Le classifiche degli addetti ai lavori #7: Luca Collepiccolo di Goodfellas

Puntata numero 7 delle nostre classifiche 2015 degli addetti ai lavori con protagonista Luca Collepiccolo di Goodfellas/Blow Up

Riprendiamo la pubblicazione delle Top 10 degli addetti ai lavori dopo la sosta natalizia e ricominciamo col botto. Dopo le eterogenee puntate precedenti, che trovate indicizzate a questo link, tra musicisti, uffici stampa, direttori artistici e altro, oggi tocca a un ibrido. Luca Collepiccolo è infatti conosciuto come firma storica di molte riviste di primo piano, da Rumore a Blow Up, passando per H/M e Blast!, apprezzato come ascoltatore dal palato finissimo,  per gli ottimi dj-set a base di vinile e come voce radiofonica per la radio nazionale (vedi alla voce Battiti) e, infine, rispettato per il suo ruolo da centromediano metodista “alla brasiliana” sia di uno dei distributori più importanti d’Italia, ossia Goodfellas, che di uno dei negozi più forniti e frequentati di Roma, Radiation Records.

Nella classifica 2015, ovviamente, si mescolano le varie anime di Collepiccolo, stratificate da ascolti decennali e sensibili alle varie frequentazioni sonore che – da un passato metal e hardcore, passando per ambienti noise e post-rock, arrivano fino a psych, sperimentazioni e jazz più ostico – hanno contribuito a una apertura mentale testimoniata dai dieci, ottimi dischi suggeriti qui di seguito.

Jerusalem In My Heart – If He Dies, If If If If If If

Viaggiare, stando comodamente a casa. Ma le cartoline di Jerusalem in My Heart non sono squarci esotici o concessioni ad un amatoriale clima orientale. Qui si parla di un autore originario di quelle terre, il Libano, e di un conflitto che echeggiava non troppo distante, prima del viaggio della vita verso il nord america. Dopo il post-hardcore ed il coinvolgimento nella scena locale di Montreal, quello di Jerusalem In My Heart prende forma come progetto audio/video in cui le storie del paese d’origine iniziano a pesare, drasticamente. E quello licenziato da Constellation, il loro secondo album, è l’esempio di una world music scomoda, che si nutre di detriti industriali e field recordings, ricostruendo un altro feroce esotismo.   Il mio disco dell’anno.

Jerusalem In My Heart & Suuns – Jerusalem In My Heart & Suuns

L’indie rock incontra la musica spaziale con Franco Battiato in sottofondo e le matrici etno-rock a far eil resto. Potenzialmente una grande idea, materialmente un gioco stuzzicante

NecksVertigo

Una singola traccia come loro consuetudine, il minimalismo che scivola nelle prospettive elettriche del Miles Davis di In A Silent Way. Un’ossessione che regge sul triumvirato contrabasso/piano/batteria, con sottili sfrigolii elettronici ad aumentare la tensione

Joshua Abrams – Magnetoception

Un tempo era il bassista dei Roots, quando viveva a Philadelphia, dopo il trasferimento in quel di Chicago diventa elemento chiave nella scena creativa locale. Con questo doppio album mette definitivamente a frutto le suo teorie su una possibile third world music dal taglio inedito. C’è sicuramente l’impro-jazz, un questo per le sfasature ritmiche ed un ricorso a subliminali tecniche minimaliste. C’è un grande batterista/percussionista come Hamid Drake sugli scudi, per certo. Per gli orfani del Don Cherry di metà ’70 un luogo da dove cominciare

Bitchin Bajas/Natural Information SocietyAutomaginary

La collaborazione tra alcuni membri dei favolosi neo-psichedelici Cave con la band di Joshua Abrams. Un dialogo serrato in cui l’improvvisazione e la ripetizione sono le chiavi di volta di un gioco a incastri, magnificente.

Hieroglyphic BeingWe Are Not The First

Il dj rastafariano ha da sempre puntato l’opera di Sun Ra, anche in arditi mix. Con la complicità dello stesso Marshall Allen, il testimone della dinastia lunare, di membri assortiti della downtown newyorkese e del moderno avant-rock (addirittura il batterista dei metal-shoegazer Liturgy) decide di dare un impronta futurista alla sua techno, attingendo tanto dalla musica da club che dal radical jazz. Quello che ne vien fuori è quasi inenarrabile.

Squadra OmegaAltri Occhi Ci Guardano

Forse il lavoro più omnicomprensivo della squadra, in cui convergono tutte le loro molteplici esperienze. La liaison con il jazz libero, la musica cosmica tedesca ed in assoluto un cuore pulsante per la musica lisergica di ogni dove. Oltre l’esportazione.

Konstrukt/Akira SakataKaishi

Difficile scegliere nella folta discografia di questa prolifica entità del Bosforo. La Turchia  – lo ricordiamo – è stato un luogo importante per taluni percorsi musicali (Don Cherry di nuovo esemplare nel pizzicare da queste parti i più luminosi virtuosi) ed ora il cerco sembra chiudersi con i Konstrukt che dopo essersi confrontati con il fior fiore dell’impro jazz europe ed americano bussano alle porte del sassofonista nipponico, che il trio del pianista Yosuke Yamashita bruciò letteralmente l’underground del sol levante sul finire dei ’60.

SenyawaMenjadi

La Morphine di Rabih Beaini è uno dei marchi essenziali per comprendere lo stato di salute dell’elettronica contemporanea. Ma l’opera de duo indonesiano si staglia davvero oltre i meri confini del genere fornendo una visione drammatica di un universo in pieno fermento. Scorie black metal, teatro dell’assurdo e folklore locale (attraverso strumenti autocostruiti)  per una realtà francamente inimitabile.

Ryley WalkerPrimrose Green

Perchè anche le canzoni servono. Sopratutto se scritte da un emulo di Tim Buckley/John Martyn che ha studiato alla scuola Takoma.

Tracklist