• mag
    26
    2015

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RCA

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Con un’espressione tanto abusata quanto appropriata si può già parlare di disco della maturità, per il secondo LP di A$AP Rocky. Abbandonate le pose SWAG tutte Dolce & Gabbana (Fashon Killer) e money & weed (Goldie) del primo Long. Live. A$AP, il rapper di Harlem dà vita ad un disco più introspettivo, drogato (la componente weed rimane comunque importante) e intriso di psichedelia radicalmente black. Rocky non è un grande scrittore (seppur capace di regalare buoni momenti, i testi restano molto self-oriented e non particolarmente originali), non è, per dire, un Kendrick Lamar; seppur non sbalorditivo, il suo flow appare decisamente più sicuro e personale rispetto all’esordio, ma tecnicamente non lascia a bocca aperta. Perchè allora il voto che trovate in calce?

La bravura di A$AP Rocky sta nell’amalgama. La scrittura e la tecnica qualitativamente buone ma non eccelse sono perfettamente integrate (e in parte anche abilmente mascherate) in un melting pot sonoro che riesce a costruirsi un’identità, un’estetica e un immaginario precisissimi e inconfondibili, coniando uno stile personale che riesce a creare una proposta tutto sommato originale. A$AP Rocky non è un mostro, ma ha il suo stile. Ha stile, ed è un bel sentire.

Il disco, dunque. Incremento qualitativo e quantitativo sembrano andare a braccetto, con il numero di tracce che sale a 18 per più di un’ora complessiva di musica. Nonostante tra le ospitate figurino nomi non da poco come Lil Wayne, Kanye West, Rod Stewart, M.I.A., Schoolboy Q, Miguel, Bones, Juicy J, UGK e Mos Def, sembra mancare il singolone “spaccaclassifica” e un po’ “paraculo”, come potevano essere Fuckin’ Problems (con Drake, Kendrick Lamar e 2 Chainz) o la tamarrissima (ma con gusto) Wild for the Night (con relativa base coatta di Skrillex) nell’uscita precedente. L’album scorre fluido ed estremamente coeso, e punto di forza (come peraltro nella prima prova) sono sicuramente le splendide basi: tra chitarrine alla Van Morrison e scorie soul (Jukebox Joints, Wavybone), crepuscolari ballate dal sapore quasi western (l’iniziale Holy Ghost) e alienanti synth lisergici (Lord Pretty Flacko Jodye 2 (LPFJ2)), rimasugli funk (Better Things) e striate psichedeliche (L$D), il livello è sempre altissimo, con il disco che sembra quasi relegare le parole in secondo piano, soluzione quasi paradossale parlando di un album hip hop.

At. Long. Last. A$AP. è un disco con un’anima viva e pulsante (le meravigliose Pharsyde e Everyday sono lì a dimostrarlo) e che lascia parzialmente da parte le pose, per portare alla luce la sostanza di un artista che probabilmente non sarà mai accostabile ai big della scena per inventiva e bravura tecnica, ma per completezza e qualità complessiva della proposta certamente sì. Un album che non sfigura accanto alle migliori uscite hip hop di questo 2015 (qualcuno ha detto Lamar?).

1 giugno 2015
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