• apr
    13
    2018

Album

Dead Oceans

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Cherchez la femme. Proverbio di cui si è abusato, ma stavolta non parliamo di vite sentimentali dei musicisti – non ci è mai premuto di farlo e non cominciamo certo oggi. La presenza nuova è dentro la band: si chiama Lia Simone Braswell, è la nuova batterista e vocalist aggiunta che affianca da un po’ i due perni fissi degli A Place To Bury Strangers, il leader, Olivier Ackerman, e il bassista Dion Lunadon, sua inossidabile spalla. Per accorgersi del debutto su disco della nuova arrivata è sufficiente l’iniziale Never Coming Back. Non che la sua presenza rivoluzioni il sound di base – dark-punk che si tinge di colori noise-psichedelici-industriali, tipico programma APTB – semmai lo arricchisce. Con la ritmica puntuta con cui tiene un beat dritto e teso e si lancia in picchiate tribali, ma soprattutto entrando con un controcanto morbido e conturbante dentro le dinamiche melodiche e armoniche del terzetto.

A volte la sua voce è in primo piano, ad esempio nel duetto noir à la Bonnie & Clyde (quasi gainsbourghiano) di There’s Only One of Us o negli sfiziosi accenti pop/soul della ballata di base industrial-dance che risponde al titolo di Situation Changes. A volte si piazza in seconda fila con l’eco distorta – in un rockettone metallico che fa sua l’eredità Big Black, Too Tough To Kill. Lavora all’unisono nel solito post-punk spasmodico (Frustrated Operator) o dissolta in tocchi di atmosfera nella ballad cureiana Was it Electric. In qualunque forma, la presenza inedita della voce femminile – era, non dimentichiamoci, un must di molto shoegaze, tra le fonti d’ispirazione primarie del sound A Place to Bury Strangers – è quello che permette in fondo a un gruppo con quattro album e tutta una teoria di EP alle spalle di non staccarsi troppo dalla sua mattonella preferita, di rimanere insomma ancorato alle sue coordinate – chitarrismo post-shoegaze e post-Sonic Youth, dark wave memore dei Joy Division, industrial rock alla Nine Inch Nails, puntate nel synth pop quasi danzereccio – e di introdurre comunque una sensazione nuova.

Schemi che poi le menti della band provvedono a variare indipendentemente dal nuovo innesto – fa testo soprattutto I Know I’ve Done Bad Things, che dosa una varietà di accenti notevole volteggiando tra glitch, drum&bass, rock gotico, i consueti getti di rumore chitarristico ad alta pressione (sui pedali di casa Death by Audio, immaginiamo) e giochi di produzione dall’effetto dreamy e psichedelico. In tutto questo, Ackerman e i suoi hanno anche imparato a smorzare i volumi e a rendere più rarefatto e mutevole il loro wall of sound. C’è margine per rendere ancora più incisive le canzoni (il lavoro più forte, quantomeno il più stimato da chi scrive, da questo punto di vista rimane Exploding Head), ma è l’unico appunto in una formula che da derivativa che era si sta trasformando sempre più in qualcosa di personale e per molti versi impeccabile.

13 Aprile 2018
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