richie Hawtin, Jeff Mills, Robert Hood, Claude Young e Daniel Bell (Tadd Mullinix, RedBull Academy lecture, 2007)

Negli anni a cavallo tra 90s e 00s tra i fasti di Timbaland e Missy Elliott, l’ascesa inarrestabile di Eminem e Neptunes e il tour d’addio degli A Tribe Called Quest è successo un po’ di tutto. Ci si domanda ancora cosa mai avrebbe potuto venir fuori dai Surrounded by Idiots, ma più concretamente parliamo dell’epoca in cui Missy chiedeva la bellezza di 100.000 dollari a pezzo, The Miseducation of Lauryn Hill sbancava i bianchissimi Grammy e le charts venivano invase da uno tsunami di futuristico r’n’b. Si parlava di neo soul e di Erykah Badu, non ci si accapigliava ancora per la trap ma il southern hip hop si era imposto come rilassato terzo polo in quella che allora formava una triade con le due coste americane. Allo stesso tempo l’underground allargato del genere, oltre a venir sedotto dall’introspezione e dalla melodia, veniva a sua volta travolto da qualcosa di altrettanto potente, sfaccettato, impossibile da ricondurre all’unità, ancor più eccitante e decisivo. Da una parte l’ondata glitch con il suo esercito di cloni e la criticata succursale glitch hop a scuotere la gabbia dall’esterno a livello produttivo (almeno fino a quando l’hardware-mania non si riprenderà indietro tutto), dall’altra la pacata e “bianca” rivoluzione dei Clouddead (in UK The Streets, da noi gli Amari), i rapper con il backpack, con ancora tanta elettronica in corpo ma ancor di più melodia. E ancora, e a lato, lungo i bordi, tutto attorno, la loggia nera di EL-P, la Def Jux e il suo agguerrito seguito a spingere a tavoletta su sperimentazione e distopie (Cannibal Ox, Vast Aire e co.) e, più di tutti, a schiacciare il sandwich sui fondamentali black, lato funk e lato soul, quelle due colonne d’ercole che rispondono ai nomi di Madlib e Dilla, crate digging e retromania (prima di ogni definizione in questo senso), a osservare il passato per trovare nuove eccitanti e spericolate direzioni future senza perdersi nei chilometrici corridoi delle possibilità offerti da negozi di dischi come Records, a Sacramento, il preferito dal più ossessionato di tutti, Dj Shadow.

Dilla, in particolare, è il personaggio centrale di questa storia: il producer defilato con la Akai Mpc dalla metà dei 90s cambia il corso e le fortune di alcuni musicisti overground attraverso i collettivi post-ATCQ Ummah e Soulquarians (un esempio su tutti, Runnin dei Pharcyde nel ’95, e per i remix, Got Til Is Gone di Janet Jackson), mentre nel frattempo prepara per i posteri le fondamenta di un centrifugato circuiti&anima che darà la stura a tutto un giro di etichette, locali e produttori che detteranno legge nel decennio successivo. Se Madlib, con i suoi mille progetti e alias, è lo Zappa di turno, la miscela di electro-soulful music a cui si dedicherà per tutta la vita il mai troppo osannato producer detroitiano, è l’equivalente del viscerale blues di Captain Beefheart. Stessa fissa. Stessa ossessione. Stesso premere ai quattro lati della stanza. Fly Lo e la sua Brainfeeder, il giro del Low End Theory (il club che prende il suo nome dall’album degli A Tribe Called Quest), il cosiddetto wonky e altro ancora, sono tutti figli suoi come il suo producing, imperfetto, macchinico eppure così umano, risulterà fondamentale fin dalle sue componenti basali, urbane, super funky, ancor di più gentle. È materia pulsante che respira il suono di una città, Detroit, che ha dietro una grande tradizione di jazz’n’soul, e questo molto prima che la techno la rivolti come un calzino cambiandone nel profondo il DNA musicale. E come la Motor City, anche la musica di Dilla, dietro alla circuiteria, alle macchine e al loro white noise di sottofondo, ha un’anima dannatamente jazz, preferibilmente pre-fusion e pre ’73, per citare qualcuno di cui vi diremo, musica dell’anima che riavvolge il nastro prima nella direzione spirituale di John e poi sull’oriente di Alice (Coltrane).

Addentrandoci nella fitta giungla del sampling, almeno all’interno di uno specifico arco sonico temporale, sono i loro i dischi più saccheggiati, e non c’è sorpresa in questo. Senza dimenticare che il FlyLo che si farà un nome qualche anno più tardi (e a lui pagherà doverosamente pegno) è proprio il pronipote della compianta pianista jazz. Come dire, corsi e ricorsi di una storia dai contorni multi sfaccettati, afrofuturisti e molto altro ancora.

Spiritual jazz

«Jay Dee ha ridefinito il beatmaking. Difficile definirlo in qualunque modo. Aveva quest’orecchio sopraffino. Come la modulazione metrica, manipolava gli elementi ritmici per conferir loro maggiore calore, quel poco di imperfezione. Ho imparato molto dall’ascolto dei suoi dischi. Era solito frequentare l’Encore [un negozio di Ann Harbor]. Comprava questi assurdi dischi di prog rock tedesco, canti marinareschi femministi, folk music e ci trovava [da campionare] cose fantastiche. Senti quella roba in un disco e pensi “Non c’è nessun altro avrebbe anche soltanto pensato di integrarla nell’hip hop”. È ovvio che l’hip hop è stato influenzato dai Kraftwerk e credo che lui abbia portato questo concetto oltre, al livello successivo» (Mullinix intervistato da WIRE #270)

Negli anni in cui il boom bap inizia a diventare materia filologica per nerd, e la meccanica dell’electro seduce i club internazionali, il misticismo jazz rivive nei solchi ma soprattutto viene allungato e manipolato nei campioni di una nuova generazione di producer dalle estrazioni sociali e dislocazioni geografiche più disparate. All’epoca, Four Tet, appena smessi i panni del post-rocker, in questo mare di suono c’è dentro fino al collo e con sua grossa sorpresa Dilla in persona (a un prezzo del tutto ragionevole, secondo quanto tramandato dai posteri) mette le mani sulla sua As Serious As Your Life infilandoci, oltre alla produzione, anche alcune rime divise con il suo rapper preferito, Guilty Simpson, del giro Stones Throw. Ascoltando il flow, pure il titolo di quella canzone, che era poi una citazione di un libro di Valerie Wilmer, rientra nella dialettica tra i due.

Il pezzo spacca, il remix ancora di più, e tre anni dopo il Marshall Mathers LP i tempi sono maturi per un hip hop molto diverso da quello di Em, e decisamente in linea con quello tracciato nel frattempo da Madlib e Dilla, un grandangolo hauntologico che guarda indietro proiettandosi in avanti, riscoprendo l’elettronica e dimenticando il machismo, la strada e le gang, introducendo dunque un nuovo terreno in cui rapper bianchi e neri possano comparire negli stessi dischi senza virtuosismi e testosterone (ma senz’altro con una buona dose di THC in corpo). Uno spazio sonico a cui possano (con severa selezione all’ingresso) accedere anche coloro che sono cresciuti a pane, skate e rave, gente rimasta folgorata dai dj set di Jeff Mills e dalla minimal di Robert Hood e DBX, bianchi che hanno trovato naturale il rewind sulla body music e il newbeat, ragazzi degli 80s come Tadd Mullinix che hanno trascorso l’adolescenza sulle VHS e i fumetti, sfogliando i Marvel Comic e divorando cult movie come Blade Runner, Dune e Star Wars, finendo anche su cose più particolari come la filmografia di Dario Argento, con Goblin e mitologiche soundtrack synth-analogiche, gialli e horror italiano al seguito.

«A Detroit una traccia che è sempre andata è Frequency 7 dei Visage. E quella sarà sempre una traccia di Detroit, non importa da dove venga veramente» (Mullinix)

Osservando le cose da altri due punti di vista contemporaneamente: sono gli anni in cui il rap si apre al confessionale con storie di abusi e violenze domestiche, come quelle raccontate da Eminem e The Streets, narrazioni che s’inseriscono in un inizio millennio in cui una giovane generazione di beatmaker cresciuta nelle periferie non si accontenta più di comporre unicamente instrumentals o tentativi di emulazione di Endtroducing…, che è poi il disco totemico quando si tratta di crate digging e di vecchi e impossibili vinili da recuperare e a cui ridare (eterna) vita. Giusto a inizio 00s, uno di loro, Scott Herren, abbandonava il suo progetto abstract glitch Delarosa & Asora per trasformarlo in qualcosa che includesse corposi ritmi hip hop con una missione sottesa: riportare, come qualcuno di cui sopra, i groove e i sapori jazz nell’hip hop ripensando ai primi 90s (anche al lavoro di Ishmael Butler, ora noto nel duo Shabazz Palaces), rivivendoli con in mente il ventennio antecedente in cui il jazz faceva grandi passi in avanti grazie alla contaminazione con altre grosse correnti del periodo come il rock, la psichedelia e le musiche orientali.

Nasce dunque Prefuse 73 e non solo: nasce anche un’etichetta, Eastern Developments, in cui far militare talenti affini, un catalogo che risulterà strategico per uno che ha studiato jazz fin da piccolo, Daedalus, e prima di lui per il misconosciuto Dabrye, alias di un ragazzo nato alla fine dei 70s che di nome fa Tadd Mullinix e all’epoca non porta né la cintura “Jack” né l’orologio coordinato in ottone con i quali si è fatto fotografare sulle colonne di Wire nel 2006. Prima di venir battezzato da Sam Valenti come “the soul of Ghostly International”, Tadd è un normale bianco d’America come in quegli stessi anni poteva essere un coetaneo e altrettanto sconosciuto Diplo. È un tipo noto a livello locale come dj techno, forse di più come commesso del negozio di dischi Dubplate Pressure di proprietà di Todd Osborn, e ricondotto da alcuni iniziati alla metà (nome in codice: Sk-1) di un progetto di puro revanscismo ragga-jungle messo in piedi proprio con lui (con l’alias Soundmurderer).

Le strade di Mullinix e Diplo non si incroceranno mai in questa storia né (almeno per quel che ne sappiamo) nella realtà, eppure le loro carriere, così complementari e antitetiche, con il primo che diventerà una leggenda per iniziati e il secondo a spiccare il volo come uno dei dj e producer più richiesti e famosi degli anni ’10, sono interessanti da scomporre a livello di influenze comuni. Precoci esposizioni all’electro e alla booty (come alla ghetto) house, come per il downtempo, il trip hop e certa folktronica, rappresenteranno mattoncini fondanti per entrambi, e chissà che il periodo trascorso dalla famiglia del primo nello stato dove è cresciuto il secondo – la Florida – qualcosa abbia prodotto in termini di fascinazione e predisposizione mentale. È stato un breve periodo quello per Tadd, dopodiché la Mullinix family prende fissa dimora nella Metro area di Detroit, un posto tranquillo a due passi dall’Università, a una quarantina di minuti di macchina dalla deragliata downtown con la quale ha da spartire ben poco in termini di degrado e abbandono.

Producing

Tornando a Herren, già Prefuse, e Mullinix ora Dabrye, i due, entrambi bianchi (come poi lo sono i membri dei Clouddead, ma non proprio amici) ed entrambi reduci da una sbornia di suoni astratti e glitchy che nel frattempo aveva invaso il mercato indipendente, stanno escogitando qualcosa che si distingua da Push Button Objects e da quel manipolo di pallidoni in camice bianco che in Europa fanno glitch hop. A dirla tutta, a Tadd specialmente, anche solo l’etichetta fa schifo. Per lui questa è musica da cui è stato succhiato via tutto il sesso, priva di quel fondamentale feeling che stava cercando di infondere nelle sue produzioni. Entrambi puntano a qualcosa che immerga l’ascoltatore nei groove dell’house e del jazz, smarcando dunque il mix dalle estetiche del ricordo dei Boards Of Canada verso qualcosa che peschi a piene mani dai cesti della production music, stando alla larga da derive eccessivamente vintagiste e dal solito, tentacolare, Shadow. Herren ripensando ad Alice Coltrane, si concentra su Prefuse 73 e finisce per dare all’intingolo un sapore inevitabilmente psichedelico; Mullinix, che per un bel po’ è costantemente confuso con le sue cose, non se lo nega, ma con un trascorso techno e jungle alle spalle è inevitabilmente più scientifico nel bilanciare groove e pulsazioni ritmiche, suture post-industrial e texture aliene. Un’alchimia che lo renderà leggendario.

Del resto, per sé ha già pianificato una coerente carriera sulla falsariga di Aphex Twin, Luke Vibert e di altri grandi producer dei 90s di cui è fan: una manciata di alias con i quali procedere in parallelo, ognuno indipendente e funzionale a un genere, ognuno con la pretesa di essere altro da sé (e quindi non la stessa persona). Così a nome James T Cotton, sette anni dopo aver iniziato a fare il dj nella suburbia detroitiana, Mullinix dal 2003 parte a sfornare house e soprattutto techno e acid sulla succursale Ghostly Spectral Sound diventandone icona accanto ad altri già noti personaggi cittadini come Audion, ovvero Matthew Dear, colui che di fatto taglia il nastro alla label di Sam Valenti con il noto 12” split del 1999 Hands Up For Detroit. E negli stessi anni del boom electro(clash), ovvero in pieno periodo Dj Hell, Fischerspooner, Gigolo e co., ecco che l’alias Charles Mainer fa un timido ingresso discografico bazzicando pulsazioni dark erotiche tra ebm, Liaisons Dangereuses e D.A.F., così come la (breve) produzione autografa, sempre sulla falsariga abstract&glitch di Delarosa And Asora, s’incanala sui binari della idm e dell’ambient, sempre sull’etichetta-famiglia allargata che è la Ghostly.

«Non conosco molti junglisti che sono in fissa per l’EBM. Rispetto chi si dedica ad anche un solo genere, non penso che sia un limite per un ascoltatore non esser dentro a tante differenti cose» (Tadd Mullinix, RedBull Academy lecture, 2007)

Non ultimo, la sopracitata produzione jungle accanto a Osborn è tutt’altro che ferma, e per chi ancora non conoscesse il ruolo di quest’ultimo in questa storia, beh Osborn, che con la E finale è un altro noto (ai cultori) producer techno del giro Spectral Sound, è il primo mentore (nonché datore di lavoro) di Mullinix, il proprietario di una label (Rewind!) e di un selezionatissimo negozio di dischi, il Dubplate Pressure di Ann Arbor, in cui si importano dischi ragga jungle e Rephlex, ma si vende anche un sacco di underground hip hop. Inutile dire che è proprio da queste parti, in questa seconda casa, dove avvengono gli scambi di idee, i confronti, le dritte. Todd, assieme all’amico Rodger Devine, che introduce Mullinix ai software per fare musica tra cui l’AST (uno spartano music tracker che è anche un sofisticato sequencer che gira su ms-dos) sono le uniche persone che il tentacolare producer rispetta e di cui ascolta i consigli. E sempre Todd è il personaggio chiave che gli fa conoscere gli Slum Village. Mutatis mutandis tutti questi progetti hanno un’ideologia comune ai tre, un forte senso del recupero prima e dello sviluppo delle rispettive missive poi, musica che si ricollega a doppia mandata con l’inheritage, ovvero una precisa cultura del ballo e della tradizione legata alla produzione di quella musica, con le sue macchine e quella modalità di metterci letteralmente le mani sopra.

«Robert Hood usava spesso questo stratagemma, un interessante sequencing in cui piazzava una linea di synth con minime modulazioni di frequenza, e questa era di sette battute al posto delle otto canoniche. Faceva queste cose qui mettendoci degli spettrali arpeggiatori»
(Tadd Mullinix, RedBull Academy lecture, 2007)

Con Dabrye cambia la culture di riferimento ma non la mentalità, eppure fin da subito si tratta del più avvincente e sincretico degli alias fin qui proposti, oltre che quello più accessibile. Ed è proprio a partire da questi solchi che le cose si fanno eccitanti, anche perché senza girarci troppo attorno, i 90s sono passati, ed è verso questo tipo di sound che si dirigono le energie dei forward thinker di allora, con Dilla ancor più di Madlib a rappresentare per tutta la tribù, e per Mullinix sopratutto, tante cose assieme, un trampolino di lancio, un autentico mito, un esempio di producer con la mente sintonizzata sul “next level”, e non soltanto sul mero recupero. Partendo da queste premesse, il marchio Dabrye si emancipa dai modelli e matura una cifra stilistica talmente potente che la sua multistratificata proposta a base di “hip hop liquido”, rigorosa e assolutamente artigianale, finirà, altezza 2006, additata da molti, tra cui il sopracitato Wire, come «the most innovative electronica». Miracolo sì, ma soprattutto un gran lavoro di sintesi e di apprendimento.

The soul of Ghostly International

Con quel beat a ripetersi mai uguale a se stesso, Hyped-Up Plus Tax, estratto dall’esordio discografico, One / Three, detta un piccolo standard nella produzione di Mullinix sotto Dabrye. Il pezzo diventa noto anche tra chi non sa (e non saprà mai) nulla di lui, dato che farà da soundtrack per uno spot della Motorola ma, in verità, è con Instrmntl, pubblicato sulla label dell’apolide Scott Herren (allora di stanza a Barcellona), che il nome del producer inizia a circolare. L’album attacca con un pezzo – Intrdctn – che ruba un campione a un vintagista e non ben precisato brano r’n’b con archi e tutto il resto. Son pochi secondi in loop prima dell’inciampo, poi attacca il mix vero e proprio: drumming compatto di batteria che pare microfonata dal vivo (è campionata), hi hat frizionati sopra una marmellata di colorati loop di sitar, un’eleganza jazz fatta di note al basso e felpati contrappunti funky affidati a una morbida pianola. È l’apertura di un disco di un cazzuto bedroom producer che ragiona su electro-groove robotici mai troppo puntuti (roba dalla quale Dam Funk prenderà a piene mani) e che ricordano da vicino gli esperimenti che Dilla aveva applicato a uno dei suoi brani culto, B.B.E. pubblicato giusto l’anno precedente (nota: le lettere stanno Big Booty Express, risposta alla Trans Europe Express dei Kraftwerk, il frammento campionato nel caso del compianto producer era di Moroder). E se c’è persino chi per questo disco farà all’epoca collegamenti con il momento wooble dell’half step britannico – il pezzo di riferimento è No Child Of God – in tracklist Dabrye, mettendo a dura prova la CPU del suo computer, si muove pensoso tra polveri di puntine viniliche e ubriacanti loop sospesi nel tempo, fiammelle downtempo e tanto dinoccolato jazz, anche in versione cool, come accade in You Know The Formula Right? con rifforama di fiati e minimali contrappunti flautistici che prontamente vengono schifati da chi l’hip hop lo intende in tutt’altro modo.

Instrmntl fa conoscere il nome di un producer essenzialmente di sample che, giusto un anno prima, debuttava con un album contenente la sopracitata Hyped-Up Plus Tax. In particolare, quella prova rappresenta un pianificato primo capitolo di una trilogia esplorativa, un esordio ancora piuttosto legato a un’estetica (glitch) e a uno stile produttivo (lo-fi) che verranno qui circoscritti, eppure un disco degno di interesse per molteplici motivi, a partire dalla sopracitata traccia che si avvale di un caratteristico utilizzo delle terzine (in questo caso di hi hat e grancassa), e per l’uso smaccato dell’electro nonché per l’incastro con atmosfere urbane e sketch anche umoristici, come accade in Truffle No Shuffle, che si riallaccia idealmente all’easy listening in chiave funk di casa Richard D. James (Aphex Twin) e Mike Paradinas (Mµ-Ziq) di Expert Knob Twiddlers.

Ann Arbor si trova a circa una quarantina di chilometri da Detroit, è lì che ha sede l’Università del Michigan. È una cittadina tranquilla, una “nice college town” (Tadd Mullinix, RedBull Academy lecture, 2007)

Del resto è una Detroit di sintesi quella bazzicata da Mullinix, che all’epoca vive a Ypsilanti vicino a Ann Arbor, che è una tranquilla cittadina universitaria dove peraltro ha sede la Ghostly International di Sam Valenti. Proprio per quel catalogo il producer aveva esordito, giusto qualche anno prima, con il So Scientific (giusto per citare una traccia dalla sua trilogia hip hop) Winking Makes a Face, primo titolo sulla lunga distanza della label e (buon) lavoro propedeutico per conoscerne la predisposizione mentale.

Mullinix viene da un (relativamente) lontano passato di militanza in indie band tra punk e shoegaze, ed è – già a quei tempi – un tipo piuttosto scafato e sicuro dei propri mezzi. Soprattutto ha ben chiare in testa due cose: “non vuole assolutamente essere confuso con quegli indie hip hop kid con lo zainetto sulle spalle” e ama alla follia le composizioni che instillino nell’ascoltatore la possibilità di fissarsi su differenti dettagli produttivi triangolando battute differenti su synth e loop. Non è un caso che abbia scoperto i CAN fin da giovanissimo e organizzi i ritmi di conseguenza, sulle coordinate di un sottile spaesamento; di pari passo la concentrazione sui dettagli, sulle timbriche (in questo periodo particolarmente giallognole), sulla pressione sonora (a un passo dalla claustrofobia) e sul mood da infondere alle tracce fin dalle prime battute. Composizioni che si muovono in bilico tra minimali mix di seduzione e meccanica, tra la gloriosa tradizione soul e jazz della Motor City e il treno teso sul futuro che la attraversa guidato da quella sacra trimurti bellevilliana che, in linea d’aria, abita(va) a dieci minuti dal suo neighborhood ma che a livello di portato ideologico ed estetico si respira un po’ ovunque, in città e nel circondario tutto.

Game on

«Mi piace tantissimo il contrappunto, possiede questo strano effetto psicoacustico. Finisci per ascoltare le note alte o quelle basse e ti perdi, finché ti rendi conto ad un certo punto che stai ascoltando solo metà della musica. C’è una gran bella profondità nel contrappunto perché ti fa tornare indietro e riascoltare un brano scoprendoci sempre nuovi elementi (Mullinix intervistato da WIRE #270)

Tempo di pubblicare due dischi a distanza di solo un anno l’uno dall’altro che le acque in città si sono mosse: il nome di Dabrye è circolato nelle stanze dei producer cittadini e arrivato pure alle orecchie attente di Jay Dee, che è anche un regolare frequentatore del negozio di dischi di Ann Arbor dove il barbuto ragazzo lavora. Mr Dilla sarà il suo biglietto da visita per gli accordi che verranno siglati per il secondo fondamentale capitolo della trilogia, un disco che arriverà a ben quattro anni da Instrmntl proprio perché i suoi beat per la prima volta vengono messi al servizio di rapper. Di Dilla e del suo amico Phat Kat il feat. del brano apripista (che poi è quello con il quale l’album profeticamente si chiude), quella Game Over che viene incisa negli studi di Dilla nel 2003 (altezza Ruff Draft) e pubblicata in formato EP l’anno successivo in concomitanza con altre importanti uscite per l’hip hop tutto, come quelle firmate da Madvillain (ovvero il fumettistico/grottesco alias di MF Doom e Madlib con Madvillainy) e Kanye West (con il suo splendido nonché fondamentale soulful debut The College Dropout). Tornando al nocciolo della questione: idealmente quel pezzo, con il suo tiro crudo e stradaiolo, da il la all’intero disco e ai contributi degli altri ospiti. E parliamo di gente immancabilmente del giro Stones Throw (ma non solo), disposta a rappare in libertà senza particolare aderenza al beat: scontato in questo senso Guilty Simpon, doverosa e legittimante la presenza del rapper con la maschera de Il Gladiatore che di Madvillain è una delle due metà, Doom, idem per prezzemolo (almeno all’epoca) Beans.

Gli altri sono rispettati eroi cittadini e qualche newyorchese, e parliamo di Ta’Raach, AG, Invincibile, Finale, Paradime, Wildchild, il sodale Kadence e non ultimo il possente Vast Aire dei Cannibal Ox. Per loro Dabrye confeziona una personale versione dell’old school e dell’electro, una materia scura e primigenia, da fondamentali hip hop, fatta di gommosa elettronica costruita su suture tridimensionali, beat ispidi e bassoni pungenti. Il disco si concretizza non in uno studio ma tramite lo scambio di file tra il producer e i rapper ospiti, e anche tra il producer e altri producer, come accade nel brano con alla voce Vast Aire (dove la pre-produzione è stata affidata a un personaggio affatto scontato, Thomas Fehlmann) e in Pressure (co-prodotto da Waajeed – ora noto come Jeedo). Sono i dettagli di un arco narrativo che a lavoro completato formerà un insieme coeso e compatto.

«Mi piacciono i preset. Mi piacciono anche cose così. Non sono un purista che dice “ogni volta che suono deve essere una roba mai sentita prima”. Alle volte è bello dedicarsi all’ingenuità dei suoni cheap, alla roba prefabbricata, al pre-made»

Rispetto al passato, il cerchio del groove viene arrotolato, bagnato e incollato come un joint, la produzione si scherma robotica e funky, gli archi sono stipati in nervose scatole, i synth avvitati su una tavolozza di nervose circuiterie, mentre i ritmi, spesso trattati in bassa fedeltà, aumentano l’effetto claustrofobia. Nelle buie stanze di Two / Three (basti soltanto ascoltare l’arpeggio super compresso e sanguinolento della linea di basso di Special) il colore entra raramente e quando entra sembra filtrato da una desolante e sintetica mirrorball. E tutto questo buio ha ragioni d’essere personali oltre che estetiche: il disco esce a giugno 2006, a soli quattro mesi dalla scomparsa di Dilla (10 febbraio), una morte che conclude un’epopea e nel contempo getta un’ombra pesantissima anche su Dabrye. Afflitto per la morte dell’amico, Mullinix metterà da parte (anche se non del tutto) le sincopi e i beat, gettando cuore e muscoli sul versante techno e house della sua produzione. Con D’Marc Cantu formerà il duo house 2AM/FM e in proprio continuerà a nome James T Cotton / JTC con un impianto ideologico paragonabile al suo alias hip hop, eppure aggiornandolo di rinnovata passione analogica. Di fatto anche sul lato house quell’attitudine tesa ed eminentemente elettronica viene mantenuta, e questo grazie a un taglio che sposa la direzione del Ron Hardy più sperimentale, più che quella canonica/classica di Frankie Knuckles.

Per il periodo immediatamente successivo a Two/Three, da segnalare c’è sicuramente Get Dirty, EP del 2007 con l’ottima title track rappata dal newyorchese AG e due altrettanto validi remix da parte di Kode9 e FlyLo, con quest’ultimo a mettere le mani proprio su Game Over. Sempre dello stesso anno, Like No One è il secondo album sulla lunga distanza di James T Cotton, sempre per la family di Sam Valenti, a cui seguono con calma Creep Acid nel 2011 sulla co-gestita Nation e JTC nel 2016 per un’etichetta personale inaugurata due anni prima, la Bopside. Qui escono cose perlopiù sue ma anche di altri, vedi l’EP del rapper Brandon Edward Mitchell ovvero Kadence, mentre a proposito della sopracitata Nation, che è l’etichetta inaugurata sempre nel 2007 da Melvin Oliphant (Traxx), è interessante notare il ruolo qui assunto da Mullinix, un misto tra il consigliere, il tecnico e il mentore di quello che è – è bene ricordarlo – un’icona del djing chicagoano. L’intesa tra i due, che si sono conosciuti qualche anno prima, si basa sostanzialmente sui medesimi assetti dell’amicizia con Osborn e Devine: rispetto per una cultura dance già allora in estinzione, che riavvolge il nastro sulle prime generazioni di produttori e dj. Non sorprende che Tadd sia un cultore e collezionista delle cassette che venivano registrate in presa diretta durante le One Night di Chicago e Detroit, e non sorprende pertanto che la filosofia alla base di Nation si ponga su un lato diametralmente opposto rispetto alla deriva minimal (techno) delle big room dei club internazionali di allora. Alla legacy della scuderia Hawtin, Mullinix preferisce e preferirà sempre quella di Robert Hood.

Free Dabrye – Three/Three

Ho avuto un terribile blocco dello scrittore. Non so che mi è successo. Mia madre è morta. E anche Dilla, che era una grande ispirazione per me, è scomparso (Metrotimes, 2018)

Dabrye sparisce dai radar per un tempo talmente lungo che vien da pensare che anche i producer del giro Stones Throw e Brainfeeder che lo hanno osannato negli anni passati come innovativo modello di produzione si siano dimenticati di lui. Three/Three, anticipato a novembre 2017 dal singolo The Appetite con il feat. del nuovo prezzemolo della scena leftfield hip hop, Danny Brown (qui assieme a Roc Marciano e Quelle Chris), esce senza troppi clamori sulla fida Ghostly a ben 14 anni di distanza dal precedente capitolo. Viene pubblicato in un momento storico particolare che sembra il beffardo lieto fine del contesto lasciato da Dabrye nel 2006, con i due maggiori discepoli dillaniani – Kanye West e Flying Lotus – a dividersi una torta multistrato fatta di ampi e trasversali consensi internazionali e di un comparto hip hop tutto a godere anche sul lato elettronico (vedi trap e derivati) di una netta predominanza sul mercato discografico. È un po’ come nel 1997-1998, con Pharrell ancora saldo al suo posto, l’electro r’n’b a rappresentare ancora un terreno fertile per far soldi ma anche innovare. E all’interno di questo scacchiere, con i segnali di Madlib incredibilmente ridotti al lumicino, Mullinix riprende il filo rosso precedentemente accantonato in perfetto stile Dilla, anzi, opponendo un approccio ancor più classico.

Due anni prima si trova in Armenia a insegnare il beatmaking ai ragazzi del posto, due anni dopo riappare in disparte, defilato, con zero promozione e un’unica foto nuova a ritrarlo accanto a un vecchio giradischi imbracciato a mo di Ghettoblaster. A livello produttivo succede qualcosa di stoicamente analogo. Il tempo si è fermato: i fondamenti della sua proposta rimangono fedeli al culto boom bap, all’amore per i synth analogici di Moroder e Subotnick (ancora saccheggiati a livello sample), a quello per la scena elettronica UK (vedi un Wagon Christ), e così i featurer templari scelti per questo comback in totale purezza corrispondono a personaggi che amano ancora rifarsi ai primi 90s, proprio come tutti gli alias di Mullinix in fin dei conti. I nomi sono presto detti, molti con spilletta Detroit, altri con quella della Stones Throw, altri icone e basta: Guilty Simpson, Doom e Ghostface Killah i primi a spuntare dal mazzo, e non è un caso che sia per bocca del primo che viene recapitato lo slogan riassunto del disco già dall’opener, Tunnel Vision, ovvero quella «Never affected by new sellers» che si traduce in “al riparo dalle mode, dai producer improvvisati su Soundcloud, dagli abbagli e dai trend”.

Salvo qualche eccezione, vedi un giovane detroitiano che di solito associamo a produzioni house e techno come Shigeto (anche lui con un background jazz), il disco suona esattamente come da premesse, con la differenza che i contributi vocali risultano più incisivi rispetto alla prova precedente e la tracklist è più coesa e non così buia, senz’altro cocciuta nei suoi riferimenti ma proprio per questo focalizzata, maturata con gusto e tempi lunghi in cui far sedimentare idee e dettagli. Dabrye, che ha scelto approsta questa ragione sociale per la sua ambiguità (dove mettere l’accento?), porta a casa un ottimo risultato, ancora coerente e in fierezza Detroit. È la fine di un percorso – non di Dabrye -, ci tiene a precisare uno che da grande vuole ancora produrre un intero album per un rapper affermato, ma anche il segno di una rinascita a 360°.

Presto partirà X-Altera un nuovo alias, che già dal nome fa riferimento ai lavori firmati dagli Underground Resistance come X-102 e X-103, e che promette di combinare elementi dei suoi fondamentali ascolti techno con altri, come li chiama lui, “corpi estranei”. A giugno 2018, inoltre, un altro importante appuntamento: il live set con il sodale Kadence al Sonar, con il festival catalano a presentarlo con gli onori di casa: «instrumental hip-hop legend».

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