Le classifiche sono un gioco che non mi appassiona particolarmente, sono un ascoltatore compulsivo ed anarchico e non riesco né mi interessa stare al passo con tutto quanto esce . Essere up to date, costantemente aggiornati, è una cosa che mi mette ansia solo a scriverlo. Preferisco di gran lunga un tempo diverso, che proceda in un mondo parallelo, dove le cose non si brucino nella scintilla livida di un click, e il fatto di scriverlo al pc adesso in questo gelido venerdì di fine dicembre è uno dei tanti paradossi della vicenda. Non scarico, uso pochissimo lo streaming, sono affezionatissimo al supporto più bistrattato di questi anni fottuti, il cd, e di solito non recensisco lavori che mi vengano proposti sotto forma di files. Ad ogni modo, questa premessa per dire che non ho nemmeno sentito molte delle cose che appaiono in tante delle liste che ho visto qua e là.
In generale posso solo dire che trovo davvero poco interessante tutta quella musica che mette in mostra prima di tutto una attitudine, una posa, un look, qualcosa di studiato, di preparato senza che ci sia una urgenza a spingere, a covare sotto la cenere, oppure tutti quei dischi e musicisti che in qualche maniera , consapevole oppure no, approfittano del fatto che là fuori c’è una platea di ascoltatori in molti casi quanto meno ignara della storia, per cui uno come, tanto per fare un nome, Kamasi Washington appare a tanti come un brillante jazzista, quando alle mie orecchie non si va, ad essere generosi, oltre alla mera calligrafia, anche un po’ sputtanata, a dirla proprio tutta.
Uno che la storia della musica altra la mastica da anni con rigore, libertà ed un talento cocciuto da artigiano visionario è Paolo Angeli, che con 22.22 Free Radiohead ha fatto librare in aria i temi della band di Oxford per portarli a spasso in un mare immaginario e reale, in un perfetto esperimento di avant folk globale, ennesima conferma dell’alta ispirazione che muove le mani, il cuore e la testa del chitarrista gallurese. Le trame camaleontiche dello strumento orchestra di Paolo Angeli sono ancora una volta una esperienza, se non lo conoscete cercate i suoi dischi, andatelo a vedere in concerto, sentirete suoni letteralmente inauditi, prodotti da uno strumento unico, che incorpora in un rinascimentale groviglio di corde, eliche e martelletti i suoni della kora africana, del violoncello, delle percussioni, di una chitarra parlante, capace di raccontare storie come poche altre nel mondo. Sono storie che già conosco da tempo (il primo concerto l’ho visto nel lontano 1994) ma che continuano a parlarmi dritto al cuore quelle dei norvegesi Motorpsycho, da Trondheim, che a Bologna al Locomotiv hanno fatto un concerto capace di regalare ancora brividi. The Crucible, il loro ultimo disco, uscito per la fedele Stickman, conferma la svolta sempre più marcata verso territori in qualche modo riconducibili al prog, ma è dal vivo che ancora i nostri fanno scintille, grazie anche all’ottimo inserimento di Tomas Järmyr, per qualche tempo anche batterista negli Zu, ma decisamente più a suo agio in compagnia di Bent e di Snah.
Restiamo in Norvegia per il torrido jazz rock dei Red Kite, su RareNoise Records, un disco classico e mozzafiato come la vista dall’alto del Krakatoa. Ancora chitarre, ma senza l’ombra di una didascalia, per uno dei musicisti più significativi da decenni a questa parte per chi abbia orecchie assetate di suoni altri, Fred Frith: il suo monumentale triplo All is always now, per la sempre attenta Intakt, è un vero e proprio vaso di Pandora sulle possibilità e le impossibilità della sei corde, del rock, e delle sue derive. Come è fonte di meraviglie per l’ennesima volta, il terzo, ultimo disco dei Širom, A Universe That Roasts Blossoms For A Horse, per l’ottima tak:til, che ci ha regalato anche il nuovo 75 Dollar Bill.
E in Italia? Tanta musica di ottima qualità, spesso poco supportata sia dai media che dai promoter, purtroppo. Dal mio punto di ascolto meritano tutta l’attenzione possibile etichette come la 19’40” portata avanti da Marco Fusaro, Enrico Gabrielli (molto buono anche il ritorno di The Winstons con il secondo disco, Smith) e Sebastiano De Gennaro, la We Insist! Records, la follia da Carosello marziano del duo Ooopopoiooo e gli iperbattiti dell’esordio del trio Dthed, sulla benemerita Boring Machines ( se lo avete perso, recuperate anche Sum and Subtraction, l’ottimo esordio di Ask The White, due terzi del trio di cui sopra, uscito l’anno scorso su Ammiratore Omonimo). Un disco che pochissimi hanno ascoltato, anche per il discorso a cui accennavo poche righe fa, è stato pubblicato dalla indomita Setola di Maiale di Stefano Giust: si intitola, laconico, D C. I musicisti si chiamano Andrea Dicò e Francesco Carbone, e sapranno farvi volare dalla vostra stanza allo spazio più profondo. Come fanno, per la terza volta, Acre, che con A Different Constellation, ci dimostrano come l’improvvisazione più ispida e senza regole possa convivere con la poesia più luminosa, aiutati dalla voce di Ludovica Manzo, metà di O-Janà, che con Inland Images, su Folderol Records, ha creato un disco prezioso, profondo, di livello internazionale. Restando nel campo delle etichette italiane non allineate e disposte ad esplorare con coraggio i meandri del labirinto del suono sfuggendo al Minotaturo dell’ovvietà, salutiamo con gioia la nascita di Timballo Records. The Whole Emptiness di Ricardo Dias Gomes & The Star Rover è un lavoro ipnotico, personale, che tenta una affascinante incontro tra certe ruggini Slint e la saudade brasiliana, centrando il bersaglio. Se volete un disco di pianoforte , uno solo, da conservare per quest’anno, senza indugi segnalo Iron Into Wind, il piano solo di Alexander Hawkins, sempre su Intakt, un talento limpido e maturo.
Chiudo con un altro disco del 2018 che probabilmente sarà sfuggito a tanti ed invece merita davvero di essere ascoltato: Dali, di Aldo Becca, su Ribéss Records, una piccola, fragile miniatura di folk eretico in questi distratti anni 2.0. La perdita dell’anno è stata sicuramente per me quella di Mark Hollis, la prima volta in vita mia che mi è capitato di piangere per la morte di un suo musicista. Il suo disco omonimo è forse il disco che mi porterei via se dovessi sceglierne solo uno prima di partire per una qualche Siberia. Poi, per finirla per davvero, un paio di nomi con dischi in uscita nel 2020 : Francesco Massaro & Bestiario, Quaderni di Zoologia imperfetta (Folderol Records) e Military Genius, Deep Web (Unheard of Hope). Adesso basta, però: come scriveva Margarite Yourcenar, “ho sempre pensato che la musica dovrebbe essere solo lo straripare di un grande silenzio”.
- Paolo Angeli – 22.22 Free Radiohead
- Red Kite – Self Titled
- Fred Frith – All is alwasy now
- Širom – A universe that roasts blossoms for a horse, tak:til
- Ooopopoioo – Elettromagnetismo e libertà
- 75 Dollar Bill – I was real
- Acre – A different constellation
- Ricardo Dias Gomes & The Star Rover – The Whole Emptiness
- The Winstons – Smith
- Alexander Hawkins – Iron into wind