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7.3

Sea When Absent, il capitolo numero quattro della saga A Sunny Day In Glasgow, è tanto impegnativo quanto spiazzante. Bello quanto complesso e schizoide. Il quartetto, che ha vissuto diversi cambi di formazione negli anni, approda a una forma canzone pop in cui confluiscono tantissime suggestioni tanto da disegnare una traettoria non facilmente inquadrabile. Due voci femminili (quelle di Jen Goma e Annie Fredrickson), chitarre ora distorte ora sognanti, sintetizzatori che predispongono un’altalena sonora fatta di chiaroscuri, l’immancabile Ben Daniels a dirigere l’astronave (perché è di questo che si parla).

Dagli ultimi Slowdive ai Cocteau Twins, dagli Animal Collective ai Beach House, si tratta qui di definire una forma di art pop accessibile ai più: ci limiteremo a dire che il territorio di riferimento è quello del dream pop imparentato alla lontana con lo shoegaze e l’elettronica. L’impianto sonoro è decisamente rock, il wall of sound costruito con le distorsioni chitarristiche e la corposità del basso fa il paio con il massiccio utilizzo dei sintetizzatori; le voci non danno mai riferimenti, sono volutamente tenute sotto in alcuni casi, per poi emergere minacciosamente nella loro eterea bellezza.

A Sunny Day In Glasgow sono maestri nel creare atmosfere di chiara derivazione tardi Eighties/primi Nineties senza scendere però al facile compromesso della tradizione. Anzi, arricchendolo con una formula allo stesso tempo precisa e originale; sarà la scrittura, l’impasto tra le due diverse vocalità femminili, l’utilizzo diverso e innovativo delle tastiere che svecchia il sistema, fatto sta che un brano come In Love With Useless (The Timeless Geometry In The Tradition Of Passing), posto così all’inizio di Sea When Absent, fornisce la chiave di lettura esatta del discorso.

Canzoni che al di là del proprio interessantissimo involucro sonoro presentano grossi hooks: è il caso ad esempio di MTLOV (Minor Keys) – probabilmente uno dei momenti migliori dell’album – o dell’accoppiata The Body, It Bends e Crushin’. Per l’appunto, due autentiche gemme pop, piazzate a 100 metri sopra le nostre teste, morbide nei suoni e dove una melodia cristallina tratteggia stati umorali dolceamari; oppure di un brano come Double Dutch, un perfetto e brevissimo esempio di moderno e tosto dream pop, catchy al punto giusto e guidato da un basso sporco e potentissimo.

A chiusura dell’album, Golden Waves offre, come da titolo, onde sonore all’interno delle quali le voci dialogano tra loro senza emergere più di tanto, offrendo il fianco all’impalcatura rock dell’intera faccenda. I dischi importanti sono quelli inizialmente ostici, che richiedono diversi ascolti prima di essere visti nella loro disarmante bellezza e complessità: per spiegarlo in modo chiaro, Sea When Absent.

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