Swervedriver (UK)

Biografia

Fanno parte di quel quadrilatero di divinità shoegaze che comprende anche My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, gli Swervedriver, oltre ad essere stati, fra 80s e 90s, una delle band più singolari del Regno Unito. Se è vero che lo shoegaze, quel blend di rumore e melodia ad alto tasso lisergico e dalla tendenza spiccatamente onirica, è faccenda prettamente britannica, gli Swervedriver rappresentano il missing link con le sonorità più fisiche e senza compromessi dell’underground americano. Vengono da Oxford come i Ride, ed allo stesso modo sono approdati ad un sound lirico e personale attraverso ad una moderna trasfigurazione del garage rock dei tardi sixties.

La loro storia inizia addirittura nel 1984. Gli Shake Appeal, la formazione a cui Graham Franklin (voce), Adam Franklin (chitarra), Paddy Pulzer (batteria) e Adrian “Adi” Vynes (basso) danno vita in quell’anno, tradisce l’influenza stoogesiana sin dal moniker. L’omonimo ed epilettico brano di Raw Power è anche quello riletto da una delle prime incarnazioni dei My Bloody Valentine, band con cui il neonato collettivo condivide spesso il palco e che, in qualche modo, inocula nei quattro il germe del cambiamento. Se il primo ed unico singolo della band (Gimme Fever) è ancora tenacemente avvolto da spire metalliche detroitiane, basterà poco perché l’infatuazione di Adam Franklyn per le band della SST (insieme alla sua tendenza a prendere in mano le redini del gruppo) conduca ad una repentina evoluzione.

Nel 1989 viene registrata un demo con quattro brani cantati da Adam. A Graham Franklyn, relegato ai cori, non resta che abbandonare la formazione, seguito a breve distanza da Paddy Pulzer, che confluirà nei Jack. È a quel punto che inizia l’era Swervedriver, con canzoni come Son of a Mustang Ford e Afterglow, che si guadagnano un forzato accostamento al dreampop per via delle melodie brutalizzate da wah wah lancinanti (alla maniera di Loop e Spacemen 3) e per il rifforama sonico. Anche l’estetica della band, condizionata dall’ossessione del leader per le auto americane e la letteratura catastrofista di James Ballard, pare contrapporsi all’immagine efebica di Ride e MBV.

Nonostante questo, la strada che porta la band alla corte della Creation è già segnata. «Ci era rimasto un solo demo tape», ricorda Adam. «Stavamo camminando lungo Harrow Road quando vedemmo J Mascis e Thurston Moore che stavano venendo verso di noi. Pensammo che forse era il caso di dare loro la cassetta. Ma non lo facemmo, la demmo a Mark [Gardener, NdSA], che la fece sentire ad Alan McGee e lui ci fece subito firmare».

Analogamente a quanto avverrà per gli Slowdive, abbandonati a se stessi poco dopo l’esplosione della bolla shoegaze, anche il rapporto fra Swervedriver e l’etichetta londinese attraverserà fasi travagliate. L’innamoramento da parte del manager però è sincero ed istantaneo. Tanto che la demo viene trasformata nel primo EP della band targato Creation (Son of a Mustang Ford EP, 1990), seguito a pochi mesi di distanza dal secondo Rave Down. La title track di quest’ultimo è il primo dei classici della band, quello in cui la voce di Adam prende finalmente il volo, trainata da ampie fluttuazioni lisergiche. È anche il primo brano dotato di qualcosa che assomiglia ad un chorus, il che, in una certa misura, illude sul potenziale commerciale del gruppo.

Divisi come sono tra cangiante chitarrismo psichedelico ed irsute sferzate metalliche, gli Swervedriver restano un mistero per la maggioranza dei fan dell’indie rock e del metal, da cui verranno trattati con diffidenza nonostante l’adulazione della stampa. Nel ’91 (dopo l’uscita del terzo EP, Sandblasted, e del primo album Raise) sono l’unica band a poter vantare l’endorsement dell’NME e di Kerrang!, che li promuove come la risposta britannica all’alternative rock americano. Le riviste continuano a paragonarli a Sonic Youth e Soundgarden, ma la band finisce per andare in tour con i Wonderstuff, alimentando così i dubbi del suo potenziale pubblico. Sulla qualità di Raise, però, sembrano non esserci dubbi. L’album, che contiene tutti i singoli prodotti fino a quel momento dalla band, si distingue dal sound immateriale del dreampop per la muscolarità dei riff e le distorsioni stratificate con cui Franklyn e Jimmy Hartrdidge (il nuovo entrato, insieme al batterista Graham Bonner) lasciano galleggiare le melodie in secondo piano, senza posa e senza un vero e proprio baricentro. Più che puntare al climax del verse-chorus-verse, brani come Sandblasted sono un susseguirsi di momenti estatici che aggiornano il concetto di acid rock. Il placido jangle sound lisergico di Lead Me Where You Dare, chiude un album stellare, a cui solo una produzione esile e discontinua impedisce di toccare le vette del successore.

Lo stesso anno l’entrata in top 50 dell’album vedrà la band lanciatissima imbarcarsi in un estenuante tour americano di spalla ai Soundgarden. Le prime avvisaglie della sfortuna che da quel momento continuerà a perseguitare sistematicamente gli Swervedriver, si manifesta con la fuga di Bonner, che appena prima che il gruppo giunga in Canada decide di tornarsene dalla fidanzata a San Francisco per unirsi, poco più tardi, ai Brian Jonestown Massacre. Nel ’92, per mettere fine alle insistenti voci di scioglimento, viene pubblicato l’EP Never Lose That Feeling. Peccato che solo pochi mesi dopo sarà Adi Vynes a lasciare il gruppo. Nel ’93, dopo aver reclutato il nuovo batterista Jez e senza un vero e proprio bassista, la band si rinchiude in studio con Alan Moulder (già produttore di Ride e Smashing Pumpkins). Anche grazie a lui il nuovo album Mezcal Head, sembra una versione in technicolor dell’esordio. Non è solo la produzione di Moulder ad ingigantisre e inspessire i riff della band, sono gli stessi musicisti ad essere maturati al punto da riuscire a plasmare l’impatto emotivo di ogni singolo suono. È così che brani come Harry and Maggie e Hands diventano costrutti elettrici di rara maestosità. Epici e dinamici come mai prima d’ora, gli Swervedriver dimostrano anche una versatilità che permette loro di passare dalla hendrixiana Last Train To Satansville, alla spacerock opera in miniatura Never Lose That Feeling. Purtroppo, quello che resterà il loro miglior lavoro si spinge fino ad una deludente cinquantacinquesima posizione nelle charts inglesi. La band conferma di essere più amata dalla stampa che dal pubblico, quando il singolo Duel (Single of the Week per NME) fatica a mettere piede in classifica.

Per vedere sugli scaffali un nuovo album firmato Swervedriver bisognerà aspettare il 1995. In realtà l’album è già pronto dall’anno precedente, ma la fitta programmazione dell’americana A&M, costringe il gruppo a procrastinarne la pubblicazione di dodici mesi. Le cose non sono migliori sul fronte Creation. La label di Alan McGee scarica la band appena dopo l’uscita del disco, lasciando Ejector Seat Reservation senza promozione e facendone, di fatto, il lost album degli Swervedriver. Questo nonostante la nuova, affiatata sezione ritmica ed un cambio di direzione che rende i nuovi brani fra i più accessibili di sempre. Franklyn e soci adottano strutture più lineari ma sempre potenti e brillanti. Lo spettro sonoro si allarga ulteriormente pur restando dalle parti di un glam sonico, che produce melodie più immediate come quelle di How Does It Feel to Look like Candy e Bring Me the Head of the Fortune Teller.

Nonostante la mancanza di un contratto, il ’96 si rivela un anno molto produttivo per la band, che finisce per pubblicare tre singoli per altrettante label. Le nuove voci di scioglimento vengono smorzate quando i quattro firmano per Geffen: si tratta di un contratto per ben tre album che purtroppo si trasformerà nell’ennesimo buco nell’acqua. Alla fine sarà l’indie label Zero Hour a far uscire 99th Dreams, quarto album che, a dispetto dell’entusiasmo iniziale, sconta un songwriting troppo leggero ed un tardivo avvicinamento alle traiettorie britpop.

Alla fine degli anni ’90, gli Swervedriver, probabilmente una delle band britanniche più sfortunate di quel decennio, si ritrovano nuovamente senza un’etichetta. “Non ci stavamo più divertendo“, ricorda Adam Franklyn, che decide di trasferirsi nel New Jersey mettendo di fatto fine al gruppo. Per circa dieci anni la sua attività musicale sarà divisa fra Toshack Higway (band con cui realizzerà un album e due EP) e gli Adam Franklyn and The Bolts of Melody, progetto con cui riprenderà per molti versi le intuizioni psichedeliche degli Swervedriver.

Il 2008 vede a sorpresa gli Swervedriver tornare in attività per un tour americano. Dovrebbe essere una rimpatriata estemporanea, invece è l’inizio di un ritorno sulle scene in grande stile, trainato da uno shoegaze revival che li riconosce come i più originali interpreti del genere. Dopo due singoli di rodaggio (The Hitcher, nel 2008 e Deep Wound, del 2011) arriva finalmente il contratto con Cherry Red. Il risultato è I Was’t Born To Lose You, il primo album in diciassette anni, quello in cui la band sembra aver sviluppato un’idea personale di dream pop che rinuncia al sound muscolare degli esordi, ma non al riffing ipnotico e alle melodie sfuggenti. Con un supporto al disco degno di tal nome e un’agguerrita fan base (formata da chi negli ultimi vent’anni ne ha scoperto la sottovalutata discografia) la band inaugura la sua giovinezza. Un piccolo premio per chi, a dispetto dell’età, non ha mai perso la voglia di sognare.

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