Lee Gamble (UK)

Biografia

Mnestic Jungle

Dopo gli anni scolastici passati ad ascoltare jungle, techno ed Autechre, e i susseguenti anni Zero immerso nelle maree e increspature glitch, ambient e noise di Mille Plateaux, Mego, Touch (coltivate recuperando anche alcune avanguardie storiche da autodidatta), Lee Gamble si fa conoscere e apprezzare, nel 2012, con due pubblicazioni su Pan che fanno il giro degli addetti ai lavori, delle testate che contano e delle agenzie dei festival. Il suo diventa, quell’anno, il nome da spendere negli ambienti dell’intellighenzia techno, magari tra i protagonisti di hauntologiche viste sulla morte del rave, e questo grazie a uno stile personale trasfigurato, a cavallo tra dancefloor e astrazione, escapista nel tentativo di creare realtà alternative, aspramente computazionale come da tradizione Mego ma anche morbidamente aereo e in perfetta linea con Basic Channel, Chain Reaction e la cultura dell’ardkore continuum.

Coerente con la visione sperimentale delle citate etichette tedesche (vedi l’amore per Pita, Hecker e Russell Haswell) ma senza perdere il legame viscerale con il ritmo, sia esso declinato techno dub o imbevuto di contorni rave, Gamble, nato a Birmingham ma di stanza a Londra e fondatore del collettivo CYRK assieme a Dave Gaskarth (visual artist e autore di molti dei videoclip del producer, oltre che spalla per molti live ed entusiasmanti programmi in radio), rappresenta il corrispettivo adulto (non proprio intellettuale) di tanti approcci arty ed eterodossi allo stile di Detroit e Chicago delle varie Tri Angle o Blackest Ever Black. Non ultimo, nella sua musica rientrano richiami colti (John Cage, Iannis Xenakis, Stockhausen), specie di stampo cosmico e ancor meglio se funzionali all’elettronica con la quale è cresciuto.

Uno stile a cavallo tra dancefloor e astrazione, escapista nel tentativo di creare realtà alternative, aspramente computazionale come da tradizione Mego ma anche in perfetta linea con Basic Channel, Chain Reaction e la cultura dell’ardkore continuum.

Le prime pubblicazioni di Lee Gamble sono tuttora inedite e rimarranno tali. Riguardano tracce jungle uscite negli anni Novanta sotto l’influenza dei cugini più vecchi e della mitologia giovanile attorno al genere. È il periodo in cui il Nostro inizia a fare pratica come dj anche presso una radio locale. Per le uscite ufficiali, precedute da una serie di improvvisazioni live con il compositore John Wall, bisognerà aspettare più di 10 anni. È nel biennio 2009/2010 che la produzione ufficiale del producer acquista la forma di astratta computer music al laptop. In quegli anni, troviamo sia l’esordio lungo Join Extensions, masterizzato da Rashad Becker per Entr’acte (dove, tra gli altri, pubblicava anche Ielasi), sia una cassetta omonima co-firmata con il sound artist giapponese di stanza a Berlino Yutaka Makino (anche se una primissima produzione risale, a dire il vero, a un 3” CD nel 2006).

È musica, questa, che nelle sue espressioni più astratte e intellettuali viene presto accantonata. Nel 2012, sulla blasonata label berlinese Pan di Bill Kouligas, Gamble è già alle prese con un altro tipo di suoni ed è qui che inizia la sua vera storia. Vengono pubblicati, entrambi nel 2012, due album complementari, o parti di un unica visione, Dutch Tvashar Plumes e Diversions 1994-1996: il primo si configura come musica che sta nella tua mente, un’idea allucinata di musica (dichiara a Wire nell’agosto del 2014) a cavallo tra ritmi e astrazioni, e il secondo ritorna agli amori giovanili per decostruirli (o sarebbe meglio dire polverizzarli), manipolando classici jungle (registrati su un vecchio mixtape) e ottenendone un inedito taglio ambientale che non sarebbe sfigurato nella discografia Touch d’inizio Duemila.

Musica che sta nella tua mente …un’idea allucinata di musica

È una “particolare atmosfera di quella musica, o lo spazio dentro a quella musica” (sempre dall’intervista a Wire), quello che Gamble vuole rappresentare e, spesso, quello spazio finisce per assumere i contorni di una techno dub scorticata, l’equivalente di osservare i Porter Ricks dal buco di una serratura. Nel mini album, che in molti alla sua uscita hanno osservato da un’angolazione di hauntologica “morte del rave” (vedi anche il R.I.P di Actress, sempre del 2012), soltanto la traccia Dollis Hill presenta un ritmo jungle in chiaro, mentre in Rufige (da Rufige Kru, alias di Goldie) c’è un chiaro riferimento – opportunamente mesmerizzato – al mitico hover sound dei rave. Interessante anche la selezione di classici Jungle che il Nostro propone a Dummy, dove figurano DJ Dextrous & Rude Boy Keith, Photek e Dillinja.

Completano l’anno in bellezza: un memorabile set alla Boiler Room e una cassetta in combutta con CM Von Hausswolff, Stream Of Unconscious Volume 8 , per Stand-Up Tragedy Records. Importante sottolineare l’attività di Gamble come dj, che si risolve in un eccitante misto di mixing e composizione tra techno sparata e sperimentazione libera, voci rubate da film e molteplici fonti, e pesanti layering.

Il ritorno discografico del producer è targato 2014, anno in cui si ripresenta con due uscite parallele: il 12” Kuang e l’album KOCH, entrambi caratterizzati da una luce inedita, e persino qualche spiraglio di ottimismo molto ben dissimulato da ambiguità e tepori jazzy. Come evidente già dalle prime note dell’EP, lo stesso approccio ai ritmi e alla cultura elettronica UK, tra breakbeat e deep house, è più diretto e senza filtri. Inoltre, non vengono abbandonati i momenti più meditativi ed aerei. Diversamente dall’EP, l’album lungo mantiene la linea chiaroscurale di Dutch Tvashar Plumes puntando comunque su un approccio più scopertamente legato alla techno. Non mancano, tuttavia, i contorni e le screziature noisey, echi e clangori industriali vagamente Mika Vainio e tutto l’aereo fascino della techno dub.

Dove nel lavoro di Goodman a dominare era il concetto di zero e le sue implicazioni sul futuro prossimo venturo, Gamble s’interroga sull’influenza subliminale che la società contemporanea esercita su di noi, in primis attraverso immagini e pubblicità

A distanza di tre anni, a uno dall’apertura di una nuova label – UIQ Inversions – con il primo capitolo di una personale serie – Chain Kinematics EP – dedicata a nuove relazioni prismatiche tra quelli che sono i capisaldi della sua proposta – jungle, techno e ambient – lo scarruffato di Birmingham mette il reset e riparte daccapo con qualcosa di fresco e (non radicalmente) differente, anzi qualcosa – dice – che decodifichi maggiormente i sogni e i fantasmi musicali che ha sempre acusmaticamente inseguito, al pari di un Valerio Tricoli. Da PAN il Nostro approda sulla Hyperdub di Kode 9 con un lavoro concettuale di quelli non nuovi alle produzioni elettroniche di questi anni. Avrebbe potuto optare per Planet Mu, che nello stesso periodo sta andando a nozze con certe sonorità, ma la scelta cade volutamente sulla label di Goodman per questo Mnestic Pressure.

Decostruita, elettrica e pulsante, Hi-Tech, ancora in dialogo con l’hardcore continuum, la nuova prova, lo conferma come autore attentissimo ai volumi, alle altezze e alle basse frequenze. Lungo la tracklist sembra di osservare lo stesso ecosistema esplorato da Kode9 in  Nothing soltanto da un’angolazione differente, tentando di bucare le matrix dallo schermo dei poltergeist. Dove nel lavoro di Goodman a dominare era il concetto di zero e le sue implicazioni sul futuro prossimo venturo (zero life e zero work…), Gamble s’interroga sull’influenza subliminale che la società contemporanea esercita su di noi, in primis attraverso immagini, pubblicità, remarketing e AI che attivano serotoninicamente in noi il desiderio di comprare nuovi prodotti con (bit)monete sempre più virtuali e virtualizzate.

Leggi tutto

Altre notizie suggerite