The Veils

Sono ombre convulse che danzano senza tregua quelle che escono dalla discografia dei Veils, l’indie-rock band dall’afflato romantico e perverso, sempre pronta a incantare l’ascoltatore celandosi dietro un velo, simbolo di una realtà illusoria ma non per questo irreale. Una religione sonora che unisce l’oscurità (ri)velata da una fede incomprensibile e la luce di un mondo trasceso e profetico. Il mondo di Finn Andrews, leader e perno dei Veils, appare levigato dal garbo di altri tempi di questa figura alta, scura e sottile, dall’avvenenza cristallina, incastonato tra le falde del grande cappello nero che gli disegnano lievi ombre sul viso pallido, sulla quella bocca purpurea capace di pronunciare un sound tanto feroce e lurido. C’è una scritta in latino che campeggia sulla linguetta laterale di Nux Vomica, e recita «res ipsa loquitur», ovvero i fatti parlano da soli. Ebbene, anche le canzoni dei Veils parlano da sole, e parlano una lingua bellissima.

La carriera del gruppo capitanato da Finn Andrews è costellata da chiaroscuri umorali, lisergiche poesie ed eleganza bohémien. Il ringhio afflitto di Andrews, il suo cappellone nero da amish cittadino sono presto divenuti elementi canonici in questi anni di concerti, dischi e cambi di line-up. Una nicchia scolpita da venature gotiche, da un romanticismo talvolta crudo, talvolta soave. Il dolore, la perdita di sé e dell’altro, sono temi cari ad Andrews, che sembra far propria la lezione di Nick Cave, Tom Waits, Leonard Cohen e dei più giovani British Sea Power, o degli stessi Verve di Ashcroft. Ma i Veils sono anche figli degli scritti di Susan Sontag, di Whitman, e della poetica di Sylvia Plath, della sua paradigmatica allegoria, della ritmicità delle sue composizioni, come ha spesso ricordato lo stesso Andrews: «Senza dubbio la poesia mi ha influenzato, da ragazzino leggendo Sylvia Plath sono rimasto sbalordito da quello che si può fare con le parole».

Spesso capita di pensare ad alcune band come a promesse disattese, alimentate sì da un talento conturbante, ma magari troppo frammentario e discontinuo; negli anni Finn Andrews e soci ci hanno regalato dischi importanti e singoli portentosi, stemperati però da prove esitanti e insicure. Nonostante questo, il fascino della loro musica rimane immutato, grazie al magnetismo indubbio di Andrews, al suo decadentismo carismatico, al suo stare sul palco come un disperato ossesso, in preda a convulsi contatti con l’aldilà. Nel percorso artistico dei Veils è possibile notare come la risoluzione degli enigmi lanciati dallo stesso Finn rivesta solo un ruolo secondario, spalleggiando invece una sorta di continua sospensione del reale attraverso gli occhi vitrei e drammatici di Andrews, una bellezza preraffaellita, incantatoria e pericolosa. La storia musicale dei Veils è fatta di piccole e sinuose spirali di fumo, ritmi convulsi, feroci scosse di piano e chitarra elettrica e percussioni enfatiche pronte a far muovere un esercito di note verso l’infinito empireo. Pungolati da cupe note d’organo, i testi di Andrews si muovono immersi in una foschia di nubi che rilascia strazianti ballad blues-rock per una delle voci più inconfondibili del panorama indie, un cantato ubriaco di enfasi tragica e naturale eleganza. I Nostri amano danzare in mezzo a tematiche come l’amore, la morte e il tempo, spina dorsale del cantautorato solenne e vibrante di Andrews.

Una storia, quella del gruppo londinese, fatta anche di seconde opportunità, di cadute e costanza. Dalle ceneri della prima formazione, i Veils risorgono pronti, ancora una volta, a far suonare il dolore del dubbio e dell’insicurezza, dinanzi a un Dio indifferente, dinanzi all’inferno che corrode lo spirito. I Veils si possono configurare come il classico gruppo sottovalutato e ignorato a lungo, un gruppo onesto, normale, lontano dai divismi di certe starlette incapaci di impugnare un basso; ma soprattutto siamo di fronte a un gruppo che suona perfettamente, scrive splendidi brani – anche al limite dell’escatologico – e che negli anni ha saputo cercare una propria identità, finendo per trovarla grazie anche a uno strano incontro con un artista inquieto e bizzarro.

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Ma andiamo per gradi: Finn Andrews nasce a Camden Town nel 1983 e respira l’arte e l’amore per la musica sin da subito. Il padre è Barry Andrews (tastierista e cofondatore degli XTC, band in cui ha militato per due anni per poi fondare gli Shriekback assieme a Dave Allen dei Gang of Four, non prima di essere stato in studio con Iggy Pop e The League of Gentlemen di Robert Fripp), la madre è un insegnante di sociologia e appassionata di musica alternativa, dai Sunn O))) a Townes Van Zandt, nonché cuoca per gente come Diana Ross (che Finn vedrà in concerto a sette anni). Inizialmente Andrews pensa di diventare pittore, ma il trasferimento a casa della nonna a Devonport, in Nuova Zelanda, a causa della separazione dei genitori, lo mette su un’altra via; e così durante gli anni dell’adolescenza, inizia a frequentare la scena folk locale per sfuggire al tedio della vita di campagna. A tredici anni imbraccia la sua prima chitarra e inizia ad ascoltare i grandi: «Cosa posso dire? Crescere in Nuova Zelada, ascoltare Cave mi ha salvato la vita. Non c’erano grandi cantautori con i quali potessi relazionarmi durante il liceo, ad eccezione di lui. Era di enorme ispirazione per me, insieme a Johnny Cash, Tom Waits e Leonard Cohen. Tutti loro scrivevano canzoni di conflitti e forti personalità, che è la cosa che provo a fare io», confesserà Andrews anni dopo in un’intervista al magazine inglese Stuff.

Nel 2001 il Nostro compie diciotto anni e decide di tornare a Londra, dove diventa amico di Ben Woollacott (batterista), Adam Kinsella (bassista) e di Oliver Drake (chitarrista): nel giro di qualche mese nascono The Veils. Nell’autunno, inizia a interessarsi alla band Geoff Travis di Rough Trade, che la fa firmare con Blanco y Negro, un’etichetta sussidiaria di WEA Records. Il promo del primo singolo Death &Co. arriva il 19 agosto del 2002, seguito qualche mese dopo da More heat than light. Sono brani irrequieti, violenti e sanguigni, impostati sulla voce centrale di Finn, che ringhia come un disperato. Ben presto però disparità contrattuali e divergenze artistiche con la Blanco y Negro si trasformano in una battaglia lunga due anni, fino a quando Travis riesce a far sì che i Veils firmino con Rough Trade a metà 2003. Dopo aver scritto quattro nuove canzoni con il produttore Bernard Butler (ex chitarrista degli Suede), il gruppo rilascia il primo singolo in casa Rough Trade. Si tratta della splendida Guiding Light, siamo nel luglio 2003. Saranno poi Lavinia, inno della band per anni, e The Wild Son a portare alla nascita di The Runaway Found, il primo vero disco dei Veils. La critica si mostra entusiasta, Lavinia diventa uno dei brani più passati nelle indie radio del Regno Unito. The Runaway Found è un album che pullula di promesse, di grazia selvaggia, malinconia coinvolgente; è contorto, labirintico, talvolta troppo, ma in un debutto qualche errore è permesso. A metà fra romanticismo e decadenza, i Veils fissano la loro impronta ruvida con un gioco di chitarre infuocate e stratificazioni strumentali illuminate da un suono torvo ed elegante. Suona già come un classico, senza avere la pazienza di volerlo diventare.

La band gira il mondo condividendo date con grandi nomi come Raveonettes, Beth Orton e British Sea Power. Sempre nel 2003, per il venticinquesimo anniversario di Rough Trade, esce una raccolta di brani in cui le nuove band dell’etichetta suonano cover di band storiche della stessa, e per l’occasione i Nostri si cimentano in un brano degli Scritti Politti per una tiratissima cover di Lions After Slumber. Andrews inizia però a essere infelice, soffrendo per i continui alterchi che ci sono con gli altri membri del gruppo. The Runaway Found è fuori solo da due mesi quando Finn annuncia l’uscita dal gruppo di Woollacott, Kinsella e Drake. Nel tardo giugno 2004, Andrews spiega sul sito ufficiale della band che un secondo album è già in lavorazione, ma che i membri originali del gruppo non saranno coinvolti. Lascia l’Inghilterra per un po’ alla ricerca di se stesso, e dopo un breve tour in solitaria tra l’America e il Giappone, fa ritorno alla casa-madre, in Nuova Zelanda. Qui il caso vuole che re-incontri alcuni compagni di classe del liceo, la bassista Sophia Burn e il pianista Liam Gerard. Nella cameretta di Gerard inizia a prendere forma la nuova cellula musicale dei Veils, in mezzo a registrazioni, prove, scambi artistici. Il trio torna Londra, e vede l’aggiunta di Dan Raishbrook alla chitarra e di Henning Dietz alla batteria. La nuova line-up è completa, si può iniziare a lavorare seriamente. Nick Launay (già produttore per Nick Cave & The Bad Seeds e Yeah Yeah Yeahs) porta la band a Los Angeles per registrare il nuovo disco, Nux Vomica, che uscirà del 2006. Finn Andrews arriva a un sound più scuro, più pesante, più complesso, anche grazie all’arrangiamento di archi dell’ex Lounge Lizards, Jane Scarpantoni. Un disco molto à la Gun Club in cui però si respira una ritrovata energia, selvaggia e pura; Andrews è più ruvido, nel cantato e nelle sperimentazioni.

Non ricercato come il precedente, il nuovo disco mostra una crescente fiducia in Andrews come cantautore. La ferocia svelata nel debutto si mostra ancora di più in questo secondo lavoro: brani come Not Yet, Pan, Jesus for the Jugular o la title track si impongono come degni successori dell’ormai famosissima Lavinia. Un disco che sin dal titolo, vive un’ambivalenza: la nux vomica famosa anche come albero della stricnina, oltre a essere un omeopatico per lo stress emotivo degli ipersensibili, è anche un veleno in grado di provocare letali contrazioni spasmodiche. Ecco, anche il disco, sa farsi rimedio sicuro, pillola curativa e tossina mortale, con quel Male che affiora in ogni brano. L’umanità di Nux Vomica, come un inferno dantesco, pullula di dannati, anime perse, che non possono più sperare nell’abbraccio salvifico di un Dio indifferente, incapace di curare i tormenti di questi esseri avvelenati. Sono questi chiaroscuri violenti uniti a chitarrone convulse a diventare il marchio di fabbrica del sound Veils. I testi di Andrews, perle opache e difficili da penetrare, sono intimissimi, così personali da poterci vedere disegnato un velo che cela le reali intenzioni del musicista. Un velo che è uno scudo per la propria anima romantica, bagnato da acque lustrali che lavano il peccato carnale dei suoi scritti.

Nux Vomica, viene acclamato come uno dei migliori dischi dell’anno, e anche il nostro Paolo Sorrentino inserisce la title track nel suo film, Il divo, nella scena dell’omicidio di Salvo Lima. Non sarà la prima né l’ultima volta che i Veils regaleranno alla settima arte i loro componimenti. Un altro importante nome del cinema come Tim Burton userà Another night on earth nella colonna sonora del suo Frankenweenie, per non contare serie TV americane che più volte si sono avvalse della potenza sonora dei brani di Andrews. Nei sedici mesi che seguono l’uscita di Nux Vomica, la band suona più di duecentocinquanta live attraversando quindici Paesi: durante le date americane del tour però viene annunciata la futura uscita dalla line-up di Liam Gerrard, che tornerà in Nuova Zelanda per motivi personali. La band, di nuovo a quattro elementi, torna al lavoro e inizia a registrare nuovi demo nello studio dei Flaming Lips, mentre continua a suonare fra la east e la west coast americana. A metà 2008 Finn e compagni tornano a Londra per lavorare al loro terzo disco, e stavolta il produttore è Graham Sutton: solo tre settimane di registrazione ai West Point Studios e alla fine dell’estate tutto è già pronto per il mixaggio. Sun Gangs arriva nell’aprile del 2009, ed è il disco più discontinuo e irregolare della band. Il rock è sempre oscuro, intimista, di classe, folgorato da lampi di rabbia . Ma se la voce di Finn è una garanzia, soprattutto quando non affoga soffocata dalla produzione in studio, il disco nel suo complesso non fa grossi passi avanti, restando inchiodato a un indie-rock di buona fattura che ormai i Veils sanno maneggiare molto bene. Sun Gangs è pervaso da un blues aggraziato ma troppo lento, e manca di grandi brani. Sembra che la band si stia annoiando, e non basta qualche melodia vibrante come in Sit down by the fire per salvare un album stanco, senza sorprese, incapace di catturare la magia creata dal precedente disco.

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Nel dicembre 2010 la band annuncia un nuovo EP formato da sette brani, Troubles of the Brain, prodotto da Andrews e Bernard Butler (Suede, Libertines), e in contemporanea il suo allontanamento da Rough Trade dopo nove anni di collaborazione, per creare una etichetta personale, la Pitch Beast Records. Registrato nello studio casalingo di Andrews, l’EP si rivela un imbarazzante e sconnesso esperimento, con brani confusi e dal suono convenzionale; manca quel dramma fiammeggiante al quale Andrews ci ha abituati, fatta esclusione per la commovente e minimale Iodine & Iron (ballad sussurrata che sarà inserita in Total Depravity). E se forse è sbagliato e ingiusto chiedere a una band le stesse vette artistiche di un passato glorioso, in questo caso sarebbe stata quantomeno apprezzabile una forma di ricerca sul suono, un cambiamento che non sacrificasse la qualità del lavoro svolto fino a questo punto.

Passano un po’ di anni, la band sembra finita nel dimenticatoio, quando nel 2013 il gruppo si dirige verso il Laurel Canyon per iniziare a registrare il quarto album: Time Stays, We Go arriva in aprile ed è seguito da un enorme tour che attraversa il Nord America, l’Europa e la Nuova Zelanda. È anche l’anno dell’entrata in pianta stabile nella band di Uberto Rapisardi, organista e pianista italiano che, a guardarlo bene con quel volto lunare e penitente, sembra il fratello minore dello stesso Andrews. Col un immaginario tipicamente western (sin dalla copertina le intenzione di Andrews e soci appaiono chiare), il disco è il lavoro meno cupo della band, il più denso e dinamico. Episodi maturi e riflessivi, alternati ad altri dal fascino spericolato ne fanno un ottimo album, che segna una crescita importante nella carriera dei Veils. Il cantato di Andrews si fa baritonale, oscuro, a metà fra Lee Hazelwood e Cohen. Affiancati da nomi storici come Bill Price (The Clash, The Jesus and Mary Chain) al missaggio e Adam Greenspan e Nick Launay – entrambi già al lavoro ai tempi di Nux Vomica – alla produzione, i Veils possono finalmente scrollarsi di dosso l’etichetta di eterna promessa che gran parte della critica aveva loro affibbiato. La rivista inglese NME definisce il disco come un «nuovo e affascinante percorso artistico» parlando inoltre della band come della «più sottovalutata dell’intero pianeta». Cavalcate selvagge, chitarre semiacustiche tiratissime, tremolii lontani e l’hammond sempre presente, nevrotico e viscerale. Gli arrangiamenti si fanno tentacolari e lussureggianti ricordando le strumentazioni barocche usate da Van Dyke Parks, mentre i corni in perfetto stile mariachi evocano i più polverosi calanchi nel deserto del Mojave. Time Stays, We Go combina abilmente due facce importanti della personalità della band, o come le chiama Andrews, The Pop & The Snarl, il pop e il ringhio. «Mi piace l’idea di Roy Orbison che passa una strana giornata nel deserto con gli Stooges», confessa il giovane cantautore in riferimento all’album. «The end is coming but it’s ok», canta Finn nella splendida Train with No Name, pronto al misticismo più sereno, a una fine rilassata. Già, la fine, quella che in molti prospettavano per questa band troppo spesso passata in secondo piano. Una fine che si tramuta in progresso, in riscatto.

A gennaio la formazione entra negli storici Abbey Studios per registrare una sessione di cinque brani live che diventerà poi un CD live e un elegante cortometraggio in bianco e nero diretto da Jamie Roberts. Dopo un altro tour impegnativo che vede i Veils attraversare il globo, Andrews rivela a NME di essere pronto per entrare nuovamente in studio a lavorare su nuovi brani. Finn confessa inoltre di essere stato scelto per scrivere alcuni brani orchestrali per commemorare i caduti dell’Oceania durante il secondo conflitto mondiale. Ma se le soddisfazioni sembrano arrivare una dopo l’altra, il vero punto di svolta non è ancora giunto.

Il 2015 è l’anno dell’incontro con David Lynch, una piccola rivoluzione personale e artistica che porterà Finn e soci a scrivere il loro miglior disco: alla domanda di una giornalista su quale fosse stato uno dei momenti top del suo 2015, Finn risponde senza indugio «le registrazioni del disco a casa di Lynch». Un incontro-svolta per lui, che da ragazzino insieme alla giovane amica Sophia Burn macinava episodi di Twin Peaks su VHS. Surreale e bellissimo poter conoscere più da vicino la mente geniale del regista americano, un Lynch che non si è limitato a consigli discografici ma ha voluto Finn nella nuova stagione della serie TV più misteriosa di tutti i tempi. Non si sa granchè riguardo a tale partecipazione e lo stesso Andrews tiene la bocca cucita: «Beyond the fact that Finn Andrews is in Twin Peaks, I can’t say a word».

Total Depravity, co-prodotto da El-P dei Run The Jewels, Adam “Atom” Greenspan e Nick Launay, arriva il 26 agosto 2016 tramite Nettwerk. Muse inquietanti per un disco mastodontico, che vive di un’emotività bisbigliata e urlata, di estremità sonore viscerali e oscure. Descritto come «una sorta di fine del mondo» nell’intervista rilasciata a The Wireless, il disco è stato registrato in un turbinio di grande eccitazione, dopo un incontro fortuito col produttore/rapper di Brooklyn El-P (Jaime Meline) in un bar di Los Angeles; una vera e propria leggenda dell’hip-hop sotterraneo che con enorme stupore di Andrews conosceva tutte le canzoni dei Veils. Il sound, con il basso della Burn che si aggira scattante come un cane in gabbia, emerge distorto, mutilato ma perfetto. Ballate spaccacuore ed evangelici arrangiamenti che fanno di Andrews un provetto Nick Cave, meno marcio, più vizioso, facendo convivere un immaginario religioso col potere simbolico dei suoi eroi, Cohen, Waits e Cave. Nelle contaminazioni cinematografiche del video di Axolotl si ritrovano gli incubi di Lynch, creature tentacolari, un inferno di atleti, poliziotti e predicatori. Per il futuro della band, Finn Andrews ha solo una cosa in mente: «Voglio fare un altro disco, e un altro ancora e poi un altro – fino a che non appenderò il mio capello al chiodo. Spero davvero di poterlo fare..».

È una malia primigenia e vorticosa, quella che stilla dalla musica dei Veils, nascosta dalla poesia dell’arte votata a forma di vita. Finn Andrews passa dai cromatismi di Rothko ai chiaroscuri violenti di Caravaggio con una grazia caliginosa che lo rende nuovo portatore di bellezza nel mondo della musica. E quel senso di equilibrio sempre più precario che, nei primi lavori, si affacciava su baratri di profondità imperscrutabili, oggi rivela tutta la sua penetrante dolcezza, il suo potere simbolico ed immaginifico, per una band che non ha più bisogno di nascondersi dietro a un velo. Ci ritroviamo a condividere quel fondo di afflizione e desiderio frustrato che filtra dal canzoniere di Andrews, o come direbbe meglio Sandro Penna, «il fondo ascolto/della mia vita a quel lume di luna». L’immaginazione infuocata che ritroviamo nel potere della scrittura di Andrews si innalza fino a diventare indomabile; i veli si dissolvono in «a duet of shade and light», un “duetto d’ombra e luce”.

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