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Siamo a una nuova tappa della kermesse lauriana. Ma forse a questo punto occorre fare un breve riassunto delle puntate precedenti: gli inizi tra hip hop slabbrato (Barabba) e promiscuità latin-trap già furbette ma stuzzicanti (Pour L’amour) avevano promesso una mina vagante nel giro mainstream-trap. Col suo show cafone e bulimico, tra attacchi agli stereotipi di genere più triti e patchwork musicali quantomeno intriganti, Achille Lauro poteva legittimamente non piacere, ma era quantomeno diverso dal solito. Poi è arrivato Sanremo, e lì (purtroppo) le coordinate si sono messe meglio a fuoco: un’esibita cavalcata attraverso i più disparati generi musicali, una spettacolarizzazione shock della performance (almeno per gli imbalsamanti standard sanremesi) riesumando Ziggy Stardust e mandando bacini a Vasco Rossi, un discorso quantomai attuale sulla fluidità di genere e un immancabile e preparatissimo stuolo di polemiche a seguire. Sulla carta, l’artista che serviva per svecchiare e svegliare un po’ l’incartapecorito panorama musicale italiano. E allora via con tag da clickbaiting pronti a venderlo come il “nostro” Bowie, pronto il posto da opinionista post-show a X-Factor, ed ecco una tapirata firmata Staffelli che è riuscita solo a evidenziare quanto Striscia la Notizia sia (e sia sempre stata) ad esclusivo appannaggio di gente rimasta inchiodata alla televisione di trent’anni fa. 

Ma nella realtà, approfondendo lo sguardo un minimo oltre alle ciprie e ai vestiti paillettosi, alle pose da Elvis e alle polemiche post-premio Tenco, resta un nulla di fatto di una inconcludenza insormontabile. Perché, come ha scritto il buon Solventi, in tutta questa voracità di citazioni e ruminamenti estetici, barocchismi e programmatici eccessi (solo) estetici, a mancare è sempre lo spazio per l’errore. Quella di Achille Lauro è diventata una rivoluzione che è già stata abbondantemente “televised”. È tutto perfettamente calcolato, ogni affondo è studiato al millimetro, ogni sbavatura è consapevolmente tracciata. E quindi ha smesso di essere una vera sbavatura. In questo senso, sia il precedente 1969 che questo nuovo 1990 si rivelano per quello che sono: armadi di vestiti comprati al mercatino dell’usato, bellissimi e inesorabilmente vuoti. Achille può giocare a sculettare facendo il crooner anni ’50 ricoperto di lustrini, e può circondarsi di videogiochi arcade guardando a Britney Spears. Se siete dei lobotomizzati che hanno vissuto chiusi in casa per gli ultimi trent’anni, magari vedere un (fu) rapper vestito da lollipop-girl tutto tatuato e con l’ombretto può anche farvi bene e darvi una svegliata, ci mancherebbe. Ma se non è questo il vostro caso, la domanda alla fine della festa in maschera resterà sempre: «e quindi?». Precisazione: il fatto che questo Paese sia pieno di lobotomizzati che hanno vissuto chiusi in casa per gli ultimi trent’anni è il motivo per cui comunque alla fine dei conti Achille Lauro resta un cortocircuito tutto sommato positivo. Ma se vogliamo farci due chiacchiere sul suo effettivo valore artistico, allora possiamo anche fare un passettino oltre.

Come siamo arrivati a questo 1990? A pensarci un attimo, il (Gabry) ponte con Gigi D’Agostino e con tutto il carrozzone giostraio degli anni ’90 era già stato suggerito in Pour L’Amour, dove il rimando nominale era ovviamente all’Amour Toujours. 16 marzo è stato invece il pezzo che ha proseguito sul versante più it-pop, con quelle strofe tra Grignani e Vasco Rossi e il ritornello rubato a un generatore automatico di coretti di Max Pezzali. Poi è arrivato Bam Bam Twist, con i suoi glitter a cavallo tra Pulp Fiction e una melodia più efficace del solito, ed è stato un po’ il trait d’union tra il rockabilly necrofilo di Rolls Royce e le nuove tentazioni euro-dance di plastilina. E infine eccoci qui. L’Achille Lauro di 1990, con il suo Ken androgino in copertina, è praticamente la versione barbaradursizzata di Arca. Il gioco delle citazioni qui va definitivamente in cortocircuito, e i rimandi diventano anti-nerd, ultrapopulisti. Da Scatman John agli Eiffel 65, passando per La Bouche e Benny Benassi, tutto è lì per accendere la miccia degli (ex) adolescenti degli anni ’90.

Prendiamo il video del singolone Scatman, con Gemitaiz (che qui sembra più che altro Voldemort) e Ghali; tra The Sims e Space Invaders, quando parte il ritornello ecco manifestarsi un’apparizione nefasta: Massimo Boldi che scia seduto sul cesso nella discesa della morte di Vacanze di Natale 95. Un trip sicuramente affascinante, vero. Quello è l’universo estetico (e mai capace di diventare anche narrativo) di riferimento: i cinepanettoni e i cinecocomeri dei Vanzina e di Neri Parenti, le VHS, Bla Bla Bla suonata nell’ennesima serata a Riccione, l’amore tra Britney Spears e Justin Timberlake, Cioè in edicola e le Spice Girls nel walkman, e via all’infinito sul viale dei ricordi. Tutto quanto resta lì, immobile in quella cameretta dove è ambientato il video della title-track, tra uno sticker di Keith Flint e un poster degli N’ Sync: non va da nessuna parte, è pura estetica e limpido edonismo. Così il De Marinis si auto-investe del ruolo di ultimo depositario di un’epoca ormai irreversibilmente tramontata, con le VHS e i CD rimpiazzati dallo streaming, e le polaroid (redi)vive solo in veste di filtro Instagram. Così, più che essere un’operazione che possa ambire a una qualche pretesa di artisticità, 1990 naviga piuttosto nelle stesse torbide e stagnanti acque di tormentoni dimenticabili come Che ne sanno i 2000?. 

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