• Nov
    03
    2017

Album

Madison Gate Records

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Busoni, Bach e Richard Butler si intrecciano come fosse la cosa più naturale al mondo: fra i tasti del grande Bösendorfer della famiglia Perlman, in mezzo ai muscoli tesi del corpo efebico di Elio che danza sapiente fra Satie e la Bertè, tra le 17 tracce che compongono la colonna sonora del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome. Con l’onda arriva tutto e ciò che la muove o è un trauma o è un amore.  Nella storia di quel benedetto, disperato primo amore, scritta da André Aciman, assistiamo a una reale compartecipazione del suono, come attore e spazio fisico in cui far muovere due giovani amanti. Un costante e continuo dialogo con la musica, come se divenisse essa stessa un terzo protagonista, accanto, addosso, sulla pelle degli attori. Dai fruscii della natura circostante, delle cicale, degli insetti ronzanti, del fruscio dei fili d’erba, siamo di fronte a un lavoro certosino di sound designer cui non poteva certo mancare una colonna sonora di altissimo livello, curata dalla talentuosa music supervisor Robin Urdang.

Guadagnino decide di usare la musica in modo esplicito e abbondante, con una forza vitale così potente che farne a meno significherebbe perdere un pezzo di film. Nel suo strabiliante Chiamami col tuo nome possiamo individuare tre macro aree musicali: la musica dell’estate del 1983, ovvero tutto ciò che passava per radio e TV, le maggiori hit del momento (Loredana Bertè, Bandolero, Battiato) – prova di un prezioso lavoro di documentazione e ricerca – il mondo pianistico dell’immaginario di Elio con le sue composizioni classiche (Bach, Ravel, Satie) e la narrazione esterna condotta da Sufjan Stevens che, con due brani originali e un remix di Futile Devices del 2010, sancisce il proprio ruolo di deus ex machina, in grado di avvolgere e consolare i turbamenti del cuore dei due protagonisti. Un cronista del loro amore, voluto dal regista, e oggi premiato con una nomination agli Oscar.

La musica è intrinseca nella scrittura di Chiamami col tuo nome, e fin dal momento in cui gli accenti energici e cristallini dell’Hallelujah Junction di John Adams danzano sovrani nei titoli di testa, possiamo capire la fiducia che il regista dà alla musica. Il vago romanticismo del pianoforte di un innovatore contemporaneo come Ryuichi Sakamoto aggiunge atmosfera: le sue corde pizzicate in M.A.Y. in the Backyard o gli accordi percussivi di Germination sembrano scandire i tempi d’attesa di un amore in divenire, inconsapevole della propria forza selvaggia.

Le pulsazioni morbide, ma urgenti rivelano una fisicità vivida nella trama: è qui che la musica sembra svolgere anche un ruolo cruciale nelle simulazioni tattili del suono, esaltando un vocabolario visivo fatto di palpabile concretezza, in particolare quella del pianoforte, come accade con l’austera interpretazione di Frank Glazer della Sonatine bureaucratique di Satie o con l’estratto di Ravel suonato da Valéria Szervánszky. La bellezza e il calore degli arpeggi che si increspano voluttuosi nel gioco compiuto da André Laplante con Une barque sur l’océan from Miroirs distendono il tappeto perfetto per le ballate di Stevens, che vivono di un quieto bisbigliare, come ciuffi d’erba invasi dalla luce estiva, dallo struggimento e dalla speranza. Non esplodono mai i brani del cantautore americano, nemmeno quando l’emozione diventa troppo intensa da poterla contenere: accade che si incendino, bruciando i sottili fili della linea melodica, mentre i brani assumono sempre più la forma delle lotte interiori dei personaggi, in mezzo al pulviscolo atmosferico, dove la camera cade dentro e fuori in un vorticoso passo a due.

Sensibilità e armonia accompagnano i suoni che escono liberi dagli altoparlanti dei bar e delle feste all’aperto: dal pop ruvido tutto italiano di Loredana Bertè (firmata Fossati), con la sua J’adore Venise, all’ibrido funky Paris Latino dei Bandolero, fra maracas e attimi rap, passando per la setosa Lady, lady, lady di Giorgio Moroder o la marziale Radio Varsavia di Battiato. Seducente, rigogliosa, tanto quanto la sua fotografia bucolica e bertolucciana, la colonna sonora diventa uno strato del film, in grado di raccontare la stessa storia da una prospettiva ancora più intima, poiché è quella dei protagonisti, delle loro passioni. Lo stesso remix di Futile Devices, fatto da Doveman, traduce elegantemente la chitarra increspata dell’originale nel linguaggio emozionale di un sobrio piano, strumento ma anche prolungamento del corpo del giovane Elio. Dal fraseggio pulito e prezioso di Mistery of Love al pianoforte umbratile di Visions of Gideon, devastante chiusura che pare ospitare in sé le note pulsanti degli stessi Ravel o Sakamoto, i brani composti da Stevens si fanno tessere di un mosaico morbidissimo, epidermico.

Profondamente attaccata al suo presente, che è quell’estate del 1983, da qualche parte nel Nord Italia, Call Me By Your Name: Original Motion Picture Soundtrack ci riporta tutti là, sotto il portale di una chiesa romanica, di notte, con una stupida voglia di ballare spensierati, leggeri, nell’attimo in cui tutte le parole diventano inutili stratagemmi. Come un ritorno a casa.

27 Gennaio 2018
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Call Me By Your Name: Original Motion Picture Soundtrack

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